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Anna Chisari. La fuliara

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Di alcuni fatti nessuno sa niente. Si tacciono per vergogna. Spesso le vittime, prede di una spietata ferocia, portano il disonore in grembo dopo l’onta della violenza. Passa così il tempo e la verità resta sigillata anche a chi ne porta l’eredità, inconsapevole della macchia che ha addosso. I legami, pur taciuti, si riconoscono a occhio nudo. Sono chiari. Le supposizioni, nell’evidente apparenza di una narrazione che si trascina prepotente, sono la chiave di una storia costruita tra dicerie, fantasie e pezzi di verità. La vita non è sgombra di imprevisti, di dolore, di inaspettate circostanze che preparano il terreno a fatti che non si possono prevedere nemmeno se ne fiuti il fetore. Ti arriva in faccia, tutto d’un fiato, la deflagrazione di un racconto che parte da lontano, che arriva a te per discendenza, che proviene da intrecci sconclusionati. La storia in sé la ignori. Nessuno mai te l’ha svelata, crescendo così nell’approssimazione di una quotidianità che si frantuma nei punti di riferimento e che si ispessisce dinanzi alle tempeste da affrontare. Quando ti arriva addosso l’uragano di disgrazie, di cose che non puoi sfiatare con le lacrime, che ti espone al vento della rabbia, in quei momenti lì perdi il controllo. Lanci parole a vuoto pensando di segnare il destino di molti, compreso il tuo già ammaccato.

In La fuliara di Anna Chisari entri in una storia che fatta di catene e di desiderio di emancipazione. Sicilia, metà Ottocento. A Belpasso vive Gnu Ranna: questo è il nome che le hanno affibbiato in paese, insieme a quello di strega, fattucchiera, speziale. Ma la donna, prima di scagliare una maledizione su un’intera stirpe – la famiglia Baruneddu, condannata ad una vita di sfortunati amori – Gnu Ranna aveva un altro nome. Si chiamava Veneranda Balsamo, ed era solo una bambina quando è stata affidata dal padre ad una mavara che le ha insegnato come trovare le erbe giuste per curare malattie e tanto altro ancora. Veneranda impara ogni cosa, diventando così una mavara di talento, a cui tutti gli abitanti di Belpasso si rivolgono con fiducia. Quando però la figlia scappa con un Baruneddu, Veneranda decide di diventare una strega. Tutto pur di proteggerla e di tenere vicino a sé sua figlia. La donna, dalla madre, dalla nonna e da quelle prima di loro, ha ereditato una macchia che ha segnato il suo destino.

Il romanzo conquista il lettore con una storia che parte da lontano, ma che lascia traccia nella discendenza di una famiglia. La narrazione è affascinante. C’è tutta la magia di una scrittura che è poderosa, importante.

Lucia Accoto

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