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Anne Michaels. L’abbraccio

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Ci sono dei libri che ti spiazzano, ti portano fuori dalle coordinate tranquille di una storia, e ti conducono in un territorio ubiquo, intimo, quasi trascendente.

Anne Michaels fa questo: racconta storie che mescolano immagini visionarie e avvenimenti storici. La leggo da quando è uscito “In fuga” dalla fine degli anni 90, un tempo che faccio fatica a ricucire e ad adattare al momento che stiamo vivendo. La sua scrittura ha un modo di parlare che risuona nella mia cassa toracica, in un modo che mi consola e mi atterrisce. Quando la leggo mi sento dentro le sabbie mobili della nostalgia, uno struggimento che ha a che fare con l’essere dentro uno spazio-tempo abitato da fantasmi. Ogni riga della Michaels sfugge dalla pagina e si trasforma, evapora, traccia una sorta di sentiero dentro territori emotivi nascosti.

Purtroppo, non è una scrittrice prolifica, la sua parola è una parola che ne porta dietro altre, ma solo se necessarie. È una di quelle rare persone che non scrivono se non hanno da dire. Quando lo fanno è per ricordare ai lettori che siamo piccole, infinitesime scaglie di materia lanciata in un mondo organico, e che comunque siamo connessi ai nostri vivi e ai nostri morti, e al tempo che verrà, alla piega incerta del sorriso dei nostri nonni, alla voglia di vivere del nostro bis nipote, in un tempo devastato dall’avidità e dalla guerra. Con questo romanzo, finalista al Man Booker Prize 2024, ritorna sulle tematiche che le sono care, su come il tempo scende a compromessi con i ricordi, su cosa resta dei vivi quando smettono di esserlo.

In fondo già si sa che il tempo non è una grandezza lineare, e che quello che tocchiamo, anche gli oggetti, respirano la vita della persona che li ha indossati e hanno il sapore della perdita e della felicità dentro di loro, se solo riusciamo a portarceli al viso, alla bocca.

Alla fine della Prima guerra mondiale, steso in un campo di corpi straziati, John parla con il suo amico appena morto, gli occhi ancora aperti con l’azzurro scolorito di chi non vede, e gli racconta i suoi progetti, sperando di riuscire a tornare a casa. Quanto ritorna al mondo che ha lasciato non è indenne, il suo cuore e parte della sua anima sono colmi di un dolore che non riesce a spiegare, e che lo porta a chiudersi in un mutismo emotivo con la moglie, Helena, una pittrice che comprende il dolore del marito, pur non riuscendo a superare la distanza che gli incubi di lui seminano tra loro. John è un fotografo e si accorge di un fenomeno piuttosto singolare, quando sviluppa le sue lastre: dagli acidi della camera oscura, impresse nella fotografia, oltre ai visi delle persone ritratte, c’è spesso una persona che non avrebbe dovuto esserci, una madre morta prima del ritorno del figlio dalla guerra, un giovane papà che sbircia le guance rosse del figlio neonato.

Queste fotografie riconciliano chi è vivo con il rimorso di aver mancato il saluto, l’abbraccio. I morti rilucono sulla carta, cauti, indugiano un attimo per salutare, per rammentare a chi guarda che non tutto termina con la fine del contatto tra i corpi.

Per John le persone ritratte diventano l’espressione del dolore che riacutizza il suo senso di colpa per essere sopravvissuto. Si lascia portare via dalla corrente, gelida, prima di sapere di aspettare un bambino, anzi una bambina, Anna. Helena, la moglie, vivrà senza più toccare un pennello o una matita, decisa quasi a punirsi per aver creduto nella panacea universale dell’amore. Sarà l’incontro casuale, molti anni dopo, con un giovane pittore a rimettere in moto il suo mai sopito bisogno di creare, di dipingere il mondo, le imperfezioni e la crepata bellezza che entra nel nostro campo visivo. Anna diventerà un medico, e così pure sua figlia Mara, un medico attivo nelle zone di guerra, dove in mezzo alla morte della compassione e alla follia, troverà Alan, un giornalista investigativo, e insieme proveranno a salvarsi a vicenda dalla paura della solitudine, da quella difficoltà e impotenza che blocca le braccia, quando salvi un bambino per vedere l’ospedale saltare in aria dopo poche ore.

Attraverso quattro generazioni, passando attraverso fughe ed espulsioni dall’unione Sovietica, vediamo lo sgranarsi di piccole storie sullo sfondo della Grande Storia. Legami fragili. Umanità che cerca di resistere alla morte, alla paura della dissoluzione, al bisogno di non tacere di fronte all’orrore.

In questa peregrinazione tra l’inizio del ‘900 e il nostro presente, ancora così pieno di odio, di possibilità di perdita della ragione, la narrazione della Michaels ci dice che nonostante sia pochissimo il tempo che abbiamo a disposizione, non esiste altra possibilità di salvarci che non sia l’Amore per i nostri simili. La gentilezza casuale, i gesti che sembrano distratti e non lo sono.

Su quella curva del tempo, in ginocchio, potrò forse vedere io, per un attimo, il sorriso di mio padre, prima che il bambino che era venisse inghiottito da un Guerra che ricordiamo ma che non ci ha insegnato nulla? In quel punto curvilineo ci sono io, che aspetto.

Il bombardamento strategico degli ospedali, per dimostrare quanto è inutile salvare vite in una zona di guerra, inutile come chiudere la falla nello scafo di una nave sul fondo dell’oceano. Che storia sta scrivendo ora la guerra sui nostri corpi?

La guerra che si sta scrivendo su questi corpi, sul corpo di questo bambino, verrà letta come viene sempre letta la guerra: da estraneo a estraneo, da genitore a figlio, da amante ad amante. E anche se è possibile tornare alla propria città, anche se non la si è mai lasciata, sarà una storia raccontata come la si è sempre raccontata: lontano da casa.

Pensi che sia possibile-chiese Mara-che il bene sopravviva abbastanza da durare più a lungo, da aspettare, da resistere, mentre il male si consuma?”

Era una domanda da filosofo, una domanda da genitore, una domanda da amante. Era una domanda da dottore? Alan non ne era certo.

No, disse.

Sapeva che nessuno poteva entrare o uscire adesso. Anche lei lo sapeva. Era un segreto tra loro, che tutti e due conoscessero lo stesso fallimento, che anche se fossero tornati indietro, laggiù da qualche altra parte, non sarebbero durati un giorno. Sarebbe stato una sorta di suicidio; non erano più freddi come il ghiaccio. L’avrebbero sempre considerato un fallimento?

Rimasero stesi l’uno accanto all’altra. Alan sapeva con tutta l’anima di amarla.

Forse, disse.

Chi può dire cosa succede quando siamo ricordati?”

Marilena Votta 

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