Erano due scrittori.
Che è già una di quelle frasi che, oggi prevederebbe un accordo prematrimoniale.
Elsa Morante e Alberto Moravia condividevano un’idea apparentemente nobile: la letteratura era un modo per mettere ordine nel mondo.
O, quando necessario, per rifarlo da capo ignorandolo.
Scrivevano sempre. Pensavano sempre. Vivevano, a tratti, per interruzione.
E infatti il loro rapporto nasce già con una definizione quasi burocratica: “un amore a dispetto, un amore senza innamoramento”.
Che è un modo molto elegante per dire: ci siamo scelti senza sapere bene perché, e poi abbiamo deciso di non cambiare idea.
Roma, 1936. Birreria Dreher, accanto a Palazzo Colonna. Fascismo sullo sfondo, letteratura in primo piano.
Non c’è seduzione. C’è un gesto.
Fu Elsa a scegliere Moravia.
E lo fece in modo poco negoziabile : le chiavi di casa che finiscono nella sua mano.
Fine del corteggiamento. Inizio della convivenza.
Moravia, anni dopo, prova a renderlo poetico: “fu subito l’intimità a prendere i loro corpi: fu un colpo di fulmine, un amore nato all’istante, impetuoso e travolgente”.
Dunque, il classico colpo di fulmine.
A presentarli era stato il pittore Giuseppe Capogrossi, con l’innocenza di non sapere di aver detto qualcosa di irreversibile: “è bizzarra e geniale, ha scritto qualche racconto, ti stupirà”.
Moravia la descriverà poi così: “Aveva i capelli bianchi fin da adolescente… un gran fungo su una faccia rotonda… molto miope…
uno sguardo trasognato… una faccia un po’ infantile”.
Si avviarono a una convivenza durata oltre vent’anni, con dentro matrimonio, separazione e tutto ciò che non rientra mai nei moduli ufficiali.
Ma la vera questione si chiarisce subito: non si amano nello stesso modo.
Elsa lo dice senza metafore: “A difficili amori io nacqui”.
Moravia, invece, osserva. Misura. Registra.
Il critico Cesare Garboli, li riassume così: “Era una cannibale… con lei bisognava aggredire e difendersi, addentare e lasciarsi mordere”.
Parafrasi: relazione ad alto consumo emotivo.
Il dettaglio più sospetto: le lettere
Le lettere di Moravia: abbondanti.
Quelle di Elsa: praticamente inesistenti.
Non per mancanza di scrittura.
Per strategia.
Elsa non si fidava della carta. Diceva che Alberto era distratto, sbadato, incapace di custodire le cose — quindi le lettere, meglio non lasciarle in giro.
Risultato: tutto si sposta nel Diario (1938), dove Moravia diventa una lettera sola: A.
Nel diario non c’è continuità. C’è oscillazione.
Crisi. Fine. Disperazione.
Si lasciano, poi lui torna.
E tutto cambia con una carezza.
“Pentito e tenero, sorridendo mi aveva accarezzato una guancia… quella breve carezza-sorriso diventa una grande tenerezza…”
Non serve altro.
Ma rimangono due sistemi operativi incompatibili
Elsa scrive: “Oramai ho rinunciato a essere non dico felice ma calma” – lettera a Luisa Fantini
Moravia risponde come uno che cerca ancora una spiegazione logica a qualcosa che logico non è: “le ragioni della tua infelicità sono oscure ed oscuramente espresse” – Solda, 7 agosto 1950
Ovvero: non ci capiamo, ma continuiamo a parlarne.
Capri: pausa apparente, estetica della tregua
Roma è caotica. Capri no.
Moravia la descrive come un equilibrio raro: “mi ha fornito un contrappeso di eternità…”
Elsa la vive come rivelazione continua: “scopro nuovi incantesimi che sono sorprese per me”.
Persino la vita quotidiana diventa teatro: gatto siamese al guinzaglio, gufo sulla spalla. Fricchettoni ante litteram.p
Poi la letteratura diventa carattere e un problema.
Francesco De Roberto La Capria osserva Elsa con affetto disarmato: “Elsa amava tutto ciò che è immediato e spontaneo e si sentiva fatta per la felicità…”
Cesare Garboli invece alza il livello del dramma: “posseduta… da una forza progressiva o da un demone sconosciuto”.
Lei stessa ironizza sull’ossessione: «Devo andare a casa e lasciare gli amici per scrivere di un tipo che se incontrassi nemmeno saluterei…»
Moravia prova a tradurla: “Elsa odiava la realtà… la sfuggiva come il gatto teme l’acqua…” 
E qui si capisce tutto: lui la interpreta, lei la trasforma.
La divergenza finale
Non c’è un tradimento decisivo.
Non c’è una rottura spettacolare.
C’è qualcosa di più moderno e meno romantico: due direzioni incompatibili.
Elsa scrive come se la realtà fosse insufficiente.
Moravia scrive come se fosse spiegabile.
E nel mezzo una relazione che non esplode mai, ma si consuma per coerenza interna.
In un bel libro sulla relazione Moravia/Morante, Anna Folli legge questa storia senza indulgere nel mito romantico.
Per lei, il punto non è l’amore.
È la struttura.
Un rapporto costruito su due autonomie così forti da non poter mai coincidere davvero, ma neppure separarsi senza lasciare traccia.
Non una fusione.
Non una tragedia.
Piuttosto una coabitazione tra due forme di assoluto.
E forse è questo il vero paradosso:
non si sono persi perché si sono amati poco,
ma perché si sono presi troppo sul serio — come scrittori, prima ancora che come persone.
E tra scrittori, si sa, anche l’amore è una forma di concorrenza.
Francesca Mezzadri