Alda Merini. L’eroina del caos, di Annarita Briganti

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Alda Merini. L’eroina del caos

Una biografia di Alda Merini è come fare un puzzle, ma come scrivo nel mio nuovo libro Alda Merini. L’eroina del caos (Cairo), in libreria da oggi 24 ottobre 2019, la scatola che hai a disposizione è vuota: tutti i pezzi del puzzle sono nascosti, sparsi attorno, misconosciuti.

Bisogna scavare molto nel tutto che avvolge le icone come Alda Merini. La stessa poeta, in uno dei suoi aforismi, dice: «Da anni indago sul caso Merini». In questo, che è anche il mio primo saggio, ho lasciato parlare diverse voci, con una ventina di testimonianze inedite, un testo di Sua Eminenza il Cardinale Gianfranco Ravasi, che era suo consigliere spirituale e una delle ultime lettere scritte da Alda Merini.

Tante Alde per farne una sola, che contiene mondi e che, a dieci anni dalla sua scomparsa, ha ancora molto da darci e da dirci. Modello di libertà, esempio perfetto contro il body shaming di adesso. Una vita non sempre facile, che inizia subito con un assedio, nel periodo bellico, molto sottovalutato da chi si è interrogato sul disagio della poeta, che viene da lontano, e sulla sua produzione di versi, aforismi e memoir, legata come non mai alla sua vita.

Annarita Briganti

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Estratto da Alda Merini. L’eroina del caos (Cairo) di Annarita Briganti

Capitolo 2. La guerra è «bella» anche se fa male, ovvero (forse) un trauma nascosto

Quando Alda Merini ha dodici anni, la casa milanese nella quale vive con la famiglia viene distrutta durante un bombardamento. Lei, sua sorella maggiore e i suoi genitori passano la notte nel rifugio del palazzo, aspettano la fine del coprifuoco, risalgono in superficie e non trovano nulla, solo macerie. Perdono tutto, affrontano la prima delle tante separazioni che segneranno il rapporto della poeta con i suoi familiari e, più avanti, con le sue figlie.

È in questo contesto che, nel 1943, nasce suo fratello minore, Ezio. La poeta racconterà come si sia dovuta improvvisare ostetrica, per aiutare la madre a partorire – la ricorda che perde sangue e che urla come una pazza –, per cercare di salvare, lei ragazzina, sia la donna sia suo fratello minore.

Qui c’è un passaggio importante. La madre della poeta, la poeta stessa ed Ezio, neonato, vengono messi sul primo veicolo disponibile, un carro bestiame, tutti ammassati, e fuggono da Milano il più in fretta possibile, per paura di altri bombardamenti, di morire nel prossimo attacco aereo, ma anche perché non hanno più un tetto sulla testa, un letto in cui dormire, non hanno più niente. Raggiungono Vercelli, sperando che sia un posto più sicuro del grande centro nevralgico preso di mira dai bombardieri, e hanno ragione. Il padre della poeta e Anna, la figlia maggiore, restano invece a Milano, cercando di salvare il salvabile. La poeta ricorderà che la gente a Milano sembrava impazzita, e si può capire bene perché. È un si salvi chi può. È un tentativo di sopravvivere nell’orrore della guerra, di resistere resistere resistere, anche a costo di distruggere una famiglia. Temporaneamente o per sempre, non possono saperlo in quel momento, quando prendono la decisione di separarsi – tre in salvo, ma poveri in canna, come direbbe Merini, e due a Milano, sempre con gravi difficoltà materiali, e in più in una città sotto attacco.

A Vercelli i tre sfollati sono accolti da una zia in una cascina, tra disagi fisici e psicologici di ogni tipo: il freddo, la promiscuità forzata, la fame, unita alla sete, pochissimi mezzi, oltre al pericolo costante rappresentato dalla guerra che non è comunque lontana. Nessuno è davvero al sicuro.

Lì Alda, brillante studentessa nonché poeta in erba – come ama definirsi lei, al maschile –, è costretta a smettere di studiare. Si trasforma in una giovane mondina, cerca cibo, uova per suo fratello, sta vicino come può, data l’età e la criticità della situazione, a sua madre, che le sembra una Madonna, per la

resistenza e per la forza che sa esprimere. Questa ragazza fin da allora così coraggiosa tenta, come tutti in quel contesto storico, di sopravvivere e di aiutare i suoi cari a fare lo stesso.

Resteranno in quella stalla, in quelle risaie, in quell’esilio forzato per tre anni, ma cosa è successo, esattamente, oltre agli avvenimenti che Alda Merini stessa ha voluto raccontare e a quello che la Storia ci ha tramandato?

Il dottore Enzo Gabrici, psichiatra di Alda Merini durante i suoi ricoveri all’ex Ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano, molto presente nelle sue opere – le ha salvato la vita –, era convinto che alla base del disagio psichico della poeta, che poi l’avrebbe costretta a vivere l’esperienza manicomiale, ci fosse un trauma e che quel trauma avrebbe potuto essere collocato durante il periodo bellico.

La malattia di Merini è legata anche ad altro, sempre nell’analisi del «dottor G»: alla costrizione di una vita familiare e di uno stile di vita da lei – nata e morta poeta, poeta più di ogni altra cosa, poeta nonostante tutto, poeta per sempre – non sempre accettati, ma negli anni della guerra potrebbe essere successo qualcosa.

«Non c’è un trauma più grande della guerra» dice soltanto Laura Bertassello, nipote di Alda Merini, figlia di sua sorella Anna, a margine dell’intervista che faccio a Milano a Barbara Carniti, una delle quattro figlie della poeta, quando chiedo ai familiari più stretti di Alda la conferma di questa intuizione di Gabrici. Il dottor G la tirava fuori nelle sedute con la poeta, ma da parte di Alda Merini non ebbe mai né una smentita né una conferma.

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