«Ti mando questa bambinata, fanne quel che ti pare; ma, se la stampi, pagamela bene per farmi venir la voglia di seguitarla» (Carlo Collodi, lettera a Guido Biagi direttore del Giornale per i bambini, 1881).
“Quattrocentocinquantamila copie vendute agli inizi del Novecento, in un Paese appena unificato e ancora semianalfabeta.”
È in libreria Pinocchio svelato -Aa. Vv.- (Bietti 2026, pp. 134, € 6,99, A cura di Andrea Scarabelli). L’opera raccoglie i saggi di Gianfranco de Turris, di Grazia Marchianò, Emilio Servadio ed Elémire Zolla con le Tavole di Sigfrido Bartolini.
Per Prezzolini Pinocchio è ≪il piu grande capolavoro della letteratura italiana≫. E le avventure del burattino continuano a far sognare nuove generazioni di lettori, garantendo a Carlo Collodi (1826-1890), una fama che resiste al tempo.
Qui Gianfranco de Turris ne coglie l’essenza narrativa: “Le fiabe, afferma un detto sufi, sono come le pesche: c’è la buccia, la polpa e il nocciolo legnoso, che a sua volta si può aprire. Hanno dunque degli strati di volta in volta più profondi e significativi adatti a vari fruitori, a vari palati culturali, dal meno esigente al più ricercato.”
Emilio Servadio osserva gli aspetti simbolici: “Il burattino non ha madre, né sorelle, cuginette o coetanee. La “dimensione femminile” nelle Avventure è interamente rappresentata dalla Fata dai capelli turchini”.
Grazia Marchianò racconta l’evoluzione di Pinocchio: “Pinocchio nuota in cerca del padre. Una capra azzurra compare su una rupe: è lì per sottrarlo alle acque o risospingerlo lontano, fin nei penetrali del pesce? Varca la mitica soglia, ritrova il padre estenuato e lo prende per mano. Allacciati sulla groppa del Tonno, riaffrontano le grandi acque imbiancate di Luna. All’ultima spiaggia del suo sogno di burattino, approda come Enea. È rinsavito. Ama e accudisce il padre. Assiste al trapasso asinino di Lucignolo. I quaranta denari guadagnati diventano un obolo da versare alla Fata. È lieto e stanco. Sogna. Il soffio che gli mancava per varcare la rinascita gli è trasmesso dalla Fata con un bacio”.
Elémire Zolla si concentra sulla strategia narrativa: “L’aspetto è di un raccontino quasi quasi in vernacolo, con ammicchi e
capitomboli da circo, pervaso di popolaresca bonarietà. Passeranno oltre i superbi. O faranno mostra del loro vezzo preferito, sociologico o psicoanalitico che sia, accanendosi sulla moralità borghesotta che a loro parrà l’essenza dell’intrattenimento. Era ciò che da loro si voleva. Resterà il pubblico degli innocenti. Gli unici ai quali valga la pena di schiudere i misteri.”
Simonetta Bartolini introduce le illustrazioni paterne: “È innanzi tutto la Toscana dello spirito caustico, polemico, umoristico di Collodi che l’artista accoglie, condivide e rappresenta: talvolta interpretando letteralmente lo scrittore, come nel capitolo XIX, dove Pinocchio finisce in carcere dopo il giudizio “compassionevole” del giudice che lo condanna pur riconoscendone l’innocenza.”
La favola di Pinocchio è una favola grande perché racconta la sfida di vivere, il prezzo di crescere e i sacrifici per riuscire. Racconta un’Italia appena unita tra speranze e bugie. Rimane attuale, perché il gatto e la volpe sono sempre in agguato e il paese dei balocchi ancora ci illude per poi gettarci a mare. Parla ai bambini e quindi anche ai grandi. Perché le belle storie per essere davvero grandi devono poter essere lette anche dai piccini.
