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Alberto Papuzzi. Portami su quello che canta

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Portami su quello che canta, di Alberto Papuzzi e Piera Piatti, Einaudi, serie Struzzi Società a cura di Corrado Stajano, non è solo un libro: è una denuncia potente, una testimonianza civile e un documento storico che racconta una delle pagine più oscure della psichiatria italiana. Al centro della vicenda c’è Giorgio Coda, psichiatra della Certosa di Collegno, condannato per maltrattamenti e abusi sui pazienti. Già il titolo, apparentemente poetico, tradisce una brutalità nascosta: il “canto”, simbolo di vita, libertà e umanità, viene trasformato in pretesto per la punizione, in strumento di controllo, in ordine da impartire a chi esercita il potere su chi non ha voce.

Il libro ricostruisce la vita quotidiana nel manicomio di Collegno, in Piemonte, tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70, mostrando un’istituzione chiusa, lontana dagli occhi del pubblico, dove la sofferenza dei pazienti veniva ignorata o nascosta. È un luogo che rappresentava l’immagine diffusa dei manicomi: luoghi isolati, dove la “cura” si intrecciava spesso con il maltrattamento e l’arbitrio. La vicenda diventa così uno specchio delle disfunzioni del sistema psichiatrico italiano dell’epoca, e del rapporto distorto tra medico e paziente.

Oltre a ricostruire i fatti, il libro di Papuzzi e Piatti offre un’occasione per riflettere sul rapporto tra scienza, medicina e diritto, e su come l’autorità medica possa trasformarsi in abuso. Il processo a Coda rappresenta una svolta storica: per la prima volta, le vittime di abusi psichiatrici vengono ascoltate, considerate credibili e trattate come cittadini a pieno titolo. È un momento simbolico di riscatto, che segna l’inizio di una stagione di riforme e di maggiore tutela dei diritti dei pazienti, fino alla legge Basaglia e alla chiusura dei manicomi.

Il libro è arricchito da un apparato visivo di forte impatto, grazie alle fotografie di Mauro Vallinotto, Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, pubblicate anche su L’Espresso. Le immagini mostrano in modo inequivocabile le condizioni degli ospedali psichiatrici dell’epoca, contribuendo a rendere il libro non solo un testo narrativo, ma anche un documento di denuncia visiva.

La rilettura moderna di Portami su quello che canta, a 43 anni dalla sua prima pubblicazione, permette di ripercorrere non solo la vicenda di Coda, ma anche un periodo storico cruciale per l’Italia, spesso ridotto a stereotipi come gli “anni di piombo”. Attraverso interviste a Papuzzi, allo scrittore Alessandro Perissinotto, che nel romanzo. Quello che l’acqua nasconde prende spunto da questa storia, al fotografo Vallinotto e all’avvocato Gianpaolo Zancan, il libro e le testimonianze connesse offrono una prospettiva a 360°: sociale, giuridica e civile.

Portami su quello che canta è molto più di una cronaca: è un’opera che ci costringe a guardare in faccia l’ingiustizia, a interrogare il potere della scienza quando si esercita senza limiti, e a ricordare che anche chi è considerato “invisibile” ha diritto alla dignità, alla parola e alla giustizia.

Il presidente della prima sezione è Rodolfo Venditti, un giudice conosciuto per il suo rigore. Un volto lungo, pallido, aristocratico, la cui fermezza non sarà mai spezzata – durante le quattro udienze del processo – neppure da mezzi sorrisi; nell’afa che ristagna nell’aula affollata, il giudice Venditti è immobile: non si fa vento, non si scompone, non alza la voce, non ha gesti di stizza, la camicia è linda, la cravatta perfetta sotto la toga.

Di sbieco, sul banco degli imputati, Coda. La fronte stempiata e liscia, la bocca rotonda, femminea, le lenti rimandano uno sguardo indolente. Segue il dibattimento ostentando quella sicurezza che non nasce da convinzione interiore, ma da privilegi di classe. La sua posa abituale in aula è con le spalle all’indietro, un braccio ripiegato a gomito e appoggiato sul banco degli imputati per sostenere la testa.

L’insieme è di irresoluto e disdegnoso distacco.

