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Anna Maria Shinnyo Marradi. Il femminile nelle tradizioni religiose: la forza di una voce

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A marzo dello scorso anno si è tenuto a Firenze il Convegno Il femminile nelle tradizioni religiose: la forza di una voce. Dialogo tra Buddhismo, Cristianesimo e Islam. Gli Atti del Convegno sono stati raccolti nel libro Il femminile nelle tradizioni religiose: la forza di una voce (Ensemble, 2025, pp. 170, €18) curato da Anna Maria Shinnyo Marradi, fondatrice e badessa del Tempio Sōtō Zen Shinnyoji di Firenze, sede italiana del monastero di Daijōji a Kanazawa in Giappone.

Per la prima volta in Italia monache religiose studiose e accademiche appartenenti a diverse tradizioni si sono confrontate sul ruolo della donna nei rispettivi cammini di fede. Un dialogo tra persone che per certo hanno la comune aspirazione alla libertà interiore, alla dignità e alla piena partecipazione delle donne nei contesti religiosi. Un dialogo che è anche un ponte tra le fedi religiose.

Dal confronto tra le diverse Tradizioni religiose, Buddhismo Sōtō Zen e Rinzai, Cristianesimo e Islam, è emerso un punto fermo comune quanto alle difficoltà del vivere al femminile un percorso religioso nelle differenti Fedi e Vie.

Il femminile è stato, nel corso della storia, al contempo sacralizzato e marginalizzato, evocato come simbolo di vita, compassione, saggezza e spiritualità, ma anche relegato ai margini delle istituzioni, delle gerarchie e dei poteri religiosi. In questo scenario, il dialogo tra le grandi religioni su questa tematica assume oggi un’urgenza particolare: non solo restituire voce e spazio alle donne nei contesti religiosi, ma anche fare emergere la forza trasformativa che il principio femminile può rappresentare per l’intera umanità.

Il femminile, ricorda Stefano Davide Bettera nella prefazione all libro, nel suo senso più profondo, non si limita a una questione di genere o di ruoli sociali: è una dimensione archetipa dell’essere, una qualità spirituale e ontologica presente in ogni persona, uomo o donna, capace di generare visioni nuove del mondo, dell’altro, del divino. La cura, l’ascolto, la relazione, l’intuizione, la capacità di accogliere e trasformare il dolore in compassione: sono tutte espressioni di un femminile che le tradizioni religiose, pur in modi differenti, riconoscono e valorizzano a livello simbolico e mistico, anche quando le strutture sociali e liturgiche tendono a escluderlo o a limitarlo. Il dialogo apertosi con il Convegno non è né un confronto ideologico né una rivendicazione, piuttosto un cammino condiviso, all’interno di queste tre grandi tradizioni religiose, che mette al centro la domanda su come le religioni possano oggi ritrovare nel femminile una risorsa viva per il rinnovamento spirituale, etico e culturale. Ciò che unisce le varie Fedi oggi non è l’unicità delle risposte bensì la potenza della domanda: quale posto ha oggi la voce femminile nella costruzione del sacro?

Il femminile, nelle sue molteplici espressioni, ci invita a rivedere il modo in cui pensiamo la trascendenza, la comunità, l’etica, la giustizia. Non si tratta solo di includere le donne, ma di ascoltare un altro modo di dire Dio, di pregare, di servire, di trasformare il mondo.

La questione delle definizioni dei ruoli femminili, maschili e altri nell’interazione tra cultura società e sistemi simbolici religiosi è stata molto trascurata. Allo stadio attuale, l’interazione tra genere e religione è un tema centrale indiscusso nello studio scientifico delle religioni nei paesi anglofoni, mentre nel mondo mitteleuropeo l’interesse per questa problematica si sta solo lentamente diffondendo. L’apporto dei sistemi religiosi nella definizione e nella distinzione dei generi è un fattore determinante per una comprensione più approfondita e adeguata della religione. Lo sguardo al genere femminile e maschile comporta un allargamento dello sguardo scientifico che non focalizza più esclusivamente le tradizioni teologiche articolate di solito in testi scritti, ma considera anche altri mezzi di comunicazione, come l’immagine e la dimensione visiva, la struttura dello spazio, il corpo e le tecniche a esso legate (abbigliamento, danza,…), la musica. Spesso, infatti, le donne sono state escluse dall’accesso alla scrittura, ma non dall’aspetto più materiale e performativo delle pratiche religiose. Riconsiderando queste dimensioni nei sistemi simbolici religiosi si riscopre un mondo spesso molto diverso da quello intellettuale ed elitario delle scritture, un mondo in cui anche posizioni minoritarie e marginalizzate assumono un ruolo centrale1.

