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Anna Kańtoch anteprima. L’estate dei perduti

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C’era qualcosa nella sua voce, mentre parlava del ragazzo. Un tono strano, quasi d’intesa, come se condividessimo un segreto. Uno di cui non conviene parlare ad alta voce”.

È in libreria L’estate dei perduti di Anna Kańtoch (Voland 2026, pp. 384, € 20,00, Traduzione di Raffaella Belletti).

Una poliziotta vive il periodo più difficile della sua vita. Da poco suo marito è morto all’improvviso e vive un momento di crisi al lavoro perché i colleghi la trattano come se non riuscisse più a lavorare:

Come se da un momento all’altro potessi frantumarmi in mille pezzi, come se fossi anch’io già morta. Ma io ero viva, era mio marito a essere morto due settimane prima. Non ero malata, impazzita per la disperazione e neppure moribonda. Ero in lutto. Nient’altro. E certo non è poco. Ed ero in grado di continuare a lavorare.”

Un crimine efferato si consuma in un vecchio rifugio forestale vicino a Rudnik. Un ignoto aggressore attacca una famiglia di cinque persone in vacanza.

Solo il figlio maggiore sopravvive: “Quando quattro persone vengono assassinate e una sopravvive, quest’ultima è sempre sospettata”.

Anna Kańtoch cattura e mantiene l’attenzione senza effetti facili. Ogni dettaglio sembra avere un peso e trascina il lettore in una storia che cambia di continuo.

Un romanzo sull’inquietudine, con personaggi fragili e feriti, che racconta il male quando nasce, lentamente e per accumulo, dalla normalità.

Carlo Tortarolo

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Se la cavò, tuttavia non gli ci vollero dieci minuti, ma quasi venti. In effetti il posto non era segnalato da un cartello – non tutte le frazioni lo erano – ma le tre case situate lungo la strada di montagna non lasciavano adito a dubbi. Nowak scelse quella in apparenza meno trascurata e, per la seconda volta quella sera, spinse un cancelletto cigolante. La luce della torcia fece emergere dall’oscurità un giardino abbandonato e una catasta di legna addossata a un muro. L’acquazzone si era trasformato in una pioggerella leggera, in compenso si era alzato il vento e solo adesso il sergente si rese conto di quanto fosse intirizzito. I pantaloni bagnati – ultimamente un po’ troppo stretti in vita – gli si incollavano ai polpacci, l’acqua faceva ciac ciac nelle scarpe e un rivoletto gelato gli stava colando nel colletto della giacca dell’uniforme. Rabbrividì, cercando di riprendere fiato; l’aria espirata con forza formava una nuvoletta luminosa. Negli ultimi tempi si sentiva sempre meno in forma, anche se per un quasi cinquantenne era ancora discreta. 

Pensò al ragazzo seduto tranquillo in macchina – sempre che stesse davvero seduto tranquillo – e soprattutto a quanto lo attendeva dietro la porta di quella casa. Con l’aiuto della torcia trovò il campanello e lo premette fino in fondo, poi, non sentendo nulla, bussò a più riprese sul legno verniciato di bianco. La maniglia la abbassò tre secondi più tardi: troppo pochi perché qualcuno facesse in tempo a rispondere se era in casa, ma così le formalità erano state rispettate. 

Come sospettava, la porta era aperta. 

La spinse e varcò la soglia. Senza rendersene conto si aspettava l’odore di muffa tipico delle vecchie case di campagna, invece all’interno c’era un gradevole profumo di prodotti per la pulizia e cibo. Per la precisione: frittelle di patate, che Nowak adorava. 

Accese la luce e avanzò di qualche passo. 

Ehi, c’è qualcuno? Polizia! 

Nessuna risposta. Gli sfrecciò tra i piedi una sagoma grigia e il sergente sobbalzò, nervoso. Un topo, fece in tempo a pensare prima di vedere che nella stanza alla sua sinistra si era rifugiato soltanto un gatto piccolo e smunto. Le sue zampe avevano lasciato delle tracce rosse sul rivestimento di gomma. Poteva essere vernice, ma Nowak non ne era troppo convinto, perciò si diresse verso il punto da cui era corsa la bestiola. 

Più avanti, accanto alla scala che conduceva al piano di sopra, giaceva un cadavere. 

Il sergente lo esaminò scrupolosamente, mantenendosi a distanza di sicurezza. Non aveva bisogno di avvicinarsi per sapere che la vittima era morta. Nessuno sarebbe potuto sopravvivere con la testa rigirata a quel modo.  

Una donna di mezza età, di sicuro la padrona di casa. Quella che abitava qui da sola. 

E che il ragazzo seduto in auto chiamava sua madre. Eppure Piotrek non riusciva a trovare la strada di casa e un tempo doveva aver avuto un nome diverso. 

Nowak indietreggiò piano, perfettamente consapevole che non era più questione di un comune incidente o di un omicidio commesso da un adolescente emotivamente instabile. Aveva a che fare con qualcosa di molto più complicato e oscuro. Oscuro come la porta aperta della cantina, che si trovava nel sottoscala. Non scese, perché avrebbe dovuto? Sapeva cosa vi avrebbe trovato e ritenne che dovesse occuparsene qualcun altro.

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