Anteprima. Enrico Ruggeri. Il professore nano

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Dopo romanzi come Non si può morire la notte di Natale e Un prezzo da pagare, Enrico Ruggeri torna con questo Il professore nano, che esce ora da La nave di Teseo. Il professore in questione è Antonio Palma, un uomo che si trova ogni giorno a misurare il suo metro e trentadue centimetri con i colleghi insegnanti e gli studenti della Tito Livio, anche se è riuscito a conquistare il favore di tutti. Da quando aveva due anni, Antonio Palma fa i conti con la sua altezza e, soprattutto, con gli altri, e le cose si complicano sensibilmente dal momento che è perdutamente quanto segretamente innamorato di Clelia, che insegna inglese. E anche perché Clelia ama l’insegnante di inglese, un uomo di poco valore e anche molto alto, di scarso quoziente intellettivo, che potrebbe ricordare qualche proverbiale insegnate di ginnastica di una commedia sexy degli anni ’70. Una situazione disperata, insomma, destinata a portare solo infinito dolore allo stomaco di Antonio detto Toni. Ma il destino, o la fortuna, sono sempre in grado di sorprendere, e il clinamen, il cambio di marcia non previsto può essere dietro l’angolo. Enrico Ruggeri scrive così una storia che ha il merito di cogliere in maniera sorprendente quel quotidiano che ci aspetteremmo di vedere in una scuola, i suoi professori potrebbero essere usciti da una qualsiasi scuola italiana. E, anche, potrebbero essere i personaggi di un film che avesse saputo pescare con pungente efficacia dalla vita quotidiana.

Paolo Melissi

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La grande sala si animava verso le otto meno un quarto: gli insegnanti arrivavano alla spicciolata, quasi sempre nello stesso ordine: il primo era Beretta, professore di italiano della sezione A, uno che sorrideva raramente, poco socievole ma animato da una cortesia antica, quasi affettata, cinquant’anni portati con sussiego e dignità. Carla Cosco, un metro e ottanta di donna con gli occhi languidi a far da contraltare al suo fisico imponente, era in bilico tra l’ammirazione e l’innamoramento nei suoi confronti. Anche lei insegnante di italiano, ma nella sezione C, non perdeva occasione per chiedergli informazioni, consigli, qualsiasi cosa legittimasse il suo guardarlo negli occhi puntando verso di lui quel seno così ingombrante.

Entrava con largo anticipo anche lui, Antonio Palma, detto Toni, insegnante di matematica, sezioni C e D. In forza alla Tito Livio da otto anni, nato a Salerno, approdato da quelle parti dopo un breve peregrinare per la penisola. Quarantadue anni, celibe. Segni particolari, un metro e trentadue di altezza.

Antonio arrivava tra i primi per un motivo ben preciso: Clelia Gerotto, insegnante di inglese, trentadue anni ben portati, lunghi capelli biondi raccolti in un’intrigante coda di cavallo, non certo bellissima, il genere di donna che i maschi definiscono “un tipo”. Altezza: almeno un metro e settantaquattro. Tra i due era nata un’amicizia sfociata in una sorta di complicità. Naturalmente Toni sapeva benissimo di non avere possibilità e non aveva mai osato travalicare quell’invisibile ma chiarissima linea di confine. Lei, dal canto suo, sembrava considerarlo un asessuato, come se le persone come lui non avessero pulsioni né sentimenti, ma fossero capitate nel mondo solo per divertire gli altri (soprattutto lei), essere gentili, servizievoli e pronti alla bisogna in qualsiasi momento. Lui, come un cane, si accontentava degli avanzi: qualche aperitivo tra colleghi, il posto vicino in pullman durante una gita, due baci sulla guancia come saluto e il piacere di sentire in anteprima le sue lamentele sul suo lavoro o sulla vita in generale. Quando Clelia gli disse “Stasera ti va di mangiare una pizza, solo noi due?” Antonio Palma, detto Toni, rimase a bocca aperta. Passò il pomeriggio a vagliare con cura il posto più adatto, era meglio andare in un locale nuovo o in quelli dove già lo conoscevano per evitare situazioni imbarazzanti? Doveva però evitare quei posti nei quali era diventato il giullare, la vittima di battute affettuose ma pur sempre grevi… in medio stat virtus!…

Gli prese la mano e a lui sembrava di volare. “Toni, mi sa che sto facendo una cazzata.” Quando una donna dice una frase del genere è perché sta precipitando in un gorgo senza speranza: era innamorata anche lei, ma di un altro. Il prescelto, Giorgio Falcon, insegnante di ginnastica, era uno stereotipo vivente: alto, muscoloso, una vita interiore leggera come carta velina, analfabeta funzionale. “Io con quel cretino mai,” dicono in genere le donne, poi però ci cascano in molte… Sempre in tuta, poco perspicace, innamorato di se stesso e del suo smartphone, era l’ultima persona alla quale Antonio avrebbe pensato.