Anteprima. Christian Frascella. Cadaveri a sonagli

Home / Anteprime / Anteprima. Christian Frascella. Cadaveri a sonagli
Christian Frascella. Cadaveri a sonagli

Nello shaker un mix di pericolose voglie fa un cocktail davvero esplosivo. Principale ingrediente: un distillato di dilettantismo e improvvisazione. Non tutti sono esattamente tagliati per il crimine. Eppure Gianni, Rocco, Lea e Nicola, per poter finalmente svoltare e prendersi la vita che meritano, decidono di mettere in scena il “Grande Colpo”, in realtà lo spettacolo a tratti macabro più spiazzante e imprevedibile della loro vita. Peccato però che qualcosa non va secondo copione. Così, intorno a una misteriosa morte dopo una tentata rapina finita decisamente male in una villa delle Langhe, s’incrociano le vite di un marito fedifrago che desidera a tutti i costi liberarsi della ricca e noiosa moglie, di una coppia di ladruncoli, di un operaio mezzo “sbarellato” sempre più insofferente ai capricci del suo cane, che convive da un annetto con la compagna Stefania anche se il suo non è esattamente un grande amore e abita nel condominio di quelli che non ce l’hanno fatta a fare i soldi coi vitigni, di un sovrintendente di polizia che ha tanto da svelare e perfino di uno spregiudicato accertatore dell’assicurazione. A mandare tutto di traverso ci pensano: un telefono che squilla al momento sbagliato (London Calling dei Clash che suona nella tasca destra, con la chitarra elettrica di Mick Jones impossibile da spegnere, è anche la parentesi in cui Nicola capisce di essere finito nel “Padre di tutti i Casini”), un anello di smeraldo da rubare, un misterioso video girato col cellulare che salterà fuori all’improvviso a inchiodare il colpevole, pericolose fughe, incidenti quasi mortali, morti vere, affannose indagini e confessioni inevitabili.

Christian Frascella, già autore di Mia sorella è una foca monaca candidato al Premio Viareggio e di altri romanzi di successo, compresi tre episodi strettamente legati al genere poliziesco con protagonista l’iconico investigatore Contrera, torna oggi in libreria con Cadaveri a sonagli, esordio nei Gialli Mondadori, di cui Satisfiction presenta in anteprima un estratto. Una commedia del crimine che, danzando a pieno ritmo, intrappola il lettore in un sorprendente slalom di imprevisti e fatalità tra le colline del Barolo.  In questo romanzo ritornano gli antieroi di periferia che Frascella fotografa a tutto tondo nei suoi romanzi. Personaggi sgangherati, imprigionati in una vita sbiadita che non li soddisfa, comparse che guardano dalla finestra ma che un bel giorno decidono improvvisamente di scendere in campo per stravolgere la propria condizione esistenziale e sociale attraverso azioni estreme e mal riuscite. Un atto di coraggio improvvisato che, come una lama, trafigge gli stessi personaggi che diventano essi stessi vittime delle loro azzardate follie ma che si finisce poi quasi per assolvere perché, in qualche modo, anche se non proprio nel migliore dei modi, ci hanno comunque provato a vivere, sporcandosi le mani.

Elena Orlando

#

Di seguito l’estratto da Cadaveri a sonagli di Christian Frascella.

«Venga» udì la voce del sovrintendente che la chiamava. erano passati quasi venti minuti da quando l’aveva parcheggiata lì in sala d’aspetto. Nel frattempo, dora aveva sentito entrare un altro individuo che parlava al telefono ordinando «i soliti due caffè con brioches, una al cioccolato e una alla marmellata, possibilmente di albicocche e non di pesche» e poi la porta di un ufficio si era aperta, aveva sentito il sovrintendente che salutava «Donati, buongiorno», poi l’uscio si era richiuso dietro il nuovo arrivato, aveva udito delle risate sommesse e uno strano «Good morning, sir».

Dopodiché le voci erano calate di tono, forse perché il sovrintendente si era ricordato della donna in sala d’attesa e aveva detto al collega di parlare più piano. dora aveva aperto la finestra che dava sul caliginoso mattino di ottobre, aveva aspirato qualche boccata dalla sigaretta elettronica e aveva guardato per la prima volta da una certa altezza il centro del paese. Le strade asfaltate che si incontravano con le pietre della piazza, una fontana da cui sgorgavano scintille di acqua, il minimarket dell’anziano curioso, due anzi tre vinerie, due ristoranti, una taverna con gli infissi dorati e che si chiamava appunto Taverna dorata, altre botteghe, un negozio di borse e scarpe, un tabaccaio. e, svettante su tutto, il campanile della chiesa che riusciva a vedere solo per un terzo.

