Niente da perdere. Tutto da guadagnare. Il vincitore prende tutto.
È in libreria La vita facile di Aisling Rawle (Edizioni e/o, 2025, pp. 368, € 19,50, con traduzione di Edoardo Andreoni).
Rawle debutta con la storia avvincente di un reality show ferocemente competitivo e sempre più pericoloso. È narrato da Lily, una bellissima concorrente ventenne attirata dalla promessa di beni di consumo di lusso e uomini sexy. All’inizio, lei e le altre nove donne dello show aspettano l’arrivo dei 10 membri maschi del cast in un bellissimo ma non ammobiliato complesso desertico.
Una distopia senza urla. Tutto è morbido, anestetizzato. Le ragazze sorridono, si truccano, competono per piacere ai ragazzi che devono ancora arrivare. Quando arrivano, sono stanchi, graffiati, ma “belli”. Il gioco è semplice: vince chi resiste più a lungo nel complesso. Ma in ogni buona competizione, ci sono regole e colpi di scena: “Potevi restare nel compound solo se, il mattino dopo, ti svegliavi accanto a una persona dell’altro sesso. Se dormivi da sola, prima dell’alba eri fuori”. Fuori, il deserto; dentro, il profumo di deodorante agli agrumi e il ronzio costante dell’aria condizionata. “la stanza profumava di fresco, come se fosse stata arieggiata e pulita di recente” in questa frase la pulizia è un modo elegante per dire controllo. “Una voce risuonò intorno a noi, limpida come il rintocco di una campana. Non riuscii a capire da dove provenisse”. La nuova divinità dell’Occidente è la voce fuori campo che spiega: “siete pregate di non rivelare informazioni personali a meno che non vi sia richiesto in una prova”.
È la stessa voce che parla ogni giorno nelle nostre vite: un algoritmo amichevole, gentile e disumano. La “vita facile” del titolo è un inganno perfetto, il lusso come pena, la bellezza come gabbia, la trasparenza come controllo. La libertà non è concessa, ma negoziata. E dietro ogni “show”, dietro ogni schermo spento, c’è una domanda che brucia: quanto siamo disposti a fingere pur di restare? E i concorrenti cosa potrebbero sacrificare per un’illusione?
La vita facile parla di persone sotto osservazione, di corpi trasformati in format. E alla fine, quello che resta è la voce della protagonista: docile, educata, disarmata. La vita facile porta il lettore al paradosso del nostro tempo intuito da Aldous Huxley ne Il Mondo Nuovo. Quello della schiavitù felice. E la vera domanda non è chi ci osserva, ma quanto amiamo essere guardati.
Un libro inquietante perché è già accaduto.
Carlo Tortarolo
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Erano arrivati dalle colline dietro al compound, a sud del campo da tennis, passando attraverso un buco nella recinzione la mattina presto. Se ci fosse

venuto in mente di fare il giro sul retro della casa, forse li avremmo visti già il giorno prima, mentre attraversavano lentamente il terreno per raggiungerci.
Erano chiaramente esausti: anche chi era messo meglio aveva le labbra screpolate, la pelle bruciata dal sole, ed era coperto di sabbia color ocra e oro. Alcuni erano in condizioni peggiori: tre o quattro avevano ferite e lividi sul viso e sulle braccia. Uno di loro, enorme e massiccio, aveva graffi su tutto il petto, un taglio profondo su una gamba, e un occhio nero che faceva impressione. Mi chiesi se qualcuno di loro avesse combattuto nelle guerre.
Con un certo imbarazzo, li accompagnammo a sedersi sull’erba: sembrarono leggermente sorpresi di non trovare delle sedie, ma non si lamentarono. Portammo loro moltissime brocche d’acqua e del cibo che avevamo preparato: toast con la marmellata, bacon, uova, fagioli al forno. Uno di loro prese una porzione di fagioli e se li versò in bocca come se fossero le ultime gocce di una tazza di latte e cereali. Avevano avuto delle provviste, ci dissero, ma non era la stessa cosa di un pasto vero, cucinato a casa. Ci sembrava quasi indecente: noi ragazze, riposate e appena uscite dalla doccia, che fissavamo i ragazzi, sporchi ed esausti, il cui sguardo saettava da una parte all’altra del compound, per poi tornare inesorabilmente a posarsi su dinoi. Pensai che il più grande dovesse avere una trentina d’anni, mentre il più giovane ne aveva al massimo venti. Anche dopo tre giorni nel deserto, erano belli. Ma lo eravamo anche noi, e ci sedemmo con la schiena dritta, lasciando che ci osservassero.
