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Abel Quentin anteprima. I quattro che predissero la fine del mondo

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Ispirato alla vicenda reale dei quattro scienziati che nel 1972 lanciarono il Rapporto sui limiti dello sviluppo: un libro che gelò i governi, perché diceva l’ovvio che nessuno voleva ascoltare. Se la crescita non avesse cambiato rotta, il mondo sarebbe andato in frantumi. Questo romanzo racconta la solitudine dei profeti e la sordità del potere, mentre oggi il pianeta brucia sotto sfide ancora più grandi.

È in libreria I quattro che predissero la fine del mondo di Abel Quentin (Edizioni E/O 2025, pp. 448 € 19,00).

Un’idea feroce sull’umanità: “Adamo ed Eva mi fanno pensare a quella coppia di pitoni birmani, rilasciata dai proprietari nel parco delle Everglades, in Florida, e che si sono riprodotti con la velocità di un fulmine fino a pullulare nelle paludi, divorando ogni cosa, distruggendo le altre specie”.

Terribili elucubrazioni che guidano il potere: “Il futuro degli Stati Uniti tra due o dieci anni, spiegavano in sostanza ai Dundee, è una cosa seria. Il futuro del mondo tra cent’anni non lo è. Il futuro del mondo è una preoccupazione oziosa, un capriccio bizzarro a voler dirla tutta. Se ci si preoccupa del futuro del mondo si dimentica allora il futuro degli Stati Uniti e nel frattempo i cinesi, loro mica se lo dimenticano il futuro della Cina. I russi, non se lo dimenticano il futuro della Russia. E mentre voi fantasticate a occhi aperti, mentre ve ne state a leggere il futuro nei vostri grafici e nei vostri complicati modelli, permettete che vi derubino. I cinesi e i russi vi fregano il portafogli ridendo”.

L’ombra di cupi cambiamenti: «“Le Macchine si arresteranno brutalmente, dopo aver tossicchiato un’ultima volta. L’angoscia arriverà, e la gente alzerà la testa e ci sarà un gran silenzio, ma il silenzio sarà quello che precede le grandi uccisioni. Allora l’umanità subirà le conseguenze nelle modalità più brutali che ci siano. L’umanità sarà privata troppo bruscamente delle Macchine e della linfa delle macchine, senza esservi preparata. Non morirà ma ci sarà un gran clamore, e le persone si scaglieranno l’una contro l’altra e litigheranno per poche pozzanghere nere e succhieranno le ultime risorse con la cannuccia, coltello alla mano, gettando intorno a sé occhiate impazzite”.

C’è qualcosa di osceno nei libri che raccontano il futuro guardando il passato. Osceno perché ti sbattono in faccia che la profezia non è mai una rivelazione ma un atto di viltà: avevamo già capito tutto, ma abbiamo preferito far finta di niente. Abel Quentin non fa cronaca: inchioda i governi e noi lettori a un’evidenza che fingiamo di ignorare – la crescita infinita è solo una favola per bambini.

Qui i profeti sono quattro scienziati – Mildred ed Eugene Dundee, il francese Paul Quérillot, il norvegese Gudsonn – un manipolo di visionari che negli anni di Berkeley modella dati, curve, scenari. Prevedono il collasso: inquinamento, risorse finite, sovrappopolazione. E cosa succede? Niente. Il mondo continua a girare come un alcolista che si scola l’ultima bottiglia sapendo già che lo troveranno morto sul marciapiede.

La scrittura di Quentin è una lama: taglia tra la nostalgia delle comunità accademiche (i barbecue universitari, i soprannomi ai computer IBM, i giovani che si credevano invincibili) e la brutalità del presente (un allevamento di maiali nello Utah, un trattore che schiaccia il petto a uno scienziato, una notizia di agenzia che cancella una vita con tre parole: “schiacciato da un trattore”).

Il romanzo parla di ecologia, ma soprattutto di fallimento umano. Quérillot, il francese imbottito di lifting e rimorsi, è il personaggio che più ci somiglia: sopravvive, si reinventa, tradisce, si pente, ma alla fine rimane spettatore della catastrofe che aveva già visto disegnata sui grafici.

I quattro che predissero la fine del mondo non è un romanzo distopico. È un requiem. Il futuro che racconta non è un’avvertenza: è già successo, sta succedendo ora. Abel Quentin non ci mette in guardia: ci condanna.

