Anteprima. Barth David Schwartz. Pasolini Requiem

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Lo scrittore e saggista (americano) Barth David Schwartz arriva in libreria per La Nave di Teseo con l’opera Pasolini Requiem (a cura di Paolo Barlera con la collaborazione di Alberto Pezzotta) consegnando ai lettori un testo fondamentale su una delle figure più discusse della cultura italiana.

In questo libro di 848 pagine, ricchissimo di dettagli, definito dal The New York Times come “La migliore biografia di Pasolini” l’autore Barth David Schwartz, basandosi su interviste condotte da chi conosceva bene Pier Paolo Pasolini, amici, ammiratori ma anche detrattori, introduce Pasolini a sempre nuove generazioni di lettori, offrendo un ritratto completo e inedito del suo genio eclettico e multiforme.

Intrecciando l’analisi delle opere e delle interviste realizzate, Barth David Schwartz racconta la vita e l’opera di Pier Paolo Pasolini, da poeta di provincia a romanziere di successo, la sua vita a Roma, il suo impegno civile, il suo passaggio alla regia sino a giungere all’enigma ancora irrisolto della tragica scomparsa che da oltre quarant’anni rappresenta una ferita aperta nella storia culturale di questo Paese, il cui contesto di allora viene in questo libro indagato e raccontato con grande precisione.

In Pasolini Requiem, Schwartz racconta le incomprensioni e le polemiche con gli intellettuali di quegli anni, che spesso vedevano in Pasolini un “corsaro” sempre temuto dagli intellettuali di sinistra come di destra, ricostruisce lo scandalo e la persecuzione di cui Pasolini fu oggetto da parte dei media, mostrando le numerose contraddizioni e gli inevitabili equivoci riguardo la sua figura. Ne risulta un ritratto letterario e storico di un artista solo, nel suo genio.

Barth David Schwartz ci consegna “un libro prezioso” come è stato definito questo Pasolini Requiem da Roger Ebert, Premio Pulitzer per la critica, un’opera di inestimabile valore che con accuratezza e abbondanza di particolari può introdurci nel multiforme universo di uno dei più grandi artisti e intellettuali del ventesimo secolo.

Silvia Castellani

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Di seguito un estratto di Pasolini Requiem (da oggi nelle librerie) concesso in esclusiva da La Nave di Teseo a Satisfiction.

La famiglia Bravi aveva riservato quel ponte di inizio novembre per un meritato riposo. Ormai alla sera faceva freddo ed era prevista pioggia. Alle otto era buio, e tirava vento. Il giorno dopo Aldo, Anna, le figlie e i nipoti sarebbero andati a mangiare nella loro casa di campagna, a Moricone, e a raccogliere la frutta ancora rimasta sugli alberi. Il ristorante sarebbe stato chiuso fino a martedì 4 novembre, che allora era ancora una festività: il giorno della vittoria dell’Italia nella prima guerra mondiale.

Il ristorante di Aldo e Anna Bravi in piazza dei Sanniti nel quartiere di San Lorenzo a Roma, nel 1976. Fotografia: Dino Pedriali.

Quando, un po’ prima delle nove, una coppia pagò il conto e se ne andò, Anna uscì sul marciapiede per abbassare la saracinesca; la lasciò un poco sollevata da terra, per invitare i possibili avventori a rivolgersi a qualche altro ristorante.

Aggeo Savioli e sua moglie Mirella Acconciamessa, tra gli ultimi clienti rimasti, scrivevano per “l’Unità”, lei alla cronaca, lui agli spettacoli. I due hanno ricordato quasi ogni dettaglio di quel che accadde verso le nove di quel sabato sera; avevano chiesto il conto, pronti per andare a Trastevere a vedere uno spettacolo (“qualcosa di underground”), che Aggeo doveva recensire. A un certo punto, da sotto la saracinesca, spuntarono un paio di pantaloni e di stivaletti: qualcuno che conosceva i proprietari voleva entrare. Anna ha ricordato che fu il fratello a chiamarla, certo di avere riconosciuto gli abiti di uno dei clienti fissi del locale: “Anna, c’è Pasolini” (e non “Anna, c’è qualcuno fuori”). Affrettatasi a sollevare la saracinesca e visto che era effettivamente lui, lo invitò a entrare. A Pasolini piaceva chiacchierare con Anna, che parlava un romanesco incontaminato. Quella sera, lo invitò nella loro casa di Viterbo a partecipare a una partita di calcio di beneficenza che si sarebbe svolta lì vicino.

