“Il mio geniale bisnonno, che per tutta la vita aveva scritto di Lucrezio e si era sparato seduto su un armadio, doveva avermi trasmesso qualcosa del suo talento. È lui che devo ringraziare se, trovandomi in compagnia di facce da trantran, mi sento afferrare dalla forza e dallo slancio di una freccia, se mi monta dentro l’audacia di mettere la gente di fronte alla propria mancanza di ebbrezza attraverso la mia conversazione febbrile.”
È in libreria La tigre nel giardino di Anna Katharina Fröhlich (Mondadori 2026, pp. 168, € 19,00, traduzione di Giada Cassini). L’autrice presenterà il libro il 16 giugno presso la Libreria Rizzoli di Milano.
Due donne in viaggio per l’India in cerca di felicità.
Con riflessioni sulla vita e la bellezza: “Forse il peccato più grande dei belli è il loro orgoglio. Ma l’orgoglio in sé non è forse qualcosa di bello? Non è proprio l’orgoglio dell’uomo a rendere possibili rare visioni? Mr Bill avrebbe mai osato alzarsi da tavola e, nel percorrere i pochi passi che lo separavano dalla sua stanza buia, farsi scivolare dalle spalle la vestaglia lasciandola cadere a terra come uno straccio?”.
Si affrontano gli svantaggi della ricchezza: “Il talento di uscire dal mondo esteriore ed entrare in un’altra realtà non era nei loro geni. Bisogna aver sofferto un po’ di povertà, dolore o umiliazione per potervi accedere, sì, l’accesso al regno dell’immaginazione è spesso un privilegio meraviglioso per chi è svantaggiato, per i malati, gli acciaccati e gli offesi, per i perdenti e i degradati, e quindi anche per me”.
Oppure i principi di una zia saggia: “Essere poveri e regalmente liberi: era questa l’idea di felicità di mia zia, una ricetta pressoché invariata fin dai tempi di Platone”.
Una zia che trasmette un’educazione lungimirante: “Una volta capito che non avrei più ottenuto nulla, nel mondo, mi introdusse sempre più in profondità nei suoi libri preferiti, nei libri e nelle opere teatrali di Gogol’ e Molière, nelle opere di Turgenev, Tolstoj e Dostoevskij, nelle poesie di Baudelaire e nei Caractères di La Bruyère, per creare, in una compagnia di gnomi, dèi, gorgoni golose, Ore, venditori di anime, falliti, ninfe, cantori, nasi perduti, snob, arpie cacciatrici di trote e streghe, un rifugio per la mia anima dove trovare riparo per il resto della mia vita, nel caso in cui nel corso della mia esistenza si fosse rivelato vero e definitivo che non ero buona a nulla.”
Un viaggio che esplora il senso della letteratura: “Il libro può condurci dalla nostra solitudine e dal nostro dolore in un palazzo di ghiaccio o alla corte di Caterina II, può far sorgere nel bel mezzo di un pensiero suicida l’improvviso desiderio di un sandwich al cetriolo, ci consiglia di vivere senza sensi di colpa, ma ci racconta pure che solo il male arreca piacere.”
Il viaggio di due donne che per essere vive vanno alla scoperta della libertà, esplorando i confini dell’anima e dell’India.
Carlo Tortarolo
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Il lungo tavolo da pranzo, che per migliaia di serate era servito da buffet, ora era apparecchiato per due persone. Una retina tonda

copriva il mio bicchiere d’acqua per proteggerlo dalle zanzare. Dalla seconda mise en place dedussi che uno dei figli doveva ancora fare colazione.
«Goodmorning, mam. Tea? Pineapple juice?»
«Ms Bina is not feeling well» dissi, per estorcere un’esclamazione impaurita al servo Jagath, che stava accanto a me, ritto sui suoi piedi piatti, e mi guardava con un’aria indicibilmente triste da cane bastonato.
«Ms Bina verry bad. Ms Bina heaven.»