Sapeva che Santa Margherita alle Langhe era in pendenza, le case costruite nel corso dei decenni le une sulle altre, i palazzi dei meno abbienti a est, in mezzo il Tanaro, e dall’altra parte, sparse a macchia di leopardo tra il marrone spumoso degli alberi, i campi gravidi di brina e i vitigni coltivati, si trovavano le ville, alcune delle quali sfarzose, perché il quindici per cento della popolazione possedeva l’ottanta per cento della ricchezza del paese.

Ma almeno qui non c’erano le periferie, i quartieri abbandonati dalle istituzioni, movimenti di coca e soldi, il cinismo della sua Torino. Qui Dora poteva forse trovare un senso. Forse.

«Venga» la voce del sovrintendente.

Chiuse la finestra e poco dopo entrava in un ufficio che versava in uno stato di disordine completo, con le sue scrivanie e i tavoli contro la parete ingombri di scartoffie, e anche le sedie, compresa quella che l’agente scelto Donati – considerando la divisa e il grado – si apprestava svogliatamente a sgomberare per farla accomodare.

Due computer, una stampante, un triste quadro che rappresentava un grappolo d’uva appeso alla parete accanto al calendario di uno dei ristoranti in piazza. Il resto dell’ufficio era tinteggiato di giallo, e una grande finestra esponeva la stessa vista della sala di prima.

«Prego» disse donati, indicandole la sedia liberata, ancora con i faldoni in mano, indeciso su dove andare a piazzarli. era poco più che ventenne, biondo, il naso storto, strane chiazze rossicce sul viso e sul collo, palestrato, la divisa che gli stringeva un po’ sul torace.

Dora sedette.

Il sovrintendente capo aveva tolto la giacca, anche se nella stanza faceva freddo, e arrotolato le maniche. Si passò le dita sui baffi cascanti e, dopo avere digitato qualcosa al PC, finalmente la degnò della sua attenzione.

«Allora, mi diceva?»

«Mi chiamo Dora Baron. Quarantanove anni. di Torino. Ma vivo a Raorle.» era un paese a venti chilometri da lì. Il sovrintendente parlò a donati. «Stai prendendo le generalità per la denuncia?» «Non aspettiamo Nardini?»

«Nardini è in malattia» abbaiò il suo superiore. Donati sospirò. «Okay, okay. Ma di solito delle denunce si occupa Nardini.» «Vuoi chiamarlo e metterlo in vivavoce e farlo lavorare da casa con la febbre mentre tu ti giri i pollici?»

«Okay, no.»
 «okay oppure no?»
 «Oa bene» tornò all’italiano l’agente scelto.
 Dora dovette ripetere i dati personali, punteggiati dallo stanco e lento digitare di donati.
 «E allora mi accennava a un problema di stalking.» Guardò il sottoposto. «Lo sai come si scrive?» domandò sarcastico.

«Con la k e senza la c» rispose l’altro, immusonito. «Ci scusi» tentò di ritrovare la serietà il sovrintendente. «Sta studiando inglese per entrare nella CIA.»

«Non è vero.»
 «Zitto, adesso. diceva?»
 «Frequentavo un uomo, a Raorle…» riprese Dora.

«Mi scusi se la interrompo: ma a Raorle c’è una caserma dei carabinieri. Come mai non si è rivolta lì?»

«Posso rivolgermi solo alle autorità del mio comune di residenza?»
 «Be’, sarebbe normale.» Si appoggiò allo schienale.

Dora abbassò gli occhi. «Avevo paura che qualcuno mi vedesse e gli dicesse di avermi visto andare dai carabinieri.»

«Quello che le consiglio, comunque stiano i fatti, che abbia ragione o meno sulla sua situazione, è di rivolgersi a loro. vede, sono sul territorio, conoscono le persone giuste. Magari uno dell’arma può andare a parlare in via ufficiosa al suo molestatore o presunto tale.»

«Non so se sarebbe la cosa migliore da fare. A Raorle tutti…»

«Sì» la interruppe, «tutti conoscono tutti. Ma non è forse un bene? Piccolo paese, più persone sanno e meglio è per lei.»

Dora lo fulminò con lo sguardo, ma lui non se ne avvide, troppo occupato a controllare se l’ultima passata di mano sui baffi avesse lasciato dei residui di pelo. «In che senso?»

«La denuncia diventa di pubblico dominio più velocemente, signora… Bàron.» «Baròn. E con questo?»

«Dalle mie parti si dice: se lo sa il prete, lo sanno tutti. E, nel caso, il suo stalker si ritroverebbe additato da chiunque. Magari gli passa la voglia.»

«È così che succede?»
 «Spesso.»
 Lo vide chinarsi e il ronzio di una stufetta si insinuò nella stanza.
 «Ma perché non volete che lo denunci qui, scusi?» Anche Dora si appoggiò allo schienale. «Non è la stessa cosa?»

«Scusi, capo» si intromise donati. «Ma tutta questa parte la devo riassumere nel verbale?»

