ACID ADVENTURES IN WONDERLAND

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Acid Adventures è il primo capitolo di un libro che Tommaso Pincio non  ha mai portato a compimento: la controstoria in chiave psichedelica del XX secolo. Il romanzo si apre proprio con la morte di Aldous Huxley, uno dei padri riconosciuti di una storia “psichedelica” della cultura occidentale.  

Paolo Melissi
 
ACID ADVENTURES IN WONDERLAND
Allucinata ma veridica controstoria del XX secolo
Atto primo
Oggi, 22 novembre 1963, facevano ormai più di trent’anni da quando Aldous Huxley aveva immaginato e descritto l’ospedale per moribondi di Park Lane. In quella torre alta sessanta piani l’aria era costantemente vivificata da allegre melodie sintetiche, selezioni di profumi; estasianti ventate di paciuli si succedevano a tiepide carezze di verbena. Vi si moriva in compagnia di altri moribondi, con le comodità proprie di un Mondo Nuovo e moderno, in compagnia di decine e decine di bambini che le infermiere lasciavano liberi di scorrazzare per i corridoi e di fare chiasso affinché sapessero e imparassero. Non v’era nulla di così terribile nella morte e nessuno, tra chi era vissuto, che fosse valso più di chiunque altro.
Ai piedi di ogni letto, in faccia all’ospite in procinto di andarsene, un apparecchio televisivo era sempre in funzione, mattina e sera. Osservare le figure che si muovevano nello schermo come il popolo di un acquario aveva sul moribondo lo stesso effetto del risveglio all’interno di un sogno. Tutto era abbellito, addolcito, trasformato dal soma, la droga che scorreva nel sangue acquietando ogni cosa nel torpore di una gioia infantile.
Non era quello un buon modo di morire? Distaccarsi senza rendersene conto, scivolando in una consapevolezza sempre più vaga e sfumata simile alla quieta arrendevolezza con la quale si acconsente che il sonno fagociti lo stato di veglia. Non era forse questo il miglior modo di morire? Dormendo e, forse, sognando?
Non c’era ragione di dubitare che lo fosse, non fosse stato per il timore che l’esistenza futura dell’anima o mente o coscienza o comunque si volesse chiamare ciò che agli occhi pervadeva un corpo infondendogli vita, potesse essere condizionato in massimo grado da cosa si pensava e sentiva in punto di morte. Se la vita nell’altro mondo non fosse stata altro che una dilatazione senza tempo degli ultimi istanti trascorsi in questo, morendo assopiti o per assopimento non ci si sarebbe condannati, per caso, a un eterno limbo di dormiveglia, quasi non si fosse mai morti del tutto ma non per questo ancora in vita?
Non sarebbe stato preferibile, allora, augurarsi di giungere al meno fuggente degli attimi con la mente più lucida possibile? E se davvero si era consapevoli che non c’è viaggio più grande della morte, per quale ragione rinunciare a una simile avventura annebbiandone l’esperienza?
Nelle ultime settimane di vita, la mente di Huxley era stata più attiva che mai. Per lenire i dolori, i medici gli avevano prescritto il Dilaudid, un derivato della morfina che, malgrado non appartenesse al gruppo delle sostanze propriamente psichedeliche, stimolava comunque zone della coscienza che di norma non affiorano nella superficie della compiuta espressione.
La parte di Huxley consapevole della morte imminente era trasparente come nemmeno un vetro potrebbe essere. Era però una parte che apparteneva al profondo e alla quale egli non dava mai sfogo né osava accennarvi.
Sua moglie Laura aveva cercato a più riprese di offrirgli l’opportunità di affrontare il discorso. Quasi ogni giorno trovava un pretesto per tirare in ballo l’argomento, ogni argomento è una luna di cui soltanto una faccia è visibile. Così, quando si trattava della morte, Huxley sceglieva sempre il lato nascosto del problema, quello della vita.
Avevano letto più volte, insieme, le bozze di una sorta manuale basato sul Libro Tibetano dei Morti. Si intitolava L’esperienza psichedelica e si presentava come una guida rivolta a coloro che intendono affrontare una sessione per l’espansione della mente. Vi si sosteneva che le istruzioni da tenere presenti nel corso di una sessione psichedelica non erano diverse da quelle che si sarebbero dovute impartire a una persona in punto di morte. Secondo il manuale, l’accettazione che l’amore è il principio cosmico, primario e fondamentale poteva essere raggiunto solo allo stesso modo in cui il moribondo, congedandosi dal proprio corpo, cessa per sempre di esprimersi attraverso passioni e desideri.