Cosi la giustizia e la scienza si fronteggiano, l’una forte delle proprie certezze, l’altra certa delle proprie prerogative. Da una parte un settore dell’organizzazione dello Stato che eredita e riflette il carico di un ordinamento antiquato e delle sue tradizioni, dall’altra una branca della cultura Ufficiale che arrocca il proprio potere in un sistema piramidale di gerarchie e protezioni. Ma rompendo la sclerosi della prassi giudiziaria, lacerando gli schemi delle dottrine scientifiche, entrano in scena i malati, le loro vicissitudini, le umiliazioni dei parenti, le lotte dei cittadini che sono con loro. Nei domini della burocrazia, del sottopotere, dell’ autoritarismo, delle baronie e delle bardature, della mafia, delle carriere, si affaccia ostinata una piccola umanità di povera gente.

«Coda Giorgio, nato a Torino il 2 I gennaio 1924, ivi  residente, in via Gian Francesco Re 29, libero, presente, difeso di fiducia dall’avvocato Mussa, è imputato del reato di cui agli articoli 81 cpv., 572 I” e 2″ comma, 61 n. g C.P., per avere con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, quale medico dell’ospedale psichiatrico di Collegno prima e dell’ospedale Villa Azzurra poi, e pertanto pubblico ufficiale, ha maltrattato nell’ospedale di Collegno numerosissimi pazienti, persone cioè sottoposte alla sua autorità per ragioni di cura, in genere praticando loro elettroshock, massaggi transcranici e lombo-pubici, e nell’ospedale Villa. Azzurra sottoponendo numerosi bambini, anche minori degli anni quattordici, tra i quali Alberto B., a condizioni lunghe e dolorose, facendoli legare al letto per intere giornate e intere nottate, e in taluni casi, in periodo invernale, facendoli legare mani e piedi al termosifone acceso. Ciò al solo fine di punirli per infrazioni a regole disciplinari e di comportamento; usando quindi mezzi punitivi per sé giuridicamente illeciti, cagionava in tal modo a Giovanni C.,

sottoponendolo a elettromassaggi, lesioni gravi consistenti nella perdita di numerosi denti con conseguente indebolimento permanente dell’organo della masticazione. Commettendo i fatti con abuso della sua qualità di pubblico ufficiale. In Collegno dal 1956 al I” dicembre 1964 e in Grugliasco dal I” dicembre 1964 ».

Cosi si apre il processo a Coda. lo psichiatra ascolta la lettura dell’imputazione (fatta dal presidente del tribunale Venditti) in piedi, leggermente piegato in avanti come quando si ascolta una inevitabile formalità. Dietro le transenne, la gente lo scruta, cercando forse il segno di un cedimento.

Il fabbro Gentile si è trovato un posto in prima fila, insieme a un ex alcolista: deve occuparsi di tenerlo quieto.

Il pubblico ministero si chiama Trebisonna, ha sopracciglia cispose e un volto scuro. L’avvocato Mussa, difensore di Coda, soffre il caldo e fa uscire dalla toga due secche braccia nude. Quattro malati e i familiari di un giovane ricoverato si costituiscono parte civile contro Coda: li rappresentano di avvocati Gian Paolo Zancan e Bianca Guidetti Serra, protagonisti di molti processi politici. Nella stanzetta dei testimoni, i malati siedono tranquilli,

in attesa, sulle panchine di legno. Solo Francesco C. appare agitato; cammina avanti e indietro, si siede, si rialza, gesticola. Il giorno prima, una psicologa dell’Associazione malattie mentali lo ha accompagnato in macchina da Torino a Collegno: per tutto il viaggio Francesco C. aveva pianto, in silenzio.

Qualcuno mette la testa dentro, sussurra che fuori, nell’atrio, c’è un gruppetto di infermieri venuti a testimoniare in difesa di Coda. I malati fanno cenno di si col capo, come una cosa che si aspettavano e dicono senza astio: « I duttur ai pagu ». Fuori c’è anche l’infermiere Giuseppe Biasini, che non è stato sentito in istruttoria e vuole parlare al processo; sta in disparte, discosto dagli altri, pensieroso. Anch’egli guarda nella memoria. Si ricorda di una volta che lo avevano mandato a prendere un malato che cantava nel cortile, per sottoporlo a un elettromassaggio. Di quel malato – loro – non sapevano nulla. Nemmeno il nome. Coda aveva detto: Portami su quello che canta.

Francesca Mezzadri 

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