Anteprima. Dörte Hansen. Tornare a casa

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Mio cognato è un meccanico molto bravo. I guasti delle macchine li sente a orecchio. Poi approfondisce, fa la diagnosi con il computer, ma raramente sbaglia. È una questione di esperienza e di sensibilità.

Con i libri succede lo stesso, quando ne hai letti davvero tanti. Se una storia è buona, se funziona, lo capisci subito.

La prosa di Dörte Hansen in questo suo Tornare a casa, edito da Fazi Editore, tradotto da Teresa Ciuffoletti e da domani nelle librerie, ha un suono che senti anche se leggi a voce bassa, come un sussurro di torrente nella tua testa.

Non è una cosa che si può spiegare facilmente, piuttosto è una sensazione che v’invito a provare.

Potremmo semplificare, dire che questa è la storia di un uomo sulla soglia dei cinquant’anni che torna nel paese dove è nato per ritrovare se stesso.

Sarebbe corretto, tutto sommato, ma ci perderemmo il meglio.

Perché Ingwer Feddersen proviene da Brinkebüll, un paesino della Germania settentrionale che sembra Twin Peaks, anonimo e montano, i cui abitanti hanno dimenticato il tempo continuando a coltivare la propria eccentricità.

Sarebbe corretto, se Ingwer non fosse il figlio di padre incerto di Marret la pazza, che entra in casa d’altri come il vento auspicando la fine del mondo.

E lo sarebbe se Ingwer non completasse un triangolo malsano da vent’anni, con i suoi due coinquilini Ragnhild e Claudius.

Un triangolo da cui sta cercando di prendere le distanze, con difficoltà perché smontare la struttura degli affetti significa perdere l’orientamento.

Per tutti questi motivi è difficile prendere questo libro da un lato solo, piuttosto assomiglia ad uno di quei poliedri serrati come un pugno, compatti e dalle tante facce, che sta in piedi meravigliosamente grazie alla scrittura di Dörte Hansen, scrittrice con un talento straordinario.

A mio avviso, all’interno di questo universo così variopinto e incantevole, tra queste valli di cui senti l’odore e persino la brezza, spicca come un gioiello la storia dei tre coinquilini.

Il loro non è un amore travolgente e giovane alla Jules e Jim, ma una faccenda complessa tra persone adulte.

E in questo particolare, nella capacità di considerare tutte le pieghe del loro rapporto malato, il passato dei personaggi, le loro differenze culturali, che il romanzo trova il suo elemento di novità. Tutta la tenerezza di tre anime alla deriva, che non s’incastrano per nessun motivo al mondo eppure si tengono stretti di fronte all’inevitabile fine, come cuccioli al macello.

Bellissimo il capitolo della festa dei cinquant’anni di Ragnhild. In questo frangente la Hansen ci trascina in un’atmosfera borghese e trasandata degna di un racconto di Delmore Schwartz. Qui il gusto per la descrizione grottesca si mischia con i dialoghi affilati, i tic dei presenti alla festa, le loro pose. La vita borghese contaminata da quel trio che della bohème non ha nulla, se non l’ostinazione e la tristezza di chi si ostina a non voler crescere.

E, mentre si muovono, mentre interagiscono, ci sembra di averli tutti già visti altrove, incontrati in altre feste, altre pagine. Nelle sapienti mani della scrittrice, il professor Ingwer sembra tramutarsi nel William Stoner di J.E.Williams; Ragnhild l’architetto, la figlia ribelle e intrattabile del diplomatico Dieffenbach nella Marla Singer di Palahniuk; e Cassius il sognatore che non trova la sua strada, in uno tra Andy e Dag di Generazione X, ma è come se guardassimo dentro questi personaggi scoprendo cose di loro che non sapevamo, o che non erano stati in grado di mostrare nelle precedenti incarnazioni.

Cose di loro che possiamo capire e che ce li rende belli come raggi di sole su un letto di neve, e amabilmente – detestabilmente – umani quanto i nostri colleghi di lavoro, i nostri vicini, noi.

Pierangelo Consoli

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Di seguito un estratto in esclusiva da Tornare a casa di Dörte Hansen, dal 25 giugno nelle librerie. 

Nessuno sapeva usare un vaso Koi in porcellana di Fukagawa come posacenere o rovesciare del vino rosso su un vecchio tappeto di seta fatto a mano con la stessa disinvoltura di Ragnhild Dieffenbach. Lasciava vestiti sulle sedie e pile di giornali sul tavolo della cucina, di solito non rifaceva neanche il letto al mattino. A volte, quando era sovrappensiero, stava seduta a tavola composta, come probabilmente si era soliti fare nella sua famiglia. Appena se ne accorgeva sfilava subito l’indice dal manico della sua tazza di caffè e la prendeva con entrambe le mani, appoggiando i gomiti sul tavolo o tirandosi indietro sullo schienale con un ginocchio al petto. Pareva sempre che dovesse costringersi a fare così.

A un certo punto Ingwer aveva capito che lei doveva allenare quella sua trasandatezza come un muscolo. Lottava contro i mali ereditari, le rigidità, gli inchini e le labbra inflessibili che si tramandavano da generazioni all’interno della famiglia Dieffenbach. Cercava di liberarsi di quei loro modi come di un difetto posturale. Ragnhild Dieffenbach, professione architetto, un nome come un edificio antico, eppure se c’era qualcosa che odiava erano tutti quei fronzoli. Stucchi e facciate di fine Ottocento, che orrore. Risanamento di vecchi edifici, ristrutturazioni, niente di peggio! Il suo elemento era il calcestruzzo. Calcestruzzo a vista! Meglio ancora se butterato e poroso. Kiel era la sua città, cemento a perdita d’occhio.