«Non dimenticare di ricordarmi, quando sarà il momento, che il momento è arrivato» aveva commentato Huxley in una queste occasioni, ma aveva fatto la sua battuta senza allusioni di sorta, intendo riferirsi alla delicata fase di «rientro» da un viaggio psichedelico e null’altro.
Laura lo aveva guardato. La mente di Huxley era ancora così straordinariamente attiva, ma il fisico era quello di una persona stremata. Laura stava guardando un fantasma. Si domandò fino a che punto lui fosse consapevole del proprio aspetto o semmai gli fosse capitato di guardarsi allo specchio negli ultimi tempi. Capitato, sì, perché la vista debole e una totale mancanza di vanità avevano abituato suo marito a un uso alquanto ridotto dello specchio.
La ghiandola sul collo aveva fatto la sua prima comparsa alla fine di maggio dell’anno precedente. Era gonfia e molle. Dopo un minuzioso esame, il medico era giunto alla conclusione che la protuberanza fosse soltanto la manifestazione di una qualche specie di infezione locale, nel qual caso avrebbe dovuto sparire nello spazio di un paio di settimane. Diversamente si sarebbe raccomandato di intervenire chirurgicamente e, laddove i risultati della biopsia sul tessuto asportato avessero parlato di metastasi, intervenire di nuovo per liberarsi di un paio di altre ghiandole più piccole.
Il medico si premurò di precisare che niente di invasivo era nell’aria. «Ringraziando il cielo» disse il medico, «questo genere di metastasi rimangono circoscritte e quasi mai coinvolgono altre parti dell’organismo, a meno che non le si lasci sviluppare per lungo tempo».
Quella notte Huxley fece un sogno davvero spiacevole. C’era un uomo senza volto né nome che lo stava per uccidere. L’uomo spiegava a Huxley che non sarebbe stato doloroso. Tutto sarebbe stato predisposto nel migliore dei modi e al momento opportuno. Poiché l’azione si svolgeva nell’impossibile simultaneità tipica dei sogni, mentre delucidava, l’uomo si affaccendava nei suoi preparativi omicidi, trovando per giunta il tempo di condurre Huxley da una stanza all’altra di una casa che non era una casa.
Stando al medico, però, anche nella peggiori delle ipotesi, la ghiandola non doveva destare particolari preoccupazioni. Non c’erano dunque ragioni per interpretare troppo alla lettera il sogno. Inoltre, così come era poco incline a ragionare per presentimenti, Huxley era riluttante a leggere i racconti dell’inconscio alla stregua di un messaggio cifrato. A suo modo di vedere i sogni non erano quel pullulare di significati che credevano gli psicanalisti.
C’erano tredici miliardi di cellule in un cervello umano e, considerando che il numero di connessioni intercellulari possibili in un solo secondo andavano al di là di qualunque umana computazione, le combinazioni erano infinite. In una rete telefonica di immense proporzioni capitava spesso che due fili si aggrovigliassero e qualche apparecchio cominciasse a squillare senza motivo. Pur non sottovalutando le potenzialità dei mondi evocati nel sonno, Huxley riteneva che i sognatori fossero soggetti alle inevitabili disfunzioni della complessa rete cui erano collegati.
Eppure, malgrado le sue convinzioni, se si soffermava con lo sguardo, o perfino soltanto con il ricordo, sulle foglie degli alberi, sui colori dei fiori o quello del cielo, sul il verde increspato del mare di quel mattino, un senso di dilaniante bellezza lo commuoveva fino all’annientamento. Ogni cosa sembrava carica di una intensità nuova, sul punto scoppiare per quanto era meravigliosa. Non era, quella, la prova inconfutabile che la morte si era avvicinata di almeno un passo?
La ghiandola venne asportata il 4 luglio 1962. Il responso degli esami attribuì al tessuto una natura maligna. Il medico non si sperse d’animo; continuava a confidare in un recupero completo del paziente, a dispetto della biopsia e dei sogni di Huxley che nel frattempo si erano fatti sempre più gravidi di simboli dal senso inequivocabile. Il presentimento della fine incombente teneva il passo della metastasi e, come una metastasi, allargava i suoi domini nell’anima, addentrandosi ormai, per un verso o per l’altro, in ogni tipo di pensiero, dando manifestazione di sé finanche in assenza di qualunque pensiero.
Per contro Huxley non smise di ignorare l’argomento. Come molti malati terminali, fino all’ultimo si ostinò a considerare la situazione nei termini di una fase transitoria. Perfino la sera prima, saranno state le otto, gli venne questa idea di spostarsi in un appartamento in affitto. «Tutte queste infermiere per casa. Non va bene». Pensava a Ginny e ai bambini. Non erano nel Mondo Nuovo e non era giusto imporre loro la presenza di un malato nelle sue condizioni, l’odore delle medicine, il viavai dei medici, le facce contrite, il silenzio obbligato.
