Anteprima. Carter E. Everett introduce “Una splendida figliola come me” di Henry Farrell

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In esclusiva per Satisfiction l’introduzione di Carter E. Everett a “Una splendida figliola come me” scritto da Henry Farrell, in libreria da oggi con  La Tartaruga edizioni. 

La trama vede Carter Everett, professore di sociologia all’Università della California, interessarsi al caso della giovane e avvenente Camilla Bliss, nell’ambito di un progetto di ricerca sulle assassine. Camilla è in prigione da due anni per omicidio. Inizia una serie di interviste fra il giovane docente e la criminale, durante le quali quest’ultima racconta la propria storia. Cresciuta in una famiglia disgraziata e incestuosa in un borgo sperduto dell’Arkansas, fuggita poi con il sogno di diventare una cantante, Camilla ha usato la sua capacità di seduzione per manipolare molti uomini, ma le cose non sono andate come sperava: si è vista infatti accusata di un omicidio che non aveva commesso. Soggiogato dalla confessione della sua interlocutrice, Carter Everett riesce a farle ottenere la libertà vigilata, se ne innamora e tenta di sedurla. Non può sapere che la sciagura circonda questa femme fatale dell’America rurale, dove il sogno americano non è mai arrivato.

Da questa commedia nera François Truffaut ha ricavato una versione cinematografica di grande successo. Ad ogni modo Farrell era già noto negli anni Sessanta per altri noir, tra cui Che fine ha fatto Baby Jane? anch’esso portato sul grande schermo e interpretato da Bette Davis e Joan Crawford. Oggi La Tartaruga ripropone questo classico di Farrell nell’accurata traduzione di Sergio Claudio Perroni.

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Introduzione

Quella che segue è l’accurata trascrizione di un passo della lettera con cui la signora Camilla Bliss rispondeva alla mia iniziale richiesta di incontrarla nel Penitenziario femminile di Los Angeles e di registrare su nastro le interviste che costituiscono gran parte del seguente Studio. La signora Bliss, bianca, originaria dell’Arkansas e condannata per omicidio, si trovava in stato di detenzione da oltre due anni e stava per compierne ventuno.

La sua lettera, che, per la natura e lo scopo dello Studio, non era stata sottoposta alla consueta censura carceraria, diceva tra l’altro:

se vuoi venire qui e scrivere comè che o incasinato tutto e sono finita dietro alle sbarre a me mi sta bene. mica mi possono fare più di quello che manno già fatto per quello che dicono che o fatto perciò adesso ti racconto tutto e magari capace che mi serve per avere la libertà sulla parola un poco prima. mi sa che ti posso dire un sacco di roba perché ora a stare dietro alle sbarre ciò avuto molto tempo di capire cosè succeso e comè che ho incasinato tutto. la verità è che la Società mà lasciato fuori quando cera da avere i diritti umani e nessuno mà dato la mia parte. e così manno lasciata svantagiata. cera scritto così sui giornali. capace che lai letto. presempio io non ciò mai avuto manco 1 cosa col colore che volevo manco una pattumiera fatta di plastica. che di questi tempi mica è roba di poco. quando cominci il percoso della vita senza manco 1 cosa carina da guardare allora per forza finisci sulla strada sbagliatta pure se ti sforzi di no. perché a me la Società me là voluto mettere in quel posto a partire da subbito. perciò non ciavevo manco 1 possibilità. il risultato è che sono qui dietro alle sbarre come un aminale nella gabbia e se tanno detto che gli sta bene che vieni qui come ai detto nella lettera allora mi sta bene pure a me che vieni.

Ho deciso di usare come Introduzione dello Studio queste parole scritte dalla signora Bliss poiché, a mio avviso, forniscono una decisiva chiave motivazionale della personalità di base del Soggetto. Esse infatti sembrano indicare, più di ogni altra dichiarazione o frase raccolta nello stesso contesto, il reticolo implicito di tensioni, impulsi e coazioni che l’hanno indotta a commettere l’oltremodo bizzarro delitto per il quale è stata processata e condannata.

Per i consueti motivi, i nomi di molte delle persone citate nello Studio sono stati cambiati. Le loro dichiarazioni, tuttavia, sono autentiche.

Carter E. Everett

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Di seguito un breve estratto del libro.

Questo Studio, nella sua impostazione originaria, era stato concepito come progetto di ricerca collegato alla mia attività didattica in qualità di professore associato di Sociologia presso la University of California di Los Angeles. Era previsto che consistesse nell’indagine dettagliata, perlopiù tramite interviste registrate, del retroterra fisico e psicologico di un gruppo sperimentale di venti omicide californiane e dei rispettivi delitti.

Le interviste avrebbero coinvolto non solo i Soggetti stessi ma anche i parenti stretti e altre figure che li avessero influenzati durante l’infanzia o in seguito, in particolare insegnanti e amici intimi, essendo questi i più facilmente fruibili alla luce delle limitate risorse finanziarie dello Studio. L’auspicio era che i dati così raccolti consentissero di individuare chiaramente paralleli significativi e condizioni comuni che avessero portato ciascun Soggetto all’abietto eccesso di uccidere un altro essere umano.

Ulteriore condizione era che le venti omicide avessero tutte concepito e commesso il loro delitto durante la media o tarda adolescenza. Una particolare attenzione andava dedicata alla ricerca di ogni possibile punto di contatto tra gli omicidi ed eventuali esperienze di acuta frustrazione, fisica e/o emotiva, subita dai soggetti nella prima infanzia o pre-adolescenza. Altri aspetti del problema complessivo andavano indagati e integrati nel rapporto man mano che si rivelavano.

Quanto sopra, come indicato, enunciava il piano originario dello Studio. Sembra quindi assai opportuno esprimere qui un certo rammarico per come alla fine la ricerca sia stata necessariamente circoscritta all’indagine su un singolo Soggetto. Spiace altresì che sia mancato il tempo di effettuare una valutazione molto più approfondita del materiale raccolto, come risulta evidente dagli scarsi e a volte inesistenti appunti relativi alle singole interviste. Sono tuttavia sicuro che in molti riterranno l’analisi del caso di Camilla Bliss, pur nella sua forma attuale, abbastanza emblematica da giustificarne la pubblicazione. In ogni caso, è fortemente auspicabile che dalla sua divulgazione derivi un clima di maggiore comprensione per tutte le figure coinvolte.

Il delitto perpetrato da Camilla Bliss, molto pubblicizzato e persino, in un certo senso, popolare, è stato caratterizzato da una persistente unicità a partire dal momento iniziale e fino al truce epilogo della sua bizzarra esecuzione. In altre parole, questo particolare delitto è stato, a un livello difficilmente riscontrabile nella letteratura specifica, l’espressione diretta, spontanea e naturale della personalità di base di chi l’ha commesso. È quindi per questo motivo che ho scelto la signora Bliss come primo soggetto di indagine. Ovviamente, il mio interesse è stato molto stimolato anche dagli innumerevoli articoli e fotografie pubblicati da quotidiani e riviste, così come dalla massiccia copertura televisiva dedicata all’arresto e al processo della giovane donna.

© 2020 La Tartaruga edizioni Baldini+Castoldi s.r.l.