«Quanti siete?» chiesi, anche se li avevo già contati. Dovevo chiederlo, perché era la domanda più importante.
«Nove» disse uno di loro. Aveva i capelli castani tagliati con cura, occhi caldi dello stesso colore, e scottature sul collo e sulle scapole.
Uno degli uomini coi graffi sul petto, che si era presentato come Andrew, aggiunse: «Uno si è perso. Non verrà più».
«Voi quante siete?» domandò un altro.
«Dieci» rispose Mia, e calò il silenzio mentre i ragazzi guardavano le ragazze, e le ragazze guardavano i ragazzi.
«Vi facciamo fare un giro» disse Candice, alzandosi di scatto.
Sapevo cosa l’aveva spinta ad agire: lo sapevamo tutte. Era la regola da rispettare per restare nel compound, il motivo per cui la gente guardava lo show, giorno dopo giorno, e l’argomento di cui parlavano durante la pubblicità: potevi restare nel compound solo se, il mattino dopo, ti svegliavi accanto a una persona dell’altro sesso. Se dormivi da sola, prima dell’alba eri fuori. Di solito si cominciava con dieci ragazze e dieci ragazzi, ma ora c’era un ragazzo in meno, ed entro domani una di noi se ne sarebbe andata.
«Sono in troppi per fargli fare il giro tutti insieme» disse Mia. «Candice, tu prendine cinque, io prendo gli altri quattro».
Se a Candice il piano non piacque, non lo diede a vedere. Io andai con lei, e anche Jacintha. Eloise e Susie seguirono Mia. Becca e alcune delle altre raccolsero i piatti dei ragazzi e li portarono in cucina per lavarli.
Candice ci condusse verso ovest, nella parte più bella del compound, dove si trovavano il labirinto, i giardini e lo stagno.
Mi ricordavo il nome solo di alcuni dei quattro uomini nel nostro gruppo. Candice camminava lentamente, tenendo conto che i ragazzi erano stanchi, anche se si erano già ripresi parecchio, e si guardavano intorno con curiosità. Stavamo mostrando loro il compound come se ci appartenesse, e loro lo osservavano come se non l’avessero mai visto prima.
«È stato tremendo, là fuori?» chiese Candice. «Io non ce l’avrei mai fatta».
«È stata senz’altro un’esperienza interessante» disse Andrew. «Abbiamo avuto modo di conoscerci piuttosto bene. No, non tremendo, non direi, ma siamo stati davvero felici di vedervi». Lanciai un’altra occhiata ai graffi che aveva sul petto e sul viso. Pensai che lo rendessero ancora più attraente. Era di statura e corporatura media, con i capelli chiari e ricci. Quando sorrideva, gli si formavano delle fossette profonde sulle guance, che gli addolcivano i lineamenti e gli davano un’aria un po’ da adolescente. Ma aveva anche un certo non so che, una scioltezza nei movimenti e un modo di sostenere il tuo sguardo che lo distinguevano dagli altri. Candice gli camminava accanto, adocchiandolo di tanto in tanto. Di tutti gli uomini, sembrava il più alla mano.
«Ti sei ferito» dissi. «Cos’è successo?».
«Ci sono stati dei problemi» rispose. «Ma li abbiamo risolti». Mi sorrise. «È bello avere di nuovo delle donne intorno, ed essere tornati alla civiltà».
Gli altri ragazzi rimasero in silenzio. Qualunque cosa fosse successa, non avevano intenzione di raccontarcela.
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Titolo originale: The Compound
Copyright © 2025 by Aisling Rawle
Copyright © 2025 by Edizioni e/o