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Alice Malerba. Come brace coperta

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Il pantano, quando ci finisci dentro, inzozza anche le lacrime. Hai terrore della piena del fango. Ti blocca, all’istante, e rende inservibile ogni cosa. Ti lascia addosso la puzza. Rovesci l’anima dalle ondate di nausea di una vita distrutta e da ricomporre. Il peso della responsabilità di cominciare tutto dapprincipio è troppo grande e la fatica inquantificabile. Il dolore morde la speranza. All’inizio, il fango sporca anche l’idea della salvezza, se mai dovesse verificarsi tanta grazia. Nel pantano, che non vuoi più né vedere né vivere, fai una promessa: uscire dal fango. Ripulire i pensieri di positività, di bellezza, di soddisfazioni, di riscatto, coincide con la spinta di non affondare di più nella disperazione. Voli con la volontà di cambiare. Serri i denti, sopporti e poi acchiappi l’occasione favorevole per uscire dal pantano di una vita misera. Eviti i colpi di testa che potrebbero mandarti fuori strada e cadere malamente. Non puoi commettere troppi errori, finiresti peggio di prima. Ma la responsabilità, ora, è tua. Leggi quello che ti circonda attraverso gli occhi dicono la verità, attraverso i cambiamenti, fai tesoro di ogni cosa e poi decidi. Qualcosa però la trascuri. Pretendi troppo da te stesso e dagli altri, specie dai figli. Li vorresti unici, destinati a grandi cose. Lasciare in loro una parte della tua tempra. Poi, il destino scrive un’altra storia. E tu, non puoi farci nulla. Solo accettare ciò che è impossibile scoperchiare con la rabbia.

In Come brace coperta di Alice Malerba edito da Mondadori conosci una storia di riscatto e di dolore. Polesine, 1951. Nora, dopo giorni di incessante pioggia, comprende che l’acqua si prenderà tutto ciò che la sua famiglia possiede. I Visentin sono mezzadri, gente onesta. Nora, la maggiore di tre sorelle, a undici anni ha lasciato la scuola per aiutare i genitori nei campi. Solo ogni tanto, grazie ad un amico che di nascosto le procura qualche libro, può evadere dalla durezza quotidiana immergendosi nella lettura. Dopo la grande alluvione, che ha distrutto le case, decimato le bestie e costretto molti a sfollare, la terra stessa non offre più frutti. I Visentin decidono di trasferirsi nella zona di Vercelli, dove la produzione di riso richiede manodopera da tutto il Paese. Nessuno di loro sa come è fatta una risaia. La realtà che li aspetta è più amara di quella che hanno lasciato. Sono costretti a vivere in una baracca ed a lavorare per giornate intere con i piedi immersi nel fango, lo stesso fango che di notte invade gli incubi di Nora. Sarà l’incontro con Riccardo, il figlio di un proprietario terriero del Monferrato, a permetterle di tirare fuori sé stessa e la sua famiglia dal fango. La sete di riscatto di Nora la porterà a trasformare l’impresa agricola di Riccardo in un’azienda vitivinicola sotto la sua direzione. L’ha sempre detto il padre di Nora che quella figlia, sotto l’aria mite, nascondeva il fuoco vivo, come la brace coperta di cenere.

Il romanzo ha la forza di una battaglia combattuta per cambiare il proprio presente. La narrazione poggia sul troppo desiderio di vivere con ardore ciò che la terra prima toglie e poi dona. Senza la fame del riscatto non si supera la miseria. La scrittura è asciutta, decisa, carismatica.

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