L’anta destra della porta si aprì. Dalla sua stanza immersa nella penombra uscì, come una madonna ubriaca, il figlio minore dei Bill. Un odore di nicotina si sprigionava dai suoi capelli lunghi fino alla vita, che gli ricadevano sul torace come fossero frange di cuoio. Negli occhi scuri e lucidissimi aleggiava ancora l’ebbrezza della notte precedente. Rimase per qualche secondo aggrappato allo stipite della porta, inebetito, prima di azzardare un passo nella luce intensa. I capelli non erano i soli a essere lunghi, erano lunghe anche le gambe, le braccia, le dita, la schiena e il collo. I piedi spuntavano dall’orlo di una vestaglia giapponese.
La sua bellezza oscena suscitava in me una certa soggezione. Si capiva che appena sveglio aveva ricordi piacevolissimi di se stesso, ricordi della nottata al Tony’s Bar, e si vedeva pure che aveva donne e uomini a sua disposizione, che il mondo intero era al suo servizio. La vanità gli aveva tolto ogni vergogna. Alla parete della sua stanza era appesa una sua fotografia in cui, nudo, correva come un ermafrodita con i capelli al vento verso un lago ghiacciato. A venticinque anni, Govind Singh Bill aveva servitori personali che lavoravano per lui, che correvano per lui quando chiedeva sigarette, del dentifricio o un ombrello. Amava mandarli in giro, perché già ora girava per la casa dei suoi genitori come un fotografo di fama mondiale, e sedeva in una posa contorta, a gambe incrociate, al tavolo da pranzo. Un piccolo reame era stato predisposto appositamente per lui su un vassoio: c’erano un bicchiere di succo d’arancia, una scodella piena di corn flakes, una brocca di latte, una teiera tenuta al caldo da un berretto di lana, un cestino con del pane tostato e una ciotolina di pillole colorate.
Suo nonno e suo padre avevano lavorato tutta la vita per fare di se stessi degli inglesi. Non erano mai riusciti a venire a patti con l’indiano che era in loro, ma il figlio minore di Bhupinder apparteneva alla generazione che, grazie a uno strano percorso che passava per l’America, era riuscita a scoprire l’indiano che aveva dentro.
Le fotografie tecnicamente molto valide di Govind, immagini di fiori tropicali, predatori e spiagge marine, i suoi scatti di sadhu nudi ricoperti di cenere, ai quali si avvicinava con sfacciata invadenza, il suo obiettivo puntato con avidità sui genitali allenati dei seguaci della setta, testimoniavano una nuova consapevolezza del proprio paese, sconosciuta al padre e al nonno. Ciò di cui i padri si vergognavano, il figlio lo riprendeva.
Se la sera c’erano ospiti in terrazza, Govind si aggirava tra loro con il laptop, lo accendeva al chiaro di luna e faceva scorrere i suoi film sui sadhu, con il suono della propria voce che fuoriusciva dal dispositivo. Nel frattempo, il padre versava del whisky nei bicchieri degli ospiti, buttava dentro cubetti di ghiaccio e guardava con orgoglio e perplessità quel suo figlio così bello, che fumava oppio con i sadhu, faceva esercizi di yoga, tornava a casa all’alba dopo le sue escursioni notturne e dormiva nel letto di quando era bambino, che ogni sera un servitore preparava per lui.
Govind aveva il portamento di una regina. Non aveva bisogno di turbanti o vestaglie di seta per sottolineare la sua autorevolezza. Con i jeans strappati che gli cascavano in vita, i sandali Reebok e una camicia di cotone aperta sul petto, sciabattava per casa con passo regale.
Sulla sua Harley Davidson, le chiome al vento, viaggiava per il paese da nord a sud. Si esponeva ai pericoli. Avrebbe potuto prendersi
la malaria, poteva essere derubato, picchiato a morte, violentato e tradito. Ma c’era qualcosa che lo proteggeva. I sadhu, i lebbrosi, le donne delle Andamane, gli indigeni, i fuoricasta, tutti quelli a cui si avvicinava con la sua macchina fotografica digitale erano colti da un senso di profondo rispetto alla sua vista. Ne riconoscevano la provenienza e si mettevano al suo servizio, evitando di sottrarsi al suo sguardo sfacciato. E se davvero gli fosse successo qualcosa, una telefonata alla casa paterna sarebbe bastata perché i suoi servitori si mettessero in viaggio con l’autista di famiglia e andassero a prendere il loro piccolo nella giungla più fitta o lo recuperassero sulla cima ghiacciata di una montagna.