Alessandro Manzetti. Il custode di Chernobyl

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«Le variazioni consentono di esplorare le possibilità».

David Quammen, Spillover

«Prometeo è risorto? Ci stiamo lavorando, ma il nostro eroe non può ancora scendere dal letto».

Alessandro Manzetti

«Un uomo abituato al sogno viene qui a parlare di un altro, che è morto».

Stéphane Mallarmé, Bruxelles 11 febbraio 1890

совершенно секретно.

Quel giorno del 1986 ero da qualche parte dietro casa, ero a terra nascosto nell’erba. Poi venne la voce di mia madre e la fine del gioco. In casa gli occhi erano fissi davanti al televisore Geloso. Un uomo vestito di grigio con dei fogli in mano annunciava che qualcosa era accaduto da qualche parte e che era terribile. Il terrore sarebbe venuto dal cielo, come una nuvola di un colore grigio e marcio o un temporale di abbandono. Come se la pioggia ci avrebbe corroso e chiuso i polmoni. Come se i nostri giochi da bambini fossero diventati improvvisamente inopportuni e le nostre corse non avessero più senso.

L’aprile di quello strano anno fece sì che i miei dieci anni rimanessero impressi nella memoria per sempre. Nell’estate che venne il suono di quel nome ancora ci terrorizzò: Chernobyl. Da allora quando mi capita tra le mani un libro con quel nome, qualcosa inizia ad agitarsi dentro e con violenta rapidità quell’attimo mi ricorda che amo quelle sensazioni e l’orrore.

Il custode di Chernobyl di Alessandro Manzetti (Roma, 1968), neo vincitore per la seconda volta del Bram Stoker Award, è uno di quei libri dove «la bocca della creatura può assaporare già l’orrore non ancora venuto o può intuirne la venuta»*, dove lo svolgersi della narrazione ci fa assaporare la possibilità, l’enormità di una nuova progenie prima che il seme si agiti, in cui il mondo è in bilico, sprofondato placidamente nel terrore.

Questo dark thriller ci catapulta sottoterra, nel Bunker Balapan 117. Da un poligono militare la storia prende vita e «qualcosa che in realtà non esiste» inizia ad agitarsi, a guardarsi intorno, a essere inquieto. Questo qualcosa ha un nome in codice, e il suo nome è Prometeo.

La possibilità creatrice di ricombinare l’uomo, di rimodularlo, l’affascinante bellezza, la caduta di vertigine della progettazione genetica atterrisce e vivifica da sempre, come «una nuova e luminosa Sparta che splende come Vega nel denso buio della scienza tradizionale».

Da quelle possibilità, da quei tunnel di segretezza, il risultato sarà quasi del tutto estraneo ai mezzi usati per ottenerlo. L’Eva futura e il nuovo Prometeo, stupiranno il loro creatore. La loro mutazione, la loro vera resistenza, sarà il loro essere così profondamente umani.

La narrazione segue le pagine del diario del professor Petrov che si occupa della trasformazione delle sue due creature, Konstantin e Boni, la sua «pesca bianca» il suo «assolo di sopravvivenza».

L’atmosfera claustrofobia, la percezione di essere costantemente sotto controllo, l’aria pesante dei protocolli sovietici, il rumore degli stivali militari, dei formalismi, delle procedure, sono decisamente ben riprodotti nel romanzo. Così come il crescente stato ansiogeno di Petrov, che culminerà nella prima parte del libro con un “incedente”, con qualcosa che non doveva accadere, con il temporaneo trasferimento degli scienziati e del personale in altri alloggi: «Ho chiuso la porta e ho ripreso a respirare. Tutto chiaro, stanno dando una bella ripulita, derattizzando il Bunker dai mostri, e questo dannato albergo dagli scienziati di troppo». Tutti verranno trasferiti a Chernobyl.

È il 16 gennaio 1965, la centrale ancora non esiste, si vede solo «un’immensa area spazzata da vento gelido». Il lettore vede la scena, si prepara a qualcosa che ancora non comprende. L’Unità Zero che ospiterà le creature e gli uomini è sotto terra. Nella desolazione, l’abominio si muove come un verme. Petrov vedrà come in un grigio bagliore la fine di un «progetto che non esisteva nemmeno, e che ora è stato congelato dai burocrati».

Mosca. Ottobre 1971. Tutto torna nel gioco. Petrov è a bordo di una lucida Volga nera, il suo sguardo è oltre il finestrino dell’automobile. Konstantin e la sua pesca bianca sono là, sotto quello scheletro d’acciaio e cemento che in superficie mostra come sarà la futura Centrale Atomica.

In un gioco più grande di lui, il professore sarà l’esca per rintracciare Konstantin ormai fuori controllo che si aggira come un letale fantasma attorno a quel freddo e desolato bunkernyy (“bunker”). Petrov accetterà di servire ancora, lo farà per rivedere la sua Boni.

1986, Zona di Esclusione. «Ci vuole un caffè doppio, prima di continuare a scarabocchiare questi fogli bianchi». La centrale esplose e il cielo venne illuminato da un fascio di luce rosso acceso che virò al brillante. Ovunque per chilometri iniziò a scendere una polvere nera. Nell’aria uno strano odore irritò le gole e fece lacrimare gli occhi. Boni, la ragazza di Kiev, dalla sua gabbia di cemento riesce a fuggire, in attesa di essere liberata davvero, in attesa di quell’uomo che la può guardare senza essere ucciso.

Nella Foresta Rossa tra gli alberi ormai trasformati in un onda di «fantasmi di ruggine», la redenzione atomica si compirà: nelle orecchie del professor Petrov risuoneranno per sempre le parole della sua pesca bianca: «Portami via da qui».

Chiusa nella sua tomba, sigillata per sempre tra le radici degli alberi, uccisa da quei militari, da quel Progetto, che l’aveva usata e resa scintillante come una salamandra araldica, Petrov diverrà il custode di quella creatura, la cui umanità non poteva essere eradicata. «Non aver paura, ti canterò tutte le canzoni che ricordo».

Il fascino di Chernobyl, di ciò che accadde, e che questo libro ci ricorda, sta nel suo essere un’anticipazione del futuro, una eventualità terribile e possibile. La zona di alienazione è un velo caduto, un monito e uno sguardo oltre il tempo presente. È il modo il cui l’uomo e la natura sono capaci di reagire e riorganizzarsi.

Questo libro, pur essendo un’opera di fantasia, e pur con qualche difetto, non appare affatto incompatibile con le possibilità della mente umana, ne esaspera è certo i risultati, ma coglie l’essenza creatrice e visionaria dell’uomo. Il Sistema non teme la morte o il pericolo, teme di non riuscire.

Oggi, quei luoghi hanno ripreso a vivere. Gli oggetti degli uomini, le costruzioni marciscono e crollano. I reticoli d’acciaio vengono inglobati da matasse arboree, e «la marea della vita primitiva è rifluita», la foresta ha invaso nuovamente i campi dell’uomo, «gli animali da preda hanno annientato le sue greggi»**.

Edoardo M. Rizzoli

* Dylan Thomas, Lettere

** Jack London, La peste scarlatta, Adelphi, traduzione di Ottavio Fatica, 2000

 

Recensione al libro Il custode di Chernobyl di Alessandro Manzetti, Cut-Up Publishing, 2019, pagg. 180, euro 14.

 

Riferimenti:

J. G. Ballard, Foresta di cristallo, Longanesi, traduzione di Jane Dolman, 1975

A. de Villiers de L’Isle-Adam, Eva Futura, Bompiani, traduzione di Maria Vasta Dazzi, 1992