Carlo Tortarolo
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Il segreto di un “pezzo di legno”
di Gianfranco de Turris
Chi l’avrebbe detto che una storia per l’infanzia, scritta per guadagnare rapidamente un po’ di soldi e assolvere così dei debiti di gioco, sarebbe diventata uno dei libri italiani più famosi al mondo? Una storia tradotta in centinaia di lingue e il cui successo internazionale venne consacrato nel 1940 da un ormai famoso film a cartoni animati di Walt Disney? Non solo: chi l’avrebbe mai detto che questo racconto sarebbe stato considerato ben presto molto al di là di una vicenda morale e moralistica, di un vademecum di buone intenzioni piccolo borghesi, e interpretato secondo criteri a prima vista impensabili? Ovviamente parliamo di Pinocchio, che l’ex ministro della cultura francese Jack Lang avrebbe voluto fra i dieci classici da far leggere obbligatoriamente nelle scuole, e che anni fa è tornato agli onori delle cronache culturali (effimere e superficiali, si deve purtroppo dire) con un film interpretato da Roberto Benigni.
Carlo Lorenzini (1826-1890), mazziniano convinto, partecipò alle campagne militari del Risorgimento, fu giornalista, e dopo il 1860 divenne impiegato alla prefettura di Firenze e addetto alla censura teatrale. Molti dei suoi libri per l’infanzia li scrisse con lo pseudonimo di “Collodi”, il paese toscano d’origine della madre, anche se c’è chi dice che esso voglia significare cum-lode, termine che nelle saghe medievali indica il ritrovamento del senno: lo avrebbe deciso a trentatré anni, ed era nella Libera Muratoria almeno da quando ne aveva diciotto. Fra i suoi scritti per la gioventù, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino apparve prima a puntate sul «Giornale dei bambini» nel 1881 (periodico diretto da Ferdinando Martini, massone anch’egli), poi in volume nel 1883. È una delle sue tante opere di questo genere, come i precedenti Giannettino (1876) e Minuzzolo (1878), che però trascende l’ambito della semplice storiella divertente e a tesi per raggiungere piani diversi, più importanti, secondo una regola che dovrebbe valere per tutte le vere favole, anche per quelle fiabe che non attingono al patrimonio della tradizione orale e popolare, ma sono state scritte da autori “moderni”.
In esse, infatti, come ricordano da un lato gli autori tradizionalisti (Guénon, Evola, Coomaraswamy), dall’altro gli storici delle religioni (Eliade, Kerényi), si possono celare verità superiori, simboli eterni, i residui dei miti e la trasmissione del sacro. Perché allora Pinocchio non potrebbe essere interpretato sotto questo aspetto, al di là del divertimento infantile canonizzato dal film della Disney che, pur nel suo americanismo un po’ ovvio, ne ha fatto un punto di riferimento dell’Immaginario Collettivo mondiale?
Ovviamente, prima di giungere ad un’interpretazione simbolica dell’opera collodiana, si è percorso un lungo cammino esegetico. Ma già il fatto che molti dotti autori, di ieri e di oggi, lo abbiano esaminato da tutti i possibili punti di vista, probabilmente più di ogni altra fiaba esistente, fa dell’opera di Collodi qualcosa che va oltre la semplice opera per bambini. È stata così usata la lente della critica letteraria, anche in chiave di narrativa popolare: da Vito Fazio-Allmayer (Commento a Pinocchio, Sansoni, 1945) a Luigi Volpicelli (La verità su Pinocchio, Avio, 1954), da Ferdinando Tempesti (Chi era il Collodi. Com’è fatto Pinocchio, nell’edizione Feltrinelli del libro, 1972) a Maria Teresa Gentile (L’albero di Pinocchio, Studium, 1982); mentre noti scrittori lo hanno reinterpretato a modo loro: da Luigi Compagnone (Commento alla vita di Pinocchio, Marotta, 1964) a Giorgio Manganelli (Pinocchio: un libro parallelo, Einaudi, 1977): tutto ciò a dimostrazione del fatto che ci troviamo di fronte ad un testo significativo e non certo minore della nostra cultura. Si era giunti poi anche ad un’interpretazione di Pinocchio come una specie di letteratura civile, in cui si poteva intravvedere la «morale mazziniana dei doveri dell’uomo », come ha sottolineato Giovanni Spadolini nel suo La mia Firenze (Le Monnier, 1995) e poi ne Gli uomini che fecero l’Italia (TEA, 1999).
