Anteprima. Enrico Ruggeri. Un gioco da ragazzi

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Enrico Ruggeri – foto di Stefania Alati

Enrico Ruggeri, cantautore, scrittore, conduttore televisivo e radiofonico, già autore dei libri – tra gli altri: Non si può morire la notte di Natale (2012, nuova edizione 2019), Un prezzo da pagare (2016) e Il professore nano (2020) quest’ultimo per La nave di Teseo, torna in libreria a partire da oggi, sempre per La nave di Teseo, con il romanzo Un gioco da ragazzi di cui presentiamo un estratto in anteprima. Protagoniste della narrazione le vicende della famiglia Scarrone, di tre fratelli cresciuti nel dopoguerra, figli di un’educazione borghese, che inseguono i cambiamenti repentini dell’epoca scanditi dalle sfavillanti promesse del boom economico. Quando poi arriva il ’68 qualcosa cambia in maniera definitiva, i venti di rivolta vanno a scuotere prepotentemente le loro esistenze. Il padre Carlo, professore universitario, vive come un affronto le contestazioni studentesche: «memore di un passato nel quale i suoi studenti lo adoravano e lo rispettavano con quel misto di paura e ammirazione tipico dell’antico mondo accademico, si trovò di colpo fuori dal tempo…». Mario Scarrone, il figlio maggiore, partecipa alla lotta in virtù di quegli ideali sconosciuti alla famiglia d’origine, unendosi al cambiamento «perché voglio un mondo diverso» risponderà a chi per la prima volta lo interrogherà riguardo al suo essere un “compagno”; partecipa ai collettivi, ai momenti di lotta e aggregazione, prende parte ai “presidi antifascisti” e alle manifestazioni, legge i giornali di controinformazione. Lotta di classe e la lotta interiore come due pulsioni impossibili si vanno mescolando nella sua vita. Vincenzo, il fratello minore, di un solo anno più piccolo, sembra più interessato agli amici, al calcio, alla lettura di Salgari e dei romanzi d’avventura e non si riconosce negli stessi ideali del fratello, che non possono appagarlo. Così tra i due va ad allargarsi sempre più il divario di vedute e di vite. E anche la musica ora non è più la stessa. Aurora, la sorella più piccola, insegue a sua volta l’unità della famiglia e, mentre si adopera per questo, si accosta al mondo della musica entrando, dopo il diploma, in una casa discografica. Quando il boom economico lascia il posto al suono sordo dei proiettili e delle bombe che scuotono gli anni di piombo, Mario e Vincenzo si ritroveranno su fronti opposti, costretti a fuggire dalle loro vite troppo in bilico. Solo dopo molto tempo, in maniera estrema e imprevista, saranno in grado di riscoprire quanto era saldo il legame che li univa. Un gioco da ragazzi è una storia familiare densa di passioni – che si colloca al centro di un’epoca caratterizzata da grandi cambiamenti – che l’autore ci racconta attraverso la musica, l’amore e la cronaca di quegli anni rivoluzionari mettendone in luce anche gli aspetti più duri ; una narrazione fatta di “incendi”: sentimenti che tengono accesa l’attenzione del lettore fino alla fine.

Silvia Castellani

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Di seguito l’estratto in esclusiva da Un gioco da ragazzi

Ci sono immagini della propria infanzia che restano scolpite per sempre, nel caso di Mario e Vincenzo furono prima quelle delle riviste, il figlio di John Kennedy che saluta impettito la bara del padre ucciso, la bambina vietnamita che fugge piangendo dall’apocalisse o papa Giovanni che allarga le braccia con gli occhi socchiusi.

Poi arrivò la televisione: dopo cena i due ragazzini rimanevano a giocare sul pavimento in attesa di Carosello mentre il padre guardava il telegiornale. Senza rendersene conto cominciavano ad ascoltare le notizie alzando la testa di tanto in tanto verso il teleschermo.

Dove andremo a finire,” era una frase che sentivano pronunciare sempre più spesso, seguita da uno scuoter di teste da parte delle donne presenti.

Il mondo era come sempre in agitazione, ma tutto sembrava lontano, reso ancor più artefatto dalla visione in bianco e nero, più simile ai film che non alla vita reale: i bambini del Biafra con la pancia gonfia per la denutrizione, i marines che marciavano in Vietnam, la benda sull’occhio di Moshe Dayan, tutto sembrava parte di una rappresentazione così lontana da diventare fiabesca. Quando però apparirono le immagini dei disordini all’Università cattolica di Milano, la prospettiva cambiò radicalmente, era il posto di lavoro del padre, erano stati lì più volte, accompagnati dalla mamma o dalla zia quando, in tarda primavera, andavano a prenderlo per passeggiare nei giardini con un cono gelato gocciolante tra le mani. E adesso lo sentivano commentare le notizie, rettificare, integrare il racconto, lo guardavano ammirati quando diceva: “Non è andata così!” o addirittura “Quante balle che dicono questi!”

Le vicende pubbliche, insomma, cominciavano a incrociarsi con le vite personali. Mario e Vincenzo erano due ragazzini che frequentavano la scuola media, ma vivevano in una città che cominciava a cambiare, ad agitarsi, i primi cortei di studenti e di operai, partiti dalle scuole o dalle fabbriche, raggiungevano il centro lanciando slogan contro il governo, l’America, il potere in generale, in un misto di gioia per lo stare assieme e di rabbia nei confronti di un mondo ingiusto.

Mentre un fratello era in terza media e l’altro in seconda la situazione diventò incandescente, a Milano come ovunque. Una mattina il padre venne aggredito all’uscita dell’ateneo da un gruppo di studenti, volarono spintoni e insulti.

I due ragazzi ebbero una reazione diversa: Mario faticò a rimuovere il pensiero nascosto e inquietante per il quale vedeva ridimensionata l’integerrima figura del professor Scarrone, come se una forza esterna contribuisse al ruolo dell’inevitabile “parricidio” (lo studierà anni dopo accostandosi a Platone), Vincenzo percepì invece l’ingiustizia del “tanti contro uno”, solidarizzando, come sempre, con chi gli sembrava più debole.

Nessuna denuncia venne presentata da parte del professore, ma l’oltraggio subito lo segnò per sempre, portandolo a irrigidirsi, generando l’amarezza di chi si sente abbandonato dalle istituzioni e da molti suoi colleghi che gli sembrava cominciassero a vederlo come il simbolo di un passato destinato a essere travolto da una ventata di novità.

Quelle mani addosso gli avevano tolto l’antica autorevolezza, che aveva lasciato il posto a un anacronistico e inutile autoritarismo, portandolo a guardare con acido sospetto qualsiasi evento destinato a cambiare il suo universo.

Il professore non poteva immaginare che il suo più grande nemico fosse in casa sua: il figlio più grande stava assimilando gli eventi, stava cominciando a ragionare a modo suo, stava affilando i coltelli.

© 2020 La nave di Teseo

19/11/2020