Alba Parietti, Da qui non se ne va nessuno

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Più che una semplice autobiografia Da qui non se ne va nessuno (Baldini+Castoldi 2019) è un taglio di carne e sangue, di inchiostro e carezze, di vento e di spifferi, di poesia e di incanto, attraverso quelle “feritoie della notte” che chiamiamo vita.

E’ un taglio netto, preciso, chirurgico come quello del pittore Fontana nella tela bianca (non in quella rossa, più nota ma più banale) della nostra ipocrisia che ci porta a vivere in un presente passato che è più trapassato che remoto.

Alba Parietti ha scritto un libro che ha lo spessore di un memoir dove il vero mondo dello spettacolo, alla fine, siamo noi che applaudiamo. E non è un caso che la parola applauso fosse usata dagli antichi romani per coprire le grida dei lapidati. Ecco Alba Parietti ci insegna a trasformare ogni nostra (tele)visione in un assalto frontale, in un’opera che non importa se sarà fallimentare o meno: importa che sia nostra.

Alba Parietti riesce a trasformare ogni parola, ogni frase in un tatuaggio d’inchiostro che si imprime nel lettore anche sotto la superficie, perché il suo è una vita romanzo, non una vita fumetto che purtroppo condanna all’oblio la maggior parte degli artisti mediati dalla tele-visione.

Un romanzo familiare dove la scrittrice racconta le proprie origini familiari, la resistenza che non è stata solo quella dei combattenti delle grandi guerre che hanno segnato l’Italia, ma anche la parabola, mai presuntuosa, di quando la famiglia non era solo una istituzione o una parvenza allargata da esibire in società, ma un luogo dove crescere, dove c’era ancora il tempo, non poi tanto lontano, di potersi davvero esprimere, dove la parola educazione veniva davvero presa alla lettera, da “ex ducere”: “portare fuori” la personalità di ognuno e non, come oggi, inculcare idee nelle teste recalcitranti dei nostri figli.

Sempre sul filo della follia, una musa che Alba Parietti rivendica spesso, come Dna di quella ribellione che la contraddistingue non solo come (p)resa di coscienza, ma come un vestito cucito addosso come le dita di un ragno che le graffiano ancora l’anima. Fanno male, ma sanno fiorire.

In fondo è la storia di una scorticata viva, che non ha mai perso il gusto di sorridere anche se nelle pagine i suoi occhi intrisi di un’amarezza folle e sublime si trasformano in inchiostro.

Non sono un critico letterario da trama, a quella pensano i narratori e Alba Parietti è davvero abile nel toccare le corde – non solo emotive- anche nei lettori che vogliono la scorrevolezza narrativa di una storia.

Dietro al racconto c’è una Donna che preferisce travestirsi da tigre non come se fosse una maschera ma un’armatura che, tra le righe, riesce ad abbandonare diventando spaventosamente vera. E in questo romanzo familiare, di rara intensità anche poetica, incontriamo esseri umani rari: dalla madre che quasi a “vediamo”, come in un ritratto caldo di un Tiepolo, allo zio Aldo un “Archimede” che trova le proprie geometrie nella poesia delle parole che non lo salvano dal manicomio e da una camicia di forza che gli costringono a indossare come se davvero si potesse vestire un uomo con la bandiera bianca della pazzia. E poi la figura del padre, uomo generoso e rigoroso ma capace di slanci affettivi non solo familiari ma per un anima che ha saputo donare come esempio a chi lo circondava; il primo amore per un “Mick Jagger” italiano, talmente era affascinante di un magnetismo capace di ricordare il ventre del mentre di una vita rock che al posto di “cantare” venne coinvolto nella strage di Piazza della Loggia a Brescia.

E poi la carriera teatrale, talento riconosciuto da un Fellini che per una volta non sembra attratto soltanto dalle donne giunoniche, la carriera televisiva: dagli esordi come modella finalista di Miss Universo, la Bellezza non delle gambe, ammirate per lo più da trogloditi solitari, ma di una anima fragilmente infrangibile.

Poi il dietro le quinte dei propri amori, con qualche concessione di troppo agli incontri del jet set (quasi una rivincita come fosse una “Alba della Resistenza”), ma soprattutto la storia di una artista che ha giocato alla “soubrette” quando, in un mondo televisivo dominato da una visione purtroppo ancora troppo maschilista, è riuscita a rivendicare per prima la dignità di Donna (S)oggetto.

Una parte che sta molto bene alla Parietti scrittrice ma che al lettore lascia la sensazione che lei stessa non veda l’ora di (di)smettere per trovare finalmente quell’amore che ha sempre cercato senza mai veramente trovare, se non nel candore pur maschile del figlio Francesco.

Perché se è vero che Da qui non se ne va nessuno è altrettanto vero che non sempre essere come non si appare serve davvero ad abbandonare quel “qui” del quale siamo ancora troppo spesso prigionieri. Alba Parietti riesce a commuoverci, perché leggendola è come confrontarsi con la figura che vediamo quando ci specchiamo.

Da qui non se ne va nessuno è una lettura rara per chi è capace di vivere la follia come una vita non in folle.

Non è facile, però si può.

E leggere questo libro può essere davvero il primo passo.

Gian Paolo Serino