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Andrev Walden anteprima. Maledetti uomini

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Nel suo esordio, Andrev Walden non chiede permesso. Entra in scena con una dedica che è già una lama: «Per mamma (NB: niente di passivo-aggressivo)». In poche parole, dichiara un’estetica e una postura morale. Qui l’ironia non è un cuscinetto emotivo, ma un’arma di precisione; serve a incidere, non ad attenuare. È il primo segnale di una voce che non cerca indulgenza e non concede al lettore l’alibi della distanza.

L’incipit di Maledetti uomini (Iperborea 2026, pp. 448 – € 20, traduzione di Laura Cangemi) ha la crudezza delle fiabe raccontate male: «Una volta ho avuto sette padri in sette anni». Walden sa che la semplicità è una forma di violenza stilistica. La sua prosa rifiuta il commento e affida tutto allo scarto: frasi brevi, osservazioni nette, immagini che restano perché non vengono spiegate. È una scrittura che sottrae invece di accumulare, e che proprio per questo pesa. Il dolore non è mai tematizzato; è lasciato agire, come una corrente fredda sotto la superficie del racconto.

Lo stile di Walden vive di un paradosso continuo: racconta l’orrore con una voce infantile, quasi distratta. Le scene più agghiaccianti passano come note a margine, liquidate in poche righe che non alzano il tono. Un uomo entra in casa e spacca la testa a una donna con un martello: non c’è climax, non c’è pathos, solo una constatazione. Questa nonchalance non anestetizza la violenza; la rende più reale, più indecente, perché priva il lettore di qualsiasi rituale emotivo di protezione.

A questo minimalismo tagliente si innesta una consapevolezza formale esplicita. Walden interrompe il racconto, commenta la propria costruzione, si corregge in diretta. La meta finzione, qui, non è un gioco intellettuale ma un gesto di controllo: il narratore mostra le cuciture per evitare che la storia si chiuda su sé stessa in una forma pacificata. La voce adulta convive con quella del bambino, e lo stile nasce proprio da questa frizione: due Andrew che si osservano a distanza ravvicinata.

L’umorismo è secco, laterale, spesso crudele. I padri diventano soprannomi, figure quasi da bestiario morale; i cugini spuntano come decorazioni assurde di un mondo incomprensibile. È un riso che non salva, ma illumina per un istante il disastro. Walden sa che ridere è un modo per misurare la distanza dal trauma, non per negarlo.

Nonostante la struttura dei sette padri, questo non è un romanzo sui padri. È un romanzo su uno sguardo che si forma in mezzo a uomini mediocri o violenti, e che impara a difendersi con la precisione delle parole. Durante l’intero libro lo stile resta una trappola elegante: asciutto, insinuante, implacabile. Walden dimostra che la vera maturazione, in letteratura, non passa dalla riconciliazione, ma dalla capacità di nominare il dolore senza addomesticarlo.

Nancy Citro

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Mio fratello appartiene a noi, adesso. Il Mago delle piante si è trasferito nel Värmland per farsi una nuova famiglia e non ha abbastanza tempo per occuparsi degli avanzi di quella vecchia. Mia sorella l’ha lasciata andare già prima di partire e ora dice che possiamo tenerci anche lui. Non per sempre, per un annetto. Basta che ogni tanto lo spediamo nel Värmland in modo che non si rovini del tutto.

Mi piace avere vicini i miei fratelli. Devo sacrificare la camera singola – ci dividiamo la più grande, che ogni giorno è scossa da battaglie sui confini – ma la loro presenza rende la mamma meno frenetica e più sensibile. Non ha bisogno di essere sempre in movimento e sembra che le basti fare corrente una volta alla settimana.

Ogni tanto si sdraia per terra in camera nostra e quando le chiediamo cosa vuole dice che non vuole niente. Rimane lì e basta mentre noi facciamo le nostre cose e dopo un po’ si addormenta.

È solo il Canoista a non trovarsi bene con il nuovo ordine. Detesta il Mago delle piante e sento che parlando con la mamma gli dà del parassita e probabilmente anche del ritardato mentale. Quando il Mago delle piante telefona ai suoi figli non vuole nemmeno stare in casa.

Gli è stato assegnato un orario. Se il telefono squilla alle diciotto e trenta precise, il Canoista solleva la cornetta e l’appende allo schienale della sedia nell’ingresso riservata ai telefonanti. Non chiama i figli del Mago delle piante, perché devono essere loro a tenere sotto controllo l’ora: si limita a infilarsi gli stivali di gomma, inspirare dal naso e uscire.

Se il Mago delle piante chiama in altri orari, cosa che ogni tanto fa come azione di protesta contro la regolamentazione a distanza, il Canoista riaggancia e stacca la presa. Se qualcuno di noi risponde quando il Mago delle piante telefona in orari vietati, gli sussurriamo che non deve farlo.

Una volta ogni due mesi mio fratello viene spedito nel Värmland in treno e io lo accompagno in veste di timoniere con panini avvolti nella stagnola e sciroppo di frutta in bottigliette di plastica dura e bianca. Al binario, a Karlstad, lo consegno, vengo interrogato sull’evoluzione della situazione a Stavsjö e rimonto in treno per tornare indietro.

Ogni volta che il treno riparte con uno scossone e fuori dal finestrino il piazzale ferroviario di Karlstad ricomincia a muoversi mi sento colmare da una sensazione di esaltante ossigenazione mista a una dose adeguata di terrore. C’è un buchino, nella sensazione che provo, da cui il terrore riesce a penetrare, ed è perfetto. Come quando si va in bici senza mani. A quanto pare, adoro andare in treno da solo.

Qualche giorno dopo torno a prendere mio fratello. Lui si addormenta sempre appena saliamo sul treno e si sveglia solo a Hallsberg. Io non gli chiedo mai dei giorni passati con il Mago delle piante ma a volte me ne parla lo stesso.

Un pomeriggio, da qualche parte tra Hallsberg e Katrineholm, mi racconta di aver visto nascere un fratellino e della placenta che il Mago delle piante ha seppellito nell’orto delle erbe aromatiche.

Lo guardo. Le labbra sono sottili e tirate e gli brillano gli occhi. Scoppiamo a ridere, così forte che la gente intorno ci guarda storto.

Gli dico che voglio raccontarlo io a nostra sorella.

«No», risponde mio fratello. «Glielo raccontiamo insieme.»

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