Però il fatto che lei stessa abitasse in un’antica villa signorile con tanto di fronzoli, senza pagare l’affitto, dato che l’edificio apparteneva ai Dieffenbach, non era un problema. Riesco a tenere le due cose separate. Era piuttosto brava a farlo. La coinquilina sbracata era irriconoscibile quando l’architetto Dieffenbach andava a caccia di clienti. Se era questione di aggiudicarsi appalti o incarichi, Ragnhild si calava nei suoi vestiti firmati Jil Sander come un cavaliere nell’armatura, allacciava al polso l’orologio Cartier della nonna e saliva sui tacchi con una scarica di parolacce. Ragnhild in modalità di attacco, capelli raccolti in cima alla testa, sorriso minaccioso e una stretta di mano assassina. Sapeva fare un ingresso in grande stile, lo chiamava il trittico, l’aveva imparato guardando il padre diplomatico, con il quale continuava a misurarsi ancora oggi. Nelle occasioni importanti distribuiva i suoi biglietti da visita, se li faceva fare da un’azienda svizzera, in cemento, venti euro al pezzo, di solito ne valeva la pena. E poi si sbronzava all’Irish Pub, bevendo pinte e cantando a squarciagola Whiskey in the jar con i suoi veterani della Guinness. Alla fine tornava a casa sgambettando sui tacchi, lanciava le scarpe sotto il letto sfatto, appendeva l’armatura Jil Sander nell’armadio e, indossato il suo vecchio kimono con le gru, si stravaccava al tavolo della cucina.

Neanche su Claudius si poteva fare affidamento. Ma certo che avrebbe pulito le finestre, che problema c’è, poi però diventava sempre un’impresa titanica. Perché Claudius aveva un ego da sciamano. In quell’appartamento condiviso ci entrava solo perché aveva due stanze: quelle più grandi, affacciate sul davanti. Claudius faceva tutto un po’ troppo in grande. Puliva le finestre come altri effettuano trapianti di cuore. Nel tempo che impiegava a prepararsi al grande intervento, una persona normale avrebbe già lavato tutti e quattordici i finestroni. Innanzitutto gli serviva la musica adatta per entrare nel giusto stato d’animo. Poi cominciava a procurarsi l’attrezzatura, la sua spatola lavavetri professionale e i guanti monouso che aveva trovato in un negozio di antinfortunistica all’ingrosso, antistatici, con il palmo ruvido. Doveva scendere nello scantinato, dove c’era la tanica di detergente contro gli insetti, poi recarsi in cucina a preparare la sua miscela speciale per le pulizie. Poi di nuovo in cantina a prendere la scaletta. Poi di nuovo in cucina a cercare il panno di pelle, poi di nuovo in camera sua per la musica. Roba da diventarci scemi. Non riusciva a fare le cose in modo normale, per lui la spesa era come una battuta di caccia grossa, cucinava come un alchimista, puntando sempre all’oro.

Anche nei fallimenti Claudius era superiore: altri magari venivano bocciati una volta all’esame di Stato, lui invece era riuscito a steccare due volte, undici semestri di Giurisprudenza buttati nel cesso. Gente povera di spirito, animi più semplici si sarebbero cercati un lavoro dopo una disfatta del genere, avrebbero iniziato un tirocinio, magari si sarebbero iscritti alle scuole serali. Claudius era partito con il vecchio yacht da regata dei suoi genitori, tre mesi in giro per l’Egeo, per prima cosa bisognava schiarirsi le idee, prendersi tempo per digerire il tutto. E poi, d’un tratto, zacchete! Illuminazione! Stelle cadenti sulle Cicladi, pesci volanti e grandi emozioni. Grandissime emozioni! Aveva sentito il canto delle sirene, sul serio. Il mare! La notte! La luna! Gli dèi gli avevano parlato, dandogli pure del tu magari. Era nato per andare in barca a vela.

L’illuminazione di Claudius era entrata nel canone delle leggende della casa. Chiunque fosse stato seduto accanto a lui per più di mezz’ora al tavolo della loro cucina a Kiel conosceva quell’aneddoto. Ragnhild intonava sempre un tenue lamento da sirena appena Claudius diceva la parola “Egeo”, e a quel punto sapevi già come sarebbe andata avanti la storia, sul serio, perché lui la raccontava sempre allo stesso modo, senza spostare mai un punto o una virgola. Come coinquilino a volte avresti desiderato un tasto di scorrimento veloce, ma Claudius si esaltava a tal punto per le stelle cadenti, era così rapito dalle grandi emozioni, che uno non voleva guastargli il momento.

Al di là di tutto, ormai andava avanti così da vent’anni: skipper professionista, istruttore di vela, esperto di barche e velista da regata. L’eroe della Settimana di Kiel. Ulisse sulla zattera che si era costruito da solo non era niente a confronto di Claudius sul suo yacht classe J del 1934. Poseidone con giubbotto nautico, solo che non aveva proprio la stoffa del lavavetri.

© 2020 Fazi Editore

24 giugno 2020