ADDIO SOTTO LA PIOGGIA

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Paesaggio lacustre con Pocahontas (ora in versione italiana per Zandonai Editore) era uscito il 15 gennaio 1955 sul primo numero di “Texte und Zeichen”. Per quanto defilata, la pubblicazione aveva agitato assai gli ambienti cattolici renani, finché a tarda primavera il malumore si era condensato in una denuncia per pornografia e vilipendio della religione. Il 16 agosto 1955 Schmidt riprese il penultimo capitolo del testo, lo sforbiciò di due aperçus (uno porno, l’altro osceno – secondo il comune senso ecc.), lo ritoccò in più punti, gli trovò un titolo e lo ribatté a macchina, in vista di un’uscita su qualche terza pagina che però non gli si aprì. Ora il testo è disponibile nella Bargfelder Ausgabe, 1 IV, pp. 47-48.
Günter Grass, nel discorso tenuto in occasione del conferimento a Schmidt del Premio Fontane 1964, definì Paesaggio lacustre con Pocahontas “il mio racconto preferito”. Quanto al presente inedito, torna buono quanto da Grass specificato nel discorso medesimo: “Nessuno finora ha saputo descrivere così bene la pioggia”.

Dario Borso

 
 
ADDIO SOTTO LA PIOGGIA
Le grondaie politicantavano senza tregua . . . . : «Su, vieni !»
Vagliare in parole il sondabile; burlarsi tranquillamente dell’insondabile : un albero si piegò nel luogo deserto; gli si rivoltarono tutte le foglie; uccelli neri uscirono dai rami e urlarono; al cielo, che zampillava uniforme.
Stava sempre al mio fianco, muta ed eumenide abbastanza : passi da uomo, dalle tasche della cerata sporgevano braccia oblique; nel viso di cuoio rosso una fessura schiaccianoci ghermiva ogni tanto il suo intruglio pioggia & lacrime : «Cara –»; si volse lentamente, e pianse impassibile più forte : – – – finché di botto le crollò l’intero viso, in gonfiori, in angoli rossi, ellissi auricolari; l’asse per lavare della fronte – poi si strappò di traverso, con un suono corvino, che scosso poggiai la tragica maschera alla guancia, premei, cullai; ancora il suo lamento faceva voltigare rebbi neri attorno ai nostri capi.
Un segnavia ci barcollò legnoso incontro, allargò ruffianesco tre bracci imbellettati : per ciascuno di essi la pioggia passò a noi cortesemente il filo di seta grigia. Ah, la greve risacca dell’aria ! Un battello di nebbia scialuppò a lungo nel porto erboso, e naufragò poi esitante sotto gli alberi. Acqua lallò da strega sotto il nostro salto, e ci riempì la scarpa di carezze torpidamente gele. Lasciò cadere mani assieme a dure lacrime nelle acque nere; la sua voce strisciò al suolo; le spalle uno poteva tirarle a sé, il viso non ancora.
(Spostò con cura tutte le limacce al sicuro ( ?). Una ad una. E stette scossa davanti alla spiaccicata.)
Un cavallo nero balzò dalla nebbia e ci ruggì contro. Al decollar del vento : intorno agli alberi ronzarono subito farfalle verdi e grigio peltro, tutte sazie di nuvole; e tornarono sui rami e riposarono sfinite. Lentamente cedevano i suoi capelli, già pioggia e vento palpavano le baracche delle nostre chiome. «Laggiù c’è un paio d’alberi».
Tronchi neri e bagnati : pioggia tesseva a pettine; nebbia si preparava a fare; l’aria grigia lavava lenta intorno. Ci rannicchiammo con occhi appannati nel fulvo letto d’aghi; ramaglia sopra, humus sotto, matto chi l’ha provato; le mani sminuzzavano meticolose strame; continuamente urgeva orinare dal freddo : ti si seltzava in faccia; arguto malignava il vento; un pensiero lumacava laggiù, ostricava sia flaccido che cieco; poi trascinò il piatto addome di nuovo tra i cespugli. : «A cosa pensi ?». Alzata di spalle. : «Eh ?» Alzata di spalle, ma lacrime goffe. : «Vieni . .» (E riprendemmo il cammino davanti a quei veli alti quanto case, sopra la grondante palude. La pioggia formava grotte enormi attorno a noi; ciascuno si ritirava confuso nella sua. «Prap prap praps» chiamò la cornacchia viaggiatrice, dunque a occhio una miss.)
Al canale della palude : 1 foglio vuoto tentò di seguire la corrente, mentre serrata in sé traversava il ponte piatto. Accolsi la sua mano fredda rosa cera, e la ressi turbato : Ah, il male che si fa l’essere umano coi ricordi ! Là contro la parete cementata di cielo un capannone cadente, destino in doghe. Corno nebbioso della luna, specchiato sopra la palude; in ogni nostra pesta compariva acqua : «Domani devo tornare tra i bifolchi».
(L’amica, lieta delle disgrazie altrui : «Ma vi siete bagnati !»).