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A valle e verso la cima 

La neve cadde tutta la notte. Milano taceva, ogni rumore soffocato, come se il mondo si fosse fermato. La mattina bussarono alla porta del mio studio. Mia moglie mi guardò, la bocca serrata, e disse soltanto: «Hanno trovato Antonia». A Milano le notizie arrivano sempre così: asciutte, e ripulite prima di consegnarle. Rimasi immobile. Io, che avevo passato la vita a capire ogni gesto, ogni parola, quella volta restai cieco.

Mi dissero che era stata trovata nei campi.

Non dissero altro.

Solo più tardi seppi il resto.

Aveva preso dei barbiturici.

Poi era uscita.

Era inverno.

La campagna intorno all’abbazia di Chiaravalle è piatta, quasi vuota. In quei giorni la neve copriva i fossi e i sentieri.

Camminò per un po’.

Questo lo immagino io.

Nessuno può dirlo davvero.

So soltanto che la trovarono distesa nella neve.

Le mani vicino al viso.

Come se stesse dormendo.

Non riesco a pensare che abbia avuto paura.

Sempre aveva amato l’inverno, diceva che la neve rendeva il mondo più sincero. Rileggendo anni dopo un suo verso, percepii un lampo della sua luce: «E sento la mia vita farsi luce tra le foglie, tra la neve e il silenzio.»

Io non avevo visto quella luce.

Vedevo solo il silenzio.

Quando me lo dissero pensai allo scandalo.

Entrai nella sua stanza di Pasturo solo il giorno dopo.

Non era cambiato nulla.

Sul tavolo c’erano i quaderni.

La penna.

Una sciarpa piegata con cura.

E il foglio.

Era piccolo.

Poche righe.

Lessi.

«Perdonatemi tutti.

Ho fatto tutto il possibile per vincere la mia disperazione mortale

Rimasi fermo.

Quella parola mi ferì più delle altre.

Disperazione.

In casa mia non si parlava di disperazione.

Gli uomini combattono, resistono, obbediscono.

Strappai il foglio.

Lo feci quasi senza accorgermene.

Prima in due.

Poi ancora.

I pezzi caddero sul pavimento.

Mi dissi che era necessario.

Un padre deve proteggere il nome della famiglia.

Molti anni dopo trovai quei frammenti in una scatola.

Li rimisi insieme. Con lentezza.

Era la prima volta che leggevo davvero quelle parole. Rimettendo insieme quei frammenti, sentii la sua voce: fragile, silenziosa.

Compresi il peso di ogni mia colpa.

Alcuni anni prima 

Incontrai il professore Cervi, nel mio studio.

La luce filtrava dai vetri e sembrava stringerci, compressi tra la sua calma e la mia autorità.

Era un pomeriggio d’inverno e Milano aveva quel cielo basso che sembra premere sui tetti.

Il domestico lo fece entrare.

Il professor Cervi non sembrava intimidito.

Questo fu il primo dettaglio che non mi piacque.

Aveva il cappotto ancora addosso e teneva il cappello tra le mani. Non parlò subito.

Lo osservai.

Era più giovane di quanto immaginassi.

Troppo giovane per avere tanta influenza su mia figlia.

Gli indicai la sedia davanti alla scrivania.

«Lei insegna latino e greco», dissi.

«Sì.»

Aveva una voce calma.

Non servile.

Questo mi irritò più di qualunque insolenza.

Aprii un cassetto.

Dentro c’era una lettera di Antonia.

Non gliela mostrai.

«Mia figlia è una ragazza impressionabile.»

Lui rimase in silenzio.

«Le poesie, la letteratura… sono passioni giovanili. Passano.»

Fu allora che alzò lo sguardo.

«Non credo, avvocato.»

Non alzò la voce.

Non si mosse.

Ma capii che mi stava contraddicendo.

Sapevo riconoscere una sfida.

«Mia figlia», dissi lentamente, «non ha bisogno di incoraggiamenti.»

Il professore rimase immobile.

Poi disse:

«Ha bisogno di essere capita.»

Quelle parole mi sembrarono un’accusa.

Mi alzai.

La conversazione era finita.

«Credo che d’ora in poi sia meglio mantenere una certa distanza.»

Lui capì.

Si alzò senza discutere.

Alla porta si fermò.

«Antonia è molto sola», disse.

Non risposi.

Quando uscì rimasi nello studio convinto di aver fatto la cosa giusta.

Anni dopo capii che quello era stato il momento in cui avevo cominciato a perdere Antonia.

Passarono alcuni mesi.

Dopo la sua morte, i suoi quaderni caddero tra le mie mani. 

Gli amici di Antonia dicevano che le sue poesie dovevano essere pubblicate.

Dicevano che era giusto.

Dicevano che era talento.

Io accettai.

Ma prima volli leggerle.

C’erano decine di quaderni.

Aprii il primo.

La montagna.

La neve.

La solitudine.

Poi comparvero parole che bruciavano: amore, corpo, notte, desiderio.

Parole che non mi piacquero.

Erano parole troppo nude.

Troppo personali.

In alcune poesie parlava di un uomo.

In altre di una libertà che non riconoscevo.

Presi una matita. Tagliai versi, cambiavo parole, strappai pagine.

Eliminai le poesie più intime.

Mi convinsi che fosse necessario.

Non potevo permettere che il nome di mia figlia diventasse materia di pettegolezzo.

O peggio. Non volevo che la sua voce apparisse fragile.

Così pubblicammo il libro.

Un libro ordinato, composto, degno.

Molti anni dopo lessi le poesie originali. Scoprii che avevo tolto la parte migliore: la sua voce. Avevo tentato di difenderla e in realtà l’avevo soffocata.

A Pasturo, Antonia cambiava. A Milano era trattenuta, qui camminava veloce, libera. Ricordo quando la vidi partire verso la Grigna. Provai a seguirla, ma la fatica mi fermò presto. Lei continuava a inerpicarsi, passo dopo passo, senza voltarsi. Ricordai un suo verso: «Salgo da me stessa verso la cima dove il vento parla più chiaro.» Non saliva per osservare il mondo. Saliva per elevarsi, per ritrovarsi. Ogni passo era un distacco, ogni respiro un volo lontano. La montagna sembrava chiamarla, le apriva le braccia, le restituiva il respiro. 

Io restavo ad osservarla con la neve negli occhi. 

Ora riposa qui, a Pasturo, ai piedi della Grigna che amava. Ogni volta che salgo al cimitero guardo la vetta e sento il rimorso attraversarmi come vento tra le pietre. Io ho costruito ordine: nelle leggi, nelle parole, nella casa. Lei cercava altezza, libertà, luce. Come scrisse una volta: «E il cielo sembra così vicino da poterlo toccare con le mani.»  È salita verso la cima, e in quella cima ha trovato la pace che io non sono stato capace di darle.

Ogni volta che chiudo gli occhi, la vedo ancora salire tra neve e vento, silenziosa e luminosa. La sua vita, così breve, mi appare come un volo. Resto a valle, con il peso del mio rimorso e la memoria della sua luce che continua a elevarsi oltre me, oltre tutto ciò che credevo di aver potuto controllare.

Francesca Mezzadri 

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