Acconciamessa pensò di avere l’occasione per uno scoop, un’intervista esclusiva. Di Pasolini si scriveva su quotidiani e riviste quasi ogni giorno: articoli di cronaca, interviste, interventi critici dei più importanti scrittori italiani che tentavano di rispondere alle sue provocazioni. C’era poi il crescente scandalo del suo ultimo film; Salò non era ancora uscito, ma stava già suscitando vivaci polemiche su quanto fosse violento e pornografico, su quanto spingesse al limite quella “tolleranza” che Pasolini condannava come puramente formale, sempre falsa, niente più che “una forma di condanna più raffinata”.

Si sapeva poco di sicuro, ma coloro che sostenevano di avere informazioni riservate sostenevano che quanto era avvenuto sul set blindato di Cinecittà fosse quanto di più scioccante avesse mai girato un regista di fama, e rientrasse nell’ambito della pornografia più che in quello del cinema destinato a un largo consumo. La gente sosteneva che l’omosessualità, il sadomasochismo e il nichilismo fossero autobiografici.

La giornalista non avrebbe potuto chiedere di meglio che trovarsi con lui in quel piccolo ristorante, all’ora di chiusura, con la possibilità di tirar fuori le giuste domande sulla sua versione del “dare scandalo”. Avrebbe dovuto semplicemente avvicinarsi e chiamarlo come fanno i romani, con il solo cognome; probabilmente lui si ricordava del colloquio che avevano avuto tre anni prima, ai tempi dei Racconti di Canterbury. Ma all’ultimo momento, così dice, cambiò idea. Ricorda di averlo guardato e di avere deciso di concedergli un attimo di serenità da tutte le controversie che lo circondavano continuamente, dall’indignazione che sembrava “attaccata come una seconda pelle sulla sua faccia di cinquantatreenne”. Così lo salutò semplicemente, accennando all’ultima volta che si erano incontrati. Voleva essere sicura che si ricordasse di lei; ne sarebbe venuto fuori un bel pezzo, la prossima volta.

Anna li interruppe per sapere se Pasolini aspettava qualcuno o se avrebbe mangiato da solo. Rispose che, sì, aspettava compagnia da un momento all’altro: Ninetto Davoli, sua moglie e i loro due figli. Dopo di che tornò di nuovo fuori, passando sotto la saracinesca non del tutto rialzata, come se volesse aspettare Ninetto tra le macchine parcheggiate in piazza dei Sanniti.

Solo allora le donne cominciarono a parlare di lui. Vicine alla porta, ma lontane abbastanza da non farsi sentire, lo guardavano di spalle, sotto un lampione e nei riflessi al neon del cinema dove davano un film con Catherine Deneuve, Due prostitute a Pigalle. Anna e Mirella ironizzarono che Pasolini stava forse aspettando qualche altro ragazzo con cui filarsela e “mettere le corna a Ninetto”. Il loro era un affettuoso scambio di approvazione, un duetto comico mozartiano, eseguito senza pregiudizi e negli stessi termini che avrebbero usato se Pasolini fosse stato, con le donne, un dongiovanni dei più incalliti.

Quando Ninetto si sposò, Pasolini disse a Moravia e alla sua ex moglie Elsa Morante che avrebbe voluto morire. Fece tutto quel che poteva per impedire il matrimonio, ma Ninetto era un ragazzo normale, voleva avere una moglie e una famiglia. Pasolini continuò a scritturare Ninetto per i suoi film, con parti di spicco in tutti e tre i film della Trilogia della vita, ma non in Salò. Il progetto successivo lo avrebbe visto assieme a Eduardo De Filippo in un film ambientato a Napoli, Parigi e New York. Ne avrebbero dovuto discutere quella sera.

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