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Alesteir Crowley anteprima. I racconti della bestia

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È uscito da Agenzia Alcatraz, nella traduzione di Luca Baldoni, I racconti della bestia, raccolta di dodici racconti – alcuni inediti in Italia – scritti da Alesteir Crowley. Padre spirituale dell’occultismo e del satanismo, nonché maggiore esponente del movimento esoterico che faceva capo alla “magia sessuale”, Crowley – che si definiva “la Bestia 666”, fondò a Cefalù l’Abbazia di Thelema, che divenne sotto la sua direzione un centro di studi e pratiche delle arti magiche, fino all’espulsione dall’Italia in seguito alla morte di un discepolo. Questi racconti, pubblicati per la prima volta su riviste come “The Equinox”, da lui stesso fondata, o su “The Idler Magazine”, condensano e ripropongono tutti i principali temi del pensiero e dell’attività di Crowley, con continui richiami all’occultismo, alla magia sessuale e al mistero. Così, ritroviamo operazioni magiche ed evocazioni in Al bivio e ne La violinista, apaprizioni in Un ballo in maschera, e pagine inedite dal diario di un dottore – Il vampiro di Montrouge – ne Il cacciatore di anime. I racconti sono percorsi trasversalmente anche da sensibili variazioni espressive, che lasciano pensare che siano frutto, di volta in volta, di autori diversi, ma sempre sullo sfondo di atmosfere misteriose e criptiche, in alcuni casi derivate apparentemente da trance visionarie. Ovunque simbolismi occulti, allucinazioni, orrori e apparizioni ultraterrene sono sempre declinati attarverso un’espressività squisitamente sonora, oltre che visiva. È da notare anche che dietro i personaggi narrati spesso si nascondono persone reali, come Leila Waddell, violinista australiana amante di Crowley, Althea Gyles, illustratrice irlandese che creò molte delle copertine delle prime edizioni del poeta William Butler Yeats – che, come Crowley aderì alla Golden Dawn – o come lo stesso Crowley, che compare nelle sembianze del conte Swanoff nel racconto Al bivio.

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La stanza era annebbiata da un incenso irrespirabile: zafferano, opoponax, galbano, muschio e mirra, con la purezza dell’ultimo ingrediente come una maledizione, la beffa finale; allo stesso modo in cui un degenerato insulterebbe Raffaello mettendolo in una stanza consacrata alla dissolutezza.

La ragazza era alta e di corporatura elegante, snella come una cacciatrice. Portava un vestito aderente di seta marrone con riflessi dorati che si intonavano, senza potervi rivaleggiare, ai ricci che le incorniciavano il viso – e splendevano e sibilavano come serpenti.

Il viso era di una delicatezza greca; ma cosa vi significava una tale espressione? La bocca di un satiro o di un diavolo. Era piena e forte, ricurva due volte, gli angoli all’insù. Di un viola irato, con le labbra piatte. Il sorriso era come la smorfia di una besta feroce.

Era in piedi, col violino in mano, davanti al muro, su cui si trovava un grande pannello a mosaico; molti quadrati e molti colori. Sui quadrati c’erano delle lettere in una lingua sconosciuta.

Iniziò a suonare, gli occhi grigi fissi su un quadrato al cui centro si trovava questo carattere: N.

Era nero su bianco; e i quattro lati del quadrato erano blu, rossi e neri.

Cominciò a suonare. La melodia era pesante, dolce, morbida e lenta. Sembrava che stesse ascoltando non la musica che suonava, ma qualche altro suono. L’archetto prese a muoversi più rapidamente; la melodia si caricò di tensione e di un’eccitazione rabbiosa; accelerò ancora sino a quando fu un impeto di fiamme che divora un covne; si addolcì sinoa diventare una nenia.

Ogni volta che cambiava l’anima della canzone, lei sembrava essere esausta; come se tentasse di suonare una frase particolare, e ogni volta, perplessa, ricadesse indietro all’ultimo momento.

Né alcuna luce le illuminava gli occhi. C’era concentrazione, fatica, c’era pazienza e sforzo. E la stanza era stranamente silenziosa, indifferente al suo umore. Lei era la presenza più fioca in quella luce grigia. E tuttavia si impegnava. Si fece più tesa, serrò le labbra in una brutta espressione. Gli occhi le brillavano di – era odio? Il suono della canzone era era tutto angoscia, implorazione, disperazione – e intimava continuamente qualcosa di irraggiungibile.

Sembrò soffocare in un singulto spasmodico.

Smise di suonare; si morese le labbra, e una goccia rossa di sangue risaltò sul viola irato, come un tramonto e una tempesta. Le premette contro il quadrato, e uno sbaffo macchiò il bianco. Ebbe un sussulto, perché qualche strana fitta le aveva serrato il cuore.

Alzò il violino, e l’archetto lo incrociò. Avrebbero potuto essere le spade di due provetti spadaccini, entrambi accecati da un odio eterno.

Sulle corde faceva a pezzi la vita e la morte.

Su, sempre più in alto si librava la fenice della sua canzone; passo dopo passo sulla scala dorata della musica prendeva d’assalto la cittadella del suo Desiderio. Il sangye le imporporava e gonfiava il viso sudato. Aveva gli occhi iniettati di sangue.

La canzone crebbe, culminò – tracimò dai limiti, raggiunse la sua frase.

Lei si fermò; ma la musica continuava. Una nuvola si addensò sul grande pannello, orrenda e minacciosa. Ci fu un urlo lacerante che sovrastò la melodia.

Davanti a lei c’era un ragazzo che le cingeva i fianchi con le mani. Biondo era, rosse aveva le giovani labbra, e gli occhi blu. Ma aveva il corpo etereo come una pellicola di rugiada su un bicchiere, o la ruggine su un indumento leggero; ed era orribilmente macchiato di nero.

Mio Remenu” esclamò lei. “Dopo così tanto tempo!”.

(da La violinista)

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