«Va bene» disse Laura, «ne parlerò con Ginny che si farà una bella risata».
«No, dico sul serio. Bisogna pensare qualcosa».
Laura continuò a scherzarci sopra. «Facciamoci un bel viaggetto da qualche parte, allora».
Huxley tenne il punto. «Prendiamo un appartamento in affitto. Solo per adesso. Solo per questo periodo». Anche quella sera diede a intendere di continuare a ragionare per periodi, di credere che, di lì a poche settimane, si sarebbe rimesso per tornare alla sua vita di sempre. Le volte in cui era stato sopraffatto dalla debolezza fino a provarne spavento non si contavano più, ma l’idea di tornare alla vita di sempre era un motivo ricorrente nei suoi pensieri.
«Dobbiamo trovare un modo per accelerare questa convalescenza» aveva detto soltanto pochi giorni addietro. «Mi sento meglio, è vero. E anche la schiena va meglio, ma è così deprimente non avere la forza di fare quello che vorresti fare».
Mangiare era fuori discussione. Se provava a mandare giù qualcosa che fosse qualche cucchiaio di purè, dopo pochi bocconi cominciava a tossire per non fermarsi più. Parlava a fatica e spesso non riusciva a parlare affatto, fatica o meno. Aveva sempre la febbre e il polso alto a centoquaranta o giù di lì. Non c’era niente che andasse bene. L’unica cosa che davvero si accelerava era il peggioramento del quadro generale.
Quella mattina Huxley cominciò ad agitarsi. Il medico gli praticò un’endovenosa. Una specie di droga che avrebbe dovuto dilatargli i bronchi, farlo respirare. In passato era servito a qualcosa, ma questa volta non fece che aumentare lo stato di agitazione. Huxley non era in condizione di esprimersi, ma a tratti riusciva a implorare Laura di spostargli le gambe e le braccia, di spostarlo su un fianco e poi sull’altro, di spostare il letto.
Qualche giorno prima una giornalista europea aveva telefonato per prendere un appuntamento con Huxley. Disse che non aveva fatto seimila miglia per tornare a casa con pugno di mosche e che non sarebbe andata dalla California senza un’intervista.
«Ma se non può nemmeno parlare» aveva protestato Laura. «Il medico gli ha prescritto silenzio assoluto».
«Niente intervista, allora. Gli darò solo un’occhiata. Lo guardo e basta. Non lo stancherà mica, essere guardato».
Laura aveva messo giù senza replicare.
Guardandolo in quello stato, adesso, le venne da pensare che qualunque cose potesse sfinirlo. I medici avevano preparato Laura al peggio. Le avevano spiegato che gli ultimi avrebbero potuto essere dolorosi. Le avevano parlato di spasmi e crisi di soffocamento.
Alle dieci di quel mattino Huxley mormorò, «Chi è che sta mangiando nel mio piatto?»
Laura non aveva la minima idea di cosa stesse parlando.
«Lascia stare. Era solo una battuta».
Se ne stava andando ma, per qualche ragione, la sua attività cerebrale sembrava avere raggiunto una specie di apice interno.
Un giovane entrò nella stanza con una bombola d’ossigeno dicendo ad alta voce, «Avete sentito del Presidente Kenn…»
Laura lo zittì con un gesto della mano.
«Sono pesanti quelle bombole» mormorò Huxley. «Dàgli un dollaro».
Laura disse che glielo avrebbe dato, ma mentre lo diceva pensò che per prendere il dollaro di mancia sarebbe dovuta uscire dalla stanza e non voleva farlo, non voleva che lui morisse senza lei al fianco.
«Dàgli un dollaro» ripeté Huxley percependo l’esitazione della moglie. «Prendilo dalle tasche dei miei pantaloni, dentro l’armadio».
Huxley si acquietò per un tempo che rimase imprecisato perché in quella stanza, anziché scorrere come sempre fanno, i minuti galleggiavano in uno stagno di dolore, nel rimbombo ovattato del silenzio. Quindi ci fu una nuova richiesta. Gli mancavano le forze per parlare e fece capire a gesti di voler scrivere qualcosa. Scrisse poche parole dalla grafia quasi illeggibile, ma Laura credeva d sapere cosa Huxley stava cercando di dirle.
«Cento microgrammi di LSD intramuscolare?» domandò Laura.
Huxley fece sì con gli occhi.
di Tommaso Pincio