Carlo Tortarolo

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Fuori, la sera non era ancora calata ma già si percepiva la festa nell’aria secca e calda. Giovani professori in camicia a maniche corte si mescolavano ai gruppetti formatisi sui prati del campus e abbordavano le studentesse. Simbolo dell’università di Berkeley, l’orologio del campanile avrebbe liberato di lì a poco una nuova ondata di studenti chiassosi, determinati a invadere la notte. La maggior parte di loro si sarebbe distribuita negli alloggi condivisi zeppi di fumo, nelle confraternite o nei bar della città. Alcuni si sarebbero ammassati in auto che puzzavano di tabacco e mariagiovanna, avrebbero attraversato la Baia e si sarebbero spinti fino a Haight-Ashbury.

Berkeley! Uno dei posti più esaltanti della terra, punto d’incontro mondiale della contestazione contro l’ordine costituito, contro la guerra. «Un paradiso per simpatizzanti comunisti, amanti delle proteste e deviati sessuali», aveva così riassunto il governatore della California, Ronald Reagan. Tre anni prima una violenta contestazione, il bloody Thursday di People’s Park, aveva conferito all’università i galloni di bastione hippie; Reagan aveva mandato le truppe a evacuare il parco e un centinaio di studenti erano stati feriti. C’era stato anche un morto. Ora il picco delle contestazioni era passato, gli hippie erano un po’ meno presenti ma la cultura insurrezionale rimaneva. Era ben consolidata a sud del campus, dalle parti di Telegraph Avenue. Berkeley: la Harvard dell’Ovest. Il corpo insegnanti contava undici Nobel. L’eccellenza delle università della costa Est, ma senza la spocchia e l’arroganza WASP. La fiamma della conoscenza, tra danze indiane e crepitio dei ghetto blaster. Tra fisica nucleare e Jimi Hendrix.

Mildred, Eugene, Paul e Johannes si erano sistemati in un’aula deserta, al piano terra che dava sul giardino. Sulla lavagna nera cancellata in fretta e furia, frammenti di parole testimoniavano che, qualche ora prima, lì si era tenuto un corso di scienze umane: erano stati esaminati complessi concetti di linguistica, e alcuni studenti del primo ciclo si erano fatti delle gran pippe su Noam Chomsky.

I quattro sgobbavano da quasi due anni sulla missione a loro affidata dai committenti: «analizzare le cause e le conseguenze a lungo termine della crescita sulla demografia e sull’economia mondiale», e anche sulla domanda incidentale, posta in termini di brutale semplicità, da persone che non potevano permettersi risposte approssimative: «Le attività umane possono proseguire la loro crescita in maniera duratura, di fronte ai limiti delle risorse naturali non rinnovabili, della superficie delle terre arabili e della capacità di assorbimento degli inquinanti da parte degli ecosistemi?». Una prima risposta era stata consegnata da un computer IBM, una macchina futurista da due milioni di dollari, dotata di nastri magnetici e di un proprio sistema operativo, che loro avevano alimentato con dati contenuti su schede perforate, sei giorni la settimana, per dodici mesi. Quella risposta non era in realtà rallegrante. Mildred aveva scoperto lo scenario n° 8, detto «business as usual» e il suo grafico a forma di campana che non annunciava niente di buono. Lo scenario descriveva quel che sarebbe successo se la crescita industriale e demografica avesse proseguito il suo corso, senza che nulla fosse fatto per arrestarla. Simbolizzati da curve a linea continua, gli indici di abbondanza (consumo alimentare per abitante terrestre, produzione industriale, speranza di vita, ecc.) superavano la capacità di carico del pianeta intorno al 2020, indicata con un curva a linea tratteggiata. Poi crollavano brutalmente, nel 2050. Il che significava un collasso delle condizioni materiali dell’esistenza e una diminuzione brutale della popolazione mondiale nella seconda parte del XXI secolo. «È la cosa più spaventosa che abbia mai visto in vita mia» aveva detto Mildred.

Alle spalle di Mildred, mentre lei contemplava il baratro, Quérillot e Eugene si erano guardati. Da un ufficio accanto, dove alcuni dottorandi festeggiavano un compleanno, si sentirono scoppi di risate. Gudsonn, il norvegese, si teneva in disparte, il mento su una mano e un braccio piegato sul petto. Capelli dritti, irti sulla testa, rasati sulla nuca e ai lati. Le orecchie erano grandi e a sventola. I raggi del sole spazzavano la stanza fino a metà altezza. Filtrati da un grande acero rosso, i loro volti erano crivellati di macchie luminose.

Erano quattro, come i Beatles o gli evangelisti. Eugene aveva lavorato sull’inquinamento, Mildred sulla produzione industriale e i consumi, Quérillot sulle risorse non rinnovabili, Gudsonn si era occupato della demografia mondiale e si assicurava del rigore matematico del programma di simulazione. A questo, i quattro avevano sacrificato le giornate e parte delle loro notti per un anno.

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