Mancava, per così dire, la “terza dimensione”, la linea interpretativa della profondità interiore, un tentativo di capire ed evidenziare il “messaggio spirituale” di quelle avventure di un burattino di legno: che cosa mai ci dicessero di veramente profondo, oltre al divertimento puro e semplice, agli insegnamenti morali e ai moniti civili, alla satira politica e sociale dell’Italia post-unitaria.
Il primo a farlo è stato probabilmente Emilio Servadio, sin dal 1954, con un’interpretazione in chiave psicanalitica, e poi, andando più in là, con un testo raccolto in Passi sulla via iniziatica (Edizioni Mediterranee, 1977); quindi è stata la volta di Grazia Marchianò, con Pinocchio come sistema metafisico virtuale (in «Conoscenza religiosa » del 1980): sia Servadio sia la Marchianò hanno evidenziato come l’avventura del burattino non sia altro che un iter iniziatico, un cammino dell’interiorità dalla grettezza della materia bruta e inerte alla materia vivente, attraverso una serie di prove significative. È venuta poi un’interpretazione esoterico-massonica che ha letto Pinocchio come una compiuta allegoria dell’iniziazione della Libera Muratoria, attraverso i suoi gradi, con molteplici riferimenti di antropologia culturale: stiamo parlando di Pinocchio e i simboli della “Grande Opera” di N. Coco e A. Zambrano (Atanòr, 1984). Più ortodossa, nel senso strettamente religioso-cattolico, è l’interpretazione “teologica” del cardinale Giacomo Biffi, Contro Maestro Ciliegia ( Jaca Book, 1978). È invece una specie di attualizzazione degli antichi Misteri e si rifà alla struttura delle antiche fiabe di magia per Cecilia Gatto Trocchi ne Il Risorgimento esoterico (Mondadori, 1996) e poi nella sua Storia esoterica d’Italia (Piemme, 2001).
La vicenda di un pezzo di legno che si anima e che alla fine diviene un ragazzino in carne e ossa non poteva non attirare i cultori delle varie discipline esoteriche. Già il nome stesso del personaggio può essere un’indicazione in questo senso: pinocchio, o pignocco, è la forma dialettale toscana per pinolo, o pignolo, cioè il seme commestibile del pino contenuto nella pigna, e pinocchiata è il dolce sempre toscano fatto con bianco d’uovo montato, zucchero e pinoli. Questo seme, come tutti sanno, ha una scorza lignea che contiene un’anima prelibata: è insomma un germe colmo di potenzialità che si svilupperanno un domani.
Sicché, nell’ambito strettamente esoterico, non poteva non giungere, a questo punto, anche l’interpretazione antroposofico-steineriana, rappresentata dal Pinocchio: un messaggio iniziatico di Marcello Carosi (Edizioni Mediterranee, 2001), l’ultimo, come si è visto, di una lunga serie di saggi che cercano di carpire il segreto del burattino più famoso del mondo.
Così, dopo le interpretazioni letteraria, storico- risorgimentale, civile-mazziniana, sociologica, psicologica, psicanalitica sia junghiana sia freudiana (indovinate un po’: cosa sta a significare il naso che si allunga?), antropologico-mitica, religioso-cattolica, massonica, esoterico-iniziatica ed ermetico-alchemica, quella di Marcello Carosi conferma la complessa universalità della fiaba di Pinocchio: infatti, non è che tutte queste letture dell’opera collodiana si inficino o contraddicano a vicenda. Al contrario, si integrano.
Le fiabe, afferma un detto sufi, sono come le pesche: c’è la buccia, la polpa e il nocciolo legnoso, che a sua volta si può aprire. Hanno dunque degli strati di volta in volta più profondi e significativi adatti a vari fruitori, a vari palati culturali, dal meno esigente al più ricercato. Il nostro burattino di legno, inventato occasionalmente per saldare dei debiti di gioco, è il protagonista di una delle più significative da questo punto di vista, come ci dimostra da ultimo, se ce ne fosse ancora bisogno, il citato saggio di Marcello Carosi: «È incommensurabile» egli scrive ad un certo punto, «la sapienza di cui è stato veicolo, consapevole o no, il Collodi». Lo si deve ammettere, al di là di ogni forma d’interpretazione semplificatrice della fiaba in genere e di Pinocchio in particolare, di chi ha quasi una paura inconscia di andare veramente al fondo di certe narrazioni. © 2026 Edizioni Bietti