Andrea Vitali inedito. Il diavolo del lago di Como

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Un Andrea Vitali inedito: non solo per questo racconto che ha scritto appositamente per Satisfiction ma, anche e soprattutto, per lo stile narrativo e la collocazione cronologica. Andrea Vitali, che con le sue storie del Lago di Como, ramo di Lecco, ha conquistato milioni di lettori oltre che una fama critica che lo ha portato ad essere paragonato a Piero Chiara, in questa prosa affronta gli stessi luoghi geografici, quei paesini lacustri popolati da personaggi tanto di fantasia da sembrare reali, ma collocandoli nell’anno di grazia 1579. Andrea Vitali è un indiscusso maestro nel raccontare nei suoi romanzi (editi da Garzanti) soprattutto il ’900 visto dalla “riva opposta” (come scriverebbe il poeta Charles Wright), cioè da una posizione apparentemente marginale e non certo metropolitana (della città si sente, lontano, solo il confronto come se un capoluogo potesse essere solo evocato). Dal fascismo al boom economico con ironia ha raccontato il riverbero della Storia tra le increspature dell’acqua, di un lago sempre pronto a nascondere e ingigantire segreti e leggende. Poche volte abbiamo avuto occasione di leggere lo scrittore bellanese, di professione medico condotto oltre che bestsellerista, in racconti brevi o brevissimi. L’abbiamo iniziato ad apprezzare attraverso volumi, pubblicati dall’editore Cinque sensi, che sono piccole opere d’arte: parole che si accompagnano alle tavole del pittore Giancarlo Vitali e dove i due artisti, lontani dall’industria editoriale, riescono ancor più a comunicare la propria passione nel descrivere un’umanità sfregiata ma al contempo unica nella capacità di raggiungere vette insperate di Bellezza. Forse solo un precedente nell’opera di Vitali: un breve racconto, pubblicato nel 1997 dal Comune di Bellano con il titolo Racconto intorno alla vita di Sigismondo Bodoni. Gli stessi anni, quasi, anche se i registri narrativi sono senza dubbio diversi: se nel primo era preminente l’agiografia, in Lecco è il fantastico a predominare. Sin dallo stile che, in molti passaggi, è volutamente estremizzato per farci ambientare nel ’500 italiano, con rimandi quasi evocati ai drammi commediati da Rabelais. “Drammi commediati” come lo sono tutti i romanzi e i racconti di Andrea Vitali: dietro il sole delle parole c’è sempre l’ombra dell’inchiostro.

Gian Paolo Serino

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Andrea Vitali

Circonfuso di gran fama, giunse a Lecco, quando correva l’anno di grazia 1579, il prevosto di Gravedona, ivi richiamato dalla necessità di dar conto dell’arte per la quale s’era guadagnato la fama di cui sopra, l’esorcismo. Pastore di una parrocchia di povera gente che alla caccia, alla pesca e a sfortunati orti affidava la propria sopravvivenza, il sacerdote in questione aveva deciso di mettere al servizio del suo gregge la rinomanza conquistata grazie a un equivoco, devolvendo alle famiglie più bisognose i proventi dei suoi esorcismi. S’era guadagnato, il buon prete, tanta nomea, grazie all’esorcismo di un becco, un caprone che, rimasto chiuso nella chiesa parrocchiale durante una notte, furioso per la cattività, era andato ad impigliarsi tra le corde delle campane facendole, lugubremente, suonare nel cuore della notte. Era accorso allora lo scaccino il quale, un po’ per la suggestione dell’ora e del suono, un po’ anche per quella dei tempi, che eran bui, ancor più della notte, s’era creduto di trovarsi faccia a faccia col diavolo in persona. Era accorso quindi il sagace sacerdote che, ben più pragmatico del suo scaccino, benché uomo di chiesa e di finissimo intelletto, non aveva fatto altro che liberare il bestione dalle corde, restituendolo alla libertà. Ma, si sa come vanno queste cose. Il giorno appresso lo scaccino, forse davanti a un buon mezzo litro di vino per lenire la coda dello spavento notturno, aveva raccontato a modo suo l’avventura infernale e la voce, di bocca in bocca, di casa in casa, di valle in valle era corsa: e con essa, la fama del prevosto. Cui, ben presto, avevano cominciato ad afferire indemoniati della più varia specie: ubriachi cronici nella maggior parte, ch’ei curava raccomandando acqua di fonte; idioti veri e propri, ai cui parenti suggeriva una cura a base di carezze e amorevolezza; infelici, ai quali riversava nelle orecchie mielate parole di speranza; imbroglioni, in qualche caso, che allora s’impegnava da sé stesso a curare, immediatamente e sul posto, fornendo all’incauto tangibile prova di quanto fossero secche le sberle che sapeva menare e dure le scarpe con cui percorreva diuturnamente valli e sentieri. Ben presto la Fama, divinità che abita ai confini del cielo, della terra e del mare, ne portò le gesta ai paesi vicini né si fermò, lasciando infine agli umani, con le loro chiacchiere, di diffondere la straordinaria notizia. Il buon prete non aveva nessuna vanità e si schermiva quando lo appellavano esorcista: conosceva l’esatta natura della sua dote e del maligno temeva le arti, la subdola mascherata. Non avrebbe mai acconsentito ad affrontare il diavolo poiché se ne riteneva incapace e di conseguenza mai avrebbe accettato l’invito che in quel lontano 1579 gli giunse da Lecco ove, a quanto gli venne riferito, v’era un indemoniato che non si riusciva a liberare da Lucifero.

