C’è un’immagine che coglie l’essenza di Alda Merini: la sua stanza. Piero Manni la descrive come un tinello-libreria-deposito di quadri, con televisore e riscaldamento sempre accesi, un luogo dove il disordine diventa metodo e forma di vita. All’inizio fa sorridere, poi rivela una verità più profonda: quella stanza è come la poesia di Alda, un universo che vive di accumulo, di immagini che si stratificano con innocenza e intensità.
In Sono nata il ventuno a primavera (Manni 2025, 112 pp., 13,30 €) diario in prosa e versi rivisto da Manni insieme alla poetessa, la sua voce si fa ancora più nitida. Emerge con chiarezza il lavorìo incessante della scrittura che per lei non è mai stato mestiere, ma destino. La sua voce, che cammina sempre in bilico tra il sacro e il quotidiano, continua a risuonare con una forza che non conosce usura. È la voce di chi ha attraversato la tempesta senza mai rinnegare la propria fragilità, di chi ha saputo fare della vita — anche la più dolorosa — una forma d’arte.
La poesia che dà titolo al libro è una sorta di autoritratto mitico. Proserpina diventa figura speculare: come lei, Alda conosce la discesa agli inferi e la luce che ne può nascere. «Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle / potesse scatenar tempesta»: la follia non è stigma, ma forza primigenia, una tempesta che apre la terra e alza il canto.
Leggere oggi la Merini significa entrare ancora una volta in quella stanza affollata e calda, riconoscere la fragilità e la grazia che attraversano le sue parole. Il dono, il disordine, la tempesta: tutto in lei diventa poesia. E chi esce da quella stanza, come sempre, porta con sé qualcosa.
Nancy Citro
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Dopo le scuole elementari, volevo entrare in convento: avevo una grande vocazione e sono andata in un convento a Vercelli; a casa si sono ammalati tutti, perché sostenevano che io avrei potuto essere una buona madre.
Io ho fatto una vita esattamente contro la mia volontà, e lì è andata persa tutta la mia spiritualità. E poi, come donna di casa non valevo un tubo, come madre nemmeno, anche se ho sempre sentito la maternità, sono una madre nata, però non una madre che spolvera, che sta attenta che il bambino non sporchi, non si faccia una macchia: sono una madre morale, mentale, custode dei figli.
Questo l’ho imparato dallo psichiatra Fornari, dal quale mi aveva mandata Manganelli. Mi ricordo che, quando andai nel suo studio, vedo entrare quattro
bambini sporchi, mocciosi e dico: Ma scusi, lei tiene i bambini così? E lui, che era un uomo severissimo, mi fa: Certo, si devono autoeducare; se uno guardava le parti intime dell’altro lui non interveniva, non diceva: Non si guarda il pisello, o altro del genere; infatti, sono cresciuti ragazzi disciplinatissimi.
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Leggevo molto. Il mio papà era abbonato al “Parigi”, aveva parecchi libri, aveva la Commedia del Doré che io gli rubavo, poi andavo sotto il letto e la leggevo, guardavo questi uomini nudi, tremendi, ritratti a capofitto, capovolti infilzati come degli spiedini. Lì ho imparato a memoria la prima cantica:
Per me si va nella città dolente…
Avevo una memoria prodigiosa, un tempo: me ne sono resa conto dopo, e l’ho esercitata molto, anche nelle scuole.
Il lirismo che è in me è sempre andato di pari passo con un’inclinazione alla musica alla quale mi hanno educata fin da bambina. Adoravo la musica, e la trovo più efficace della poesia. Durante lo sfollamento, avevo tanto tempo libero, ho incominciato a suonare il pianoforte.
Andammo via da Milano dopo il bombardamento del 14 ottobre 1943 dove tutta Milano perse la vita.
Milano era diventata un rogo, la gente scappava dappertutto e si strappava i capelli, i rifugi erano pieni di morti. Era il tempo in cui Quasimodo scriveva:
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore
coi morti abbandonati nelle piazze
Io e la mia famiglia c’eravamo miracolosamente salvati ed eravamo sfollati a Vercelli dove praticamente vivevamo nelle risaie. Passarono tre inverni tremendi in cui io stessa per potermi guadagnare da vivere andai a fare la mondina. E avevo appena dodici anni.
Mia madre era divenuta inservibile.
Traumatizzata dalla guerra non riusciva a dirigere la famiglia, mia sorella corteggiava i tedeschi e in tutta quella sarabanda molti divennero ricchi a spese dei poveri diavoli. Per un pezzo di pane avremmo venduto l’anima al diavolo.
Finita la guerra tornammo a Milano a piedi e ci accampammo nel primo vano libero trovato.
Siamo approdati qui, sul Naviglio, in un unico locale dove eravamo in cinque e si dormiva per terra; non c’erano case ed eravamo tutti di una povertà… Certo non si rubava però, ed anzi c’è stata una grande fratellanza tra tutti i milanesi, perché uno aiutava l’altro. È stato un periodo difficile, molto penoso.
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Nell’età dello sviluppo sono diventata una ragazzona, molto prosperosa, e allora ho fatto una cosa tremenda, ho fatto una poderosa cura dimagrante a base di… non mangiare, per cui mi sono guadagnata un esaurimento nervoso e sono caduta in un’anoressia potente che poi ho curato con lo shock da insulina. Era tremendo, però mi faceva recuperare il peso.
Ero una ragazza come tutte, un’adolescente che voleva piacere, ma ero piuttosto massiccia e volevo una figura gradevole.
Ora non voglio più saperne, di peso; alle volte mi dicono: Ma dimagrisci; anche se fossi una bomba… non faccio più niente.
Mi è venuta la grande cecità isterica, non ci vedevo più; per circa tre anni sono stata cieca ed ho girato tutti gli oculisti, nessuno trovava niente finché mi hanno fatto quella cura magistrale del Pentothal, che è il siero della verità; me l’hanno fatta a Torino, il primario mi ha detto: Guardi, signorina, che lei ci vede benissimo. Sono scoppiata a piangere.
Più che malattia posso dire la mia precarietà: ero una bambina molto emotiva, molto delicata, ero sempre ammalata, piacevo a stento: non ero un gran fiore di bambina.
A Villa Turro sono andata di mia volontà, non sono stata internata. I miei genitori mi hanno chiesto se volevo essere curata, loro erano molto rispettosi dei
figli, dicevano: Senti, vuoi vedere…?; non è che dicevano: Senti, adesso vai fuori dalla porta. Io ho accettato, nessuno è venuto dal manicomio a prendermi.
Le cliniche non sono i manicomi, viene tutto sottaciuto, c’è un rigore, si paga… Il manicomio è reso pubblico.
Se, in seguito, mi avessero messo in un ospizio del genere, non sarebbe saltata fuori l’Alda Merini matta. Sono uscita dopo un mese di ricovero.
In questo periodo ho cominciato a frequentare alcuni letterati.
Io ho iniziato a scrivere poesie che avevo quindici anni; Silvana Rodelli, che era cugina di Ada Negri, ne fece leggere alcune ad Angelo Romanò che le passò allo Spagnoletti. Allo Spagnoletti piacquero, tanto che ne pubblicò due, “Il gobbo” e “Luce”, in un’antologia.