Alessandro Alfieri. Rocksofia. Filosofia dell’Hard Rock nel passaggio di millennio

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Da appassionato sia di Rock che di filosofia non potevo non leggere il nuovo libro di Alessandro Alfieri intitolato, appunto, Rocksofia (il melangolo 2019). Ma è il sottotitolo, Filosofia dell’Hard Rock nel passaggio di millennio, che, come spesso accade, ci aiuta a inquadrare meglio il tema che viene trattato nelle 168 pagine di questo libretto rosso. In sintesi, Alfieri si propone di analizzare come la musica Rock (o meglio Hard Rock, comprendente i sottogeneri Grunge, Post-Grunge, Industrial elettronico, Nu Metal, Neo-Punk, Punk-Hardcore) degli anni Novanta e Duemila abbia incarnato il sentimento distintivo – lo smarrimento – di questo particolare periodo storico, attraverso, tuttavia, due impulsi opposti insiti in questa stessa forma di espressione: quello vitalistico e quello autodistruttivo. Una contraddizione che in realtà è garanzia della carica energetica del Rock, nel bene e nel male. Nel Grunge (forse il vero e proprio canto del cigno del Rock), ad esempio, ritroviamo da una parte il nichilismo apatico dei Nirvana, crogiolo della catastrofe, e dall’altra l’esuberanza dei Pearl Jam, che dalla catastrofe vogliono fuggire vittoriosi. Invero, nelle poetiche di queste stesse band, ma addirittura nei loro singoli album o brani, ritroviamo spesso la medesima dicotomia luce-ombra, che non è altro che il simbolo del paradosso esistenziale, a cui il Rock dà forma con intenti redentivi (non è un caso che i Nirvana si chiamassero proprio così). Questa contraddizione vitale va ad aggiungersi a un’altra contraddizione inalienabile della Popular Music, ma in particolare del Rock: la sua vocazione per la massa e di conseguenza l’indebolimento del suo messaggio. Se il motivo per cui si fa Rock è dettato dalla ribellione, è altrettanto vero che questa ribellione, per entrare nel mercato (e in qualche modo per esistere, permettendo a sua volta l’esistenza dei suoi esecutori), deve rispondere a determinate regole (figlie della moda, o sue creatrici). La stessa performance, con i suoi ben precisi codici estetici, racconta di un compromesso dalla cui complessità nessuna forma d’arte, e quindi di espressione, può essere esente.

Rocksofia è naturalmente consigliato a chi ha vissuto direttamente l’avvento del Terzo Millennio con il Rock nelle orecchie (più facile siano over 30), sebbene esso sia stato dichiarato morto da un pezzo. Che viviamo in quella che Reynolds, ripreso da Alfieri, chiama “retromania” non v’è dubbio, ma non è detto che, come profetizzò Cobain, il ruolo “filosofico” ed “esistenziale” del Rock non possa passare di mano a generi musicali, come l’Hip Hop, che hanno il potere di raccontare una realtà che noi non riusciamo più a capire. Direte che solo il Rock nasce dalla vera rivolta, e forse è vero, ma poi guardate che fine abbiamo fatto.