Mai avrebbe accettato se la richiesta non gli fosse pervenuta per tramite di un cavaliere che, comandato dall’allora podestà di Lecco, aveva risalito faticosamente la sponda orientale del lago di Como per richiederne nella lontana città la presenza e l’opera. E mai, è d’uopo ribadire, avrebbe accettato se il cavaliere, prima ancora di esternare la richiesta in presenza del sacerdote, non si fosse fermato per abbeverare il cavallo presso una fonte pubblica in Gravedona, chiarendo il motivo della sua presenza alla folla di curiosi che immediatamente l’aveva circondato, essendo un inconsueto spettacolo. Il popolo repentinamente s’inorgoglì di tanta richiesta, vide, nell’amabile prete, il proprio campione, lo immaginò cavaliere senza macchia e senza paura, e accompagnò il cavaliere fino alla dimessa dimora del sacerdote, per godere insieme a lui il trionfo del piccolo paese sulla lontana città. Che poteva fare l’umile religioso di fronte agli sguardi delle sue anime che sprizzavano gioia e soddisfazione? Che poteva fare, quando il cavaliere, con tono quasi d’ordine, gli sottopose la richiesta d’intervento a firma del podestà di Lecco? Accettò, scatenando l’entusiasmo dei suoi e rientrò immediatamente nella sua casa, mormorando tra sé: “Domine non sum dignus”. Degno, in realtà, lo era. La sua coscienza cristallina avrebbe avuto ragione non di uno ma di dieci, venti demoni. Tuttavia non conosceva le pratiche esorcistiche e, forse, non aveva alcuna voglia di trovarsi faccia a faccia col maligno. Così, mentre le ore passavano e si avvicinava quella della partenza, fissata per l’alba del giorno seguente, al tribolato sacerdote venne un’idea. Si recò in chiesa e, sotto gli occhi dello scaccino che tra tutti era il più orgoglioso sentendosi un poco responsabile di quella notorietà, cominciò a visitare ogni angolo del luogo sacro, fermandosi di tanto in tanto di fronte a quelli che aveva più cari, soprattutto là, dove aveva esorcizzato il becco. Curioso, il sagrestano a un certo punto gli chiese se per caso stesse facendo esercizi in vista dell’esorcismo che lo aspettava in quel di Lecco. Ma il sacerdote, fingendo una mestizia che non sentiva, rispose che stava salutando la sua chiesetta, i suoi remoti angoli che tanto cari aveva nel cuore: li salutava così perché, disse, temeva che non li avrebbe più rivisti. Chissà infatti se dalla città, una volta condotto a buon fine il suo compito, l’avrebbero lasciato ritornare nel piccolo paese: di buoni esorcisti c’era estremo bisogno, e soprattutto dove, come in città, le tentazioni, i visi imperano. Temeva quindi di non vedere più l’amata Gravedona, così la salutava. Lo scaccino, che mai avrebbe pensato a un simile seguito della vicenda, rimasto solo ragionò tra sé. E si convinse delle ottime ragioni che il sacerdote gli aveva appena raccontato. Vide, come fossero veri, i tentacoli della città allungarsi verso il paese, imbrigliare il sacerdote, imprigionarlo per impedirgli di tornare. No, decise, così non poteva finire. E, come la volta in cui aveva preso un becco per il diavolo, diede notizia all’osteria, dandola come cosa certa: se avessero lasciato partire il loro parroco mai più l’avrebbero rivisto. La mattina dopo, sul far dell’alba, quando l’ora della partenza stava per scoccare, fuori della casa del sacerdote, tutto il popolo era radunato, e col rinforzo di alcune schiere di rudi montanari delle frazioni che, nottetempo, erano stati richiesti d’intervento. Del cavallo dell’aitante gentiluomo che doveva accompagnare il parroco a Lecco non v’era più traccia, sequestrato per ragioni di opportunità. Con modi urbani il cavaliere venne avvisato che il signor parroco non avrebbe preso parte alla trasferta: questa era la risposta che lui doveva riportare a quei della città. Tornando, se la cosa non gli era di molto disturbo, pedibus calcantibus e magari percorrendo la loro riva, quella occidentale, col che si sarebbe documentato anche sulle bellezze di quella sponda. Fu giocoforza per il cavaliere accettare la proposta. Se ne andò maledicendo sottovoce perché nel frattempo aveva notato certi muscoli coi quali non gli sarebbe piaciuto aver a che fare. Al momento della sua partenza, a Lecco, l’indemoniato stava cominciando a sputare il primo di ben sette demoni che lo possedevano. Del cavaliere s’è persa traccia. Si narra però che, quindici giorni dopo, passando per Ossuccio conoscesse una bella fanciulla della quale s’innamorò all’istante. Volle sposarla. E volle quale officiante il parroco di Gravedona e quale testimone di nozze lo scaccino, le due persone che gli cambiarono la vita sottraendolo al dominio del suo capitano per offrirlo a quello di una moglie.

Andrea Vitali