«Ma ci sei o ci fai? Stiamo solo parlando, non scrivere niente, non rompere le palle. Fa’ così: quando ti faccio segno, tu digita. Quando ti faccio un altro segno, smetti.»

Donati parve pensarci un po’ su. «Sì, ma quali segni? dovremmo, come si dice, concordarli.»

«Allora te lo dico a voce!» tuonò il superiore. Poi guardò l’ora sul quadrante dell’orologio, e scosse la testa, come a significare che non aveva nemmeno attaccato e già era sommerso di problemi da risolvere.

«Allora» concesse alla fine. «Ci racconti un po’ di questo suo molestatore. Nome, cognome, residenza se la conosce, lavoro se lo conosce, e poi quali sono i motivi della denuncia.» La gente non ha altro da fare, sembrò aggiungere con quell’espressione indurita, che molestare donne di mezza età grassottelle; o le donne grassottelle non hanno niente di meglio per passare la mattinata che entrare nel suo ufficio a denunciare la gente.

Dora pronunciò nome e cognome del tizio, disse che era appunto di Raorle, non sapeva dove lavorasse. Gli spiegò dei vari appostamenti fuori dall’ufficio in cui era impiegata, delle telefonate continue senza che il molestatore facesse altro che… «ansimare» concluse.

Il sovrintendente, che aveva controllato se donati stesse ascoltando e stilando il verbale, la stoppò con il palmo della mano, come fosse la paletta del vigile dalla parte del rosso. «Che tipo di ansimi?»

«Versi inequivocabili.»
 «Inequivocabili in che senso?»
 «Sessuali.»


Dora scorse con la coda dell’occhio il giovane agente insaccarsi nelle spalle e nascondersi dietro al monitor, trattenendo con ogni evidenza un sorriso o un’esclamazione poco felice.

«Insomma, questo tizio è come se al telefono, mentre parla con lei, compisse atti di… autoerotismo?»

«Per quei pochi secondi in cui all’inizio lo ascoltavo, mi pare di sì. Poi ho smesso di rispondere. Ho chiesto all’operatore di cambiarmi numero, ma ancora niente.»

«E lei è sicura di non conoscerlo? di non aver, diciamo così, e non mi fraintenda… è certa di non aver incoraggiato gli atteggiamenti di questo signo…»
 Fu interrotto da un paio di bussate alla porta. «Avanti!» era una giovane cameriera del bar, col vassoio, due caffè e due brioche.

«’Giorno, sovrintendente Cosma» quasi lo canzonò lei, poggiando sulla scrivania il tutto.

«Grazie, Noemi» fece lui, arrossendo. «Paghiamo a fine settimana, come sempre. Tu segna.»
 «Non segno mica io. Segna il padrone.»

«Salutamelo.»
 «Ciao, donati» fece ancora la ragazza carina, bruna e dal fare impertinente, coi capelli legati in una coda che le svirgolava sul collo a ogni sillaba. Quell’altro rispose con tono gutturale, frettoloso. Lei uscì ancheggiando.

Cosma la guardò uscire. Ci fu una strizzata d’occhio da parte della ragazza? Forse. Ma sicuramente il sovrintendente avvampò il doppio. Dopodiché, come se Dora non esistesse più, come se si fosse disunita in pulviscoli buoni solo per essere indirizzati verso il cestino, afferrò una brioche e diede un morso avido, con le briciole e la marmellata che gli si incastravano negli amati baffi. Bevve il caffè con sguardo intento, proprio quando donati si alzava dalla sua postazione e si appropriava della sua parte di grassi e caffeina, rimanendosene in piedi accanto alla scrivania del suo capo come un alunno poco volenteroso alla cattedra.

«È così che si chiama lei?» domandò Dora dopo un po’. «Cosma?» «Esatto.» Rimasugli tra i denti.

«Ed è così che raccogliete le denunce delle donne spaventate che si rivolgono a voi?» Il tono di Dora era salito di un paio di ottave.

I due in divisa smisero di masticare.

«Spedendole altrove? Facendole dubitare di se stesse? Guardando il culo delle cameriere e mangiando e bevendo?»

«Senta» disse Cosma, improvvisamente ritornato nel suo ruolo di tutore dell’ordine, appoggiando ciò che rimaneva della brioche sul vassoio e spazzolandosi le mani. «Non è questo il modo di rivolgersi a…»

Lei infilò una mano nella tasca della giacca, aprì una piccola custodia e mostrò il distintivo che si trovava all’interno. «Ispettore capo Dora Baron. Se aveste controllato, avreste saputo del mio arrivo proprio oggi. vengo a prendere il comando di questo posto di polizia.»

A entrambi gli uomini il mento finì quasi per toccare il pomo d’Adamo.

© 2020 Mondadori

20/10/2020