In Europa sempre più persone dichiarano di essere spirituali, ma di non sentirsi religiosi. Che cosa significa per loro essere spirituali? E perché questa spiritualità sembra essere in qualche modo legata a un rifiuto della religione? Una delle principali ragioni che nei paesi tradizionalmente cattolici del Sud dell’Europa spinge le donne, ma anche gli uomini, ad abbandonare la religione cattolica che è stata loro trasmessa è la loro insoddisfazione con i valori, le pratiche e le restrizioni legate al genere all’interno della religione cattolica, In questa prospettiva la “religione” viene identificata come patriarcale e gerarchica mentre la “spiritualità” emerge come una valida alternativa, garante di una uguaglianza tra sessi e di un’assenza di gerarchia. Tuttavia la distinzione tra religione e spiritualità non è poi così chiara e non è facile costruire una spiritualità che sia priva di gerarchie e garantisca un’uguaglianza tra i sessi2.

Eppure sembra essere stato proprio il cristianesimo a riconoscere e valorizzare la differenza di genere e il ruolo della donna. La consapevolezza che l’umanità è fatta di uomini e di donne è frutto proprio del messaggio di Cristo3. Pur tuttavia bisogna però sottolineare che, spesso, la cristianità e i cristiani sono stati diversi dal cristianesimo. E abbiamo avuto una storia dell’eclisse del “femminile”, anche a causa di certi modelli culturali della cristianità4.

La condizione della donna nell’Islam, circa i ruoli e le responsabilità delle donne all’interno delle società di cultura prevalente musulmana, dipende grandemente da paese a paese. Le problematiche legate alla posizione della donna nella complessa e varia società arabo-islamica non sono del tutto dovute all’Islam. Grazie a esso la donna è stata elevata al rango di figlia di Dio, in un rapporto perfettamente equo rispetto all’uomo e, soprattutto, riscattato rispetto a quelle che erano le consuetudini pre-islamiche, in cui erano praticamente assenti diritti e tutele per le donne. Purtroppo, vanno presi in considerazione, ancora oggi a distanza di quasi quattordici secoli, quelli che erano i retaggi culturali degli Arabi dell’Età dell’Ignoranza, così come delle popolazioni che vennero in contatti con loro5.

Buddha è noto come colui il quale trascese razze, genere, nazioni, caste. Dopo aver accettato che le donne si unissero all’ordine, egli diede loro piena libertà. Oggi la via della liberazione vede uomini e donne sullo stesso piano evolutivo e gli ordini monastici buddhisti femminili stanno conoscendo un periodo di sviluppo, grazie anche alle numerose donne occidentali che hanno scelto gli insegnamenti del Buddha come guida per un impegno spirituale e sociale6.

Le testimonianze raccolte nel libro da Anna Maria Shinnyo Marradi sono voci femminili che raccontano dall’interno la religiosità e la spiritualità della loro Fede o Via. Non sono necessariamente voci “al femminile”, nel senso che il loro narrare non è in contrapposizione con quello maschile o al maschile. E forse risiede proprio in questo la loro grande forza: nel creare legami e percorsi, condivisi o meno che siano, che perseguono un obiettivo e non oppositivi verso qualcosa o qualcuno.

Il genere non è definito da qualcosa che l’individuo è, piuttosto da qualcosa che l’individuo fa secondo differenze non biologiche ma costruite e standardizzate culturalmente. Il genere è, dunque, una costruzione sociale e culturale in base alla quale nascono delle aspettative riguardo al comportamento degli individui7. Il percorso spirituale e di vita delle relatrici/narratrici del libro, nonché il Convegno e il percorso intrapreso insieme non è altro che la dimostrazione di quanto sia reale la teoria di West e Zimmerman e tutti gli studiosi i quali focalizzano su un percorso personale, individuale prima che collettivo, di liberazione e non di discriminazione.

Irma Loredana Galgano 

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1D. Pezzoli-Olgiati, Prospettive di genere nella storia delle religioni, in Animali Simbolici a cura di M.P. Ciccarese, EDB – Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna, 2007.

2A. Fedele, Che genere di spiritualità? Riflessioni antropologiche su donne, maternità e spiritualità nei paesi tradizionalmente cattolici del Sud dell’Europa, in Religione e Società, vol. XXII, 2017.

3A. Ales Bello, Sul femminile. Scritti di antropologia e religione, a cura di M. D.Ambra, Città Nuova, Roma, 2004.

4G. Invitto, Il femminile tra antropologia e cristianesimo. La lettura di Angela Ales Bello, ESE – Salento University Publishing, 2005.

5L. Scopel (a cura di), La figura della donna nelle religioni, EUT – Edizioni Università di Trieste, Trieste, 2012.

6L. Scopel, op.cit.

7C. West e Don H. Zimmerman, “Doing Gender”, Gender and Society, 1,2, 1987.

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