Ad Andrea Rustichelli non mancano certo due ingredienti fondamentali che fanno di un essere umano un grande uomo: il coraggio e l’amore. Solo grazie a questi requisiti, oltre ad una capacità di visione oltre il comune, ha potuto raccontare la sua esperienza personale di malato oncologico nel commovente Senza Biglietto – Viaggio nella carrozza 048 (Marlin Editore). Ed ora, munito dei medesimi pregi, ci regala un’altra opera “socialmente utile” con questo Superluna (Edizioni All Around), lavoro con in quale scandaglia in lungo e in largo il suo mondo lavorativo: il variegato universo del giornalismo.
Se Senza Biglietto nasce dall’amore per il valore della vita, Superluna trova la genesi nella passione viscerale per la propria professione. In entrambi i casi, è d’obbligo un coraggio ammirevole. Perché, è bene ricordarlo, Rustichelli è un giornalista del TG3 e un volto noto a livello nazionale. Ma di cosa si parla in Superluna? Basta leggere l’introduzione per capire dove Rustichelli vuole andare a parare. Denudare, squarciare il velo, ipocrita ed in buona parte inconsapevole, con il quale copriamo i nostri occhi distratti di fronte agli stimoli che riceviamo. Perché questa non è solo una denuncia della crisi del giornalismo, ma una profonda analisi di una crisi di identità generale, che sta appiattendo la coscienza critica di chiunque. Divulgatore o utente che sia. Per parlare di un problema, c’è bisogno di un contesto credibile. Siamo nella realtà quotidiana della redazione di Altro Tiggì, notiziario televisivo che ha fama di essere serio ed autorevole. Il mega direttore Bagassoni (con quel mega di Fantozziana memoria, che è tutto un programma), con il suo fare dittatoriale impartisce ordini su modi, tempi e contenuti del SUO telegiornale ai suoi sottoposti (vicedirettore, caporedattori, giornalisti). I quali, proni dinanzi all’autorità, eseguono le direttive in modo passivo. L’anomalia di turno è rappresentata da Belardelli, il giornalista idealista del gruppo, che si macera dentro, sognando un tipo di giornalismo diverso, dove un’idea ha ancora il diritto di esistere e il confronto tra le menti è considerato un bene necessario e non una rottura di scatole da evitare. Un rompipalle, questo è Berardelli. I suoi pensieri celati, masticati nei viaggi in automobile da e verso il lavoro, costituiscono l’asse portante del libro. “Perché i giornalisti, fissi a guardarsi riflessi, neppure scorgono più l’ombra delle cose: non vedono altro che sé stessi e le proprie paturnie, i paragoni tra concorrenti, le proprie convenienze e le competizioni personali. E il nostro lavoro, determinato da questo specchio, è ormai pianificato e valutato in modo autoreferenziale, sorta di camera dell’eco permanente che preclude lo sguardo sul mondo esterno e soprattutto sul servizio che dovremmo offrire ai cittadini”
L’autoreferenzialità e l’autocensura sono le piaghe più infette del sistema. Figlie più della paura di perdere il posto di lavoro, piuttosto che della pigrizia mentale o dell’arroganza intellettuale. “Il tuo pezzo, così come lo hai fatto, non va bene – diceva alterata Piumaggi – il Papa deve sferzare la curia e tutti i cardinali, altrimenti non ci facciamo nulla. Lo chiede espressamente il Direttore” E nessuno che osi neanche vagamente contraddirlo, il mega direttore. In questo clima di apatico terrore, ogni ambizione di esprimere il proprio talento, di personalizzare una notizia, interpretandola e approfondendola, diventa una chimera Ma cosa pretende il direttore Bagassoni dalla sua squadra? Il consenso, lo scalpore, il pettegolezzo? Tutto ciò che alimenta quel giornalismo wow, che attira l’attenzione e genera stupore, anche a costo di dare rilevanza a notizie inconsistenti. L’importante è che abbiano un alto potenziale di fascino morboso e, di conseguenza, commerciale.
Un altro nodo cruciale è la mala digestione del giornalismo tradizionale dell’invasione dei canali social. Un mondo complicato da capire e gestire, ma che oramai non può essere ignorato. Ne nasce così un connubio ibrido, tra tradizione e modernità, spesso socialmente inutile, se non addirittura dannoso. Un prodotto giovanilista, che a volte sfiora il grottesco. Si innesca un meccanismo perverso, dove informatore ed informato non hanno un ruolo definito. L’utente subisce la notizia e la crede importante, perché è “costretto” dal sistema a ritenerla tale. Questa è la genesi del famigerato mainstream, tanto caro al Bagassoni di turno, che si propaga nell’etere social come un virus inarrestabile. Poi, in una paradossale inversione di ruoli, è l’utente stesso a suggerire la notizia agli organi di informazione, decretandone la crucialità. Per la proprietà transitiva, ne consegue che il mondo giornalistico si nutre indirettamente dal sistema, rigurgitando infine all’utente quanto assimilato e contribuendo così alla creazione di un circolo vizioso. Una circonferenza triste, pigra e malsana, colma di cibo trito e poco nutriente per la mente. E il ruolo del giornalista? Qual è? Cosa gli resta da fare? Ne esce fuori un prodotto piatto e monosuono, pronto all’uso di un’utenza truccata da clientela, inconsapevole del proprio ruolo.
Riflettendo sulle dinamiche esposte da Rustichelli, la sensazione che dica la verità è forte. In effetti, guardando qualsiasi tg, si ha l’impressione di stare assistendo in modo passivo sempre alla stessa puntata di una serie tv. Pur cambiando stagione e vicende, sembra costantemente l’episodio del giorno prima e di quello prima ancora. Ipnotizzati da questo paradossale senso di “deja vu”, il desiderio meglio realizzabile appare quello di cambiare canale o di silenziare lo schermo parlante. E quando arriva la Superluna? La redazione di Altro Tiggì è in fermento per l’evento astronomico del decennio. C’è una concorrenza da surclassare, social da predare, politici da allisciare, un contenitore da riempire con tutto, tranne ciò che è utile alla comunità. Il futile sopravanza la conoscenza, il commercio l’utilità. Emblematica la figura del vecchio giornalista scientifico Santo Albertini, relegato ai piani bassi, in compagnia della sua scrivania impolverata, e non considerato neanche nell’unica occasione dove sarebbe stato fondamentale. Dove la sua specializzazione avrebbe avuto un senso. Perché alla direzione “delle questioni astronomiche non gliene fotte nulla” Una denuncia, a tratti sarcastica, e un’assunzione di responsabilità, quella di Andrea Rustichelli. Un grido di dolore e sofferenza, ma soprattutto un atto d’amore e uno sprone verso la riscoperta del valore di una professione troppo spesso, a torto, scarsamente considerata.
Paolo Raimondi