Anteprima esclusiva. Ben Lerner introduce Gerald Murnane

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Gerald Murnane non ha mai preso un aereo in vita sua e da sempre vive in Australia, nello stato del Victoria. Sarà per questo motivo che la sua letteratura così legata al territorio, mi ricorda molto quella di Faulkner, che nel corso di sessantacinque anni di vita non lasciò mai gli Stati Uniti. L’isolamento difatti continua a nutrire ed affascinare un cospicuo numero di scrittori.

Mancato per un soffio il premio Nobel nel 2018, Murnane da sempre rifiuta la chiamata alla mondanità. Nato nella periferia di Melbourne e poi trasferitosi a Goroke nel West Victoria, un posto che a suo dire «soddisfa la mia geometria», pubblica libri nella lontana provincia del Downunder dal 1974. E’ la prima volta, infatti, che dal silenzio della sua Australia arriva in Italia per Safarà Editore, assieme alla prefazione di Ben Lerner, con un libro che più di tutti lo ha reso celebre, Le pianure. Un romanzo che come recita la prefazione di Lerner «è interessato a comprendere quale parte della coscienza – o delle sensazioni, o delle emozioni – sia condivisibile e quale sia irriducibilmente individuale, un territorio privato.» Pubblicato nel 1982 colpisce ancora per il suo intento di raccontare un non-luogo, come quello delle pianure australiane: un luogo dell’anima.

La trama è semplice, un regista senza nome parte per un viaggio verso uno sperduto distretto delle pianure australiane, con l’intenzione di scrivere una sceneggiatura per girare un film sui misteri del territorio. Accolto dagli uomini più importanti delle pianure, i latifondisti, il regista è alla ricerca di una protagonista per il suo film.

Ma il vero protagonista del romanzo sono le pianure stesse. Un ambiente che domina e che in tempi come i nostri, in cui si parla del futuro del pianeta, rappresenta la natura che sopravvive all’uomo e che ne racconta la sua silente ed eterna maestosità. Un territorio che continua a conquistare e a forgiare gli aspetti più intimi delle persone che lo popolano. Le pianure immutabili, si presentano in tutta la loro interezza agli occhi di chi le vede per la prima volta, ma che come sottolinea Lerner «sono inconoscibili nella loro totalità.»

Così come le pianure stesse esistono da sempre anche la loro storia è infinita, non ha inizio e non ha fine, e può essere espressa solo attraverso metafore e leggende che mantengono un sentimento di irrealtà. La lingua stessa di Murnane assume un ruolo inusuale, si trasforma e diventa immagine, che con la sua immanenza prende possesso della fantasia del lettore. Un linguaggio che non spiega ma figura, animali, uomini orizzonti, e soprattutto che, come spiega Lerner, «attraverso le sue frasi modellate con profonda cura (…)»  porta alla luce «dove il banale diventa poesia(…).»

E così l’autore ci coinvolge in un’Australia che pare essere uscita dal tempo, un piccolo mondo distante che però vive e prospera, e che rappresenta tutto quello che si cela nelle menti degli uomini. Un luogo che sembra portarci invece che fuori dal mondo, sempre più all’interno dell’animo umano.

In anteprima presentiamo la prefazione di Ben Lerner.

Il significato puro delle parole

The Plain Sense of Things

Poiché sono cresciuto in una piccola capitale delle Grandi Pianure del Nord America, nelle descrizioni di Gerald Murnane riconosco qualcosa di quelle infinite praterie, di quel cielo privo di ostacoli. Egli cattura la paradossale miscela di uniformità e mistero di una pianura, dove la prima crea la seconda: piccole differenze – una collina, un’improvvisa macchia di fiori selvatici – posseggono uno smisurato potere in mezzo a quella monotonia – che non sarebbe riuscito a risaltare tra le plateali bellezze naturali della California né tra gli opprimenti spazi edificati di New York.

A volte per spezzare lunghi viaggi in macchina mio padre usciva dalla superstrada e ci mettevamo a cercare fossili nel calcare incastrato nella roccia lungo la strada. Le tracce di antichi invertebrati dai nomi sbalorditivi (crinoidi, fusulinida, e così via) erano solo uno dei molti segnali che indicavano come quel paesaggio che i miei parenti della costa canzonavano per la sua monotonia, di fatto, ospitasse meraviglie.

Nel mondo di Murnane, che allo stesso tempo è e non è l’Australia, anche la gente delle pianure e i loro discorsi sulle pianure contribuiscono a celare qualcosa – elaborati rituali, cosmologie, oscure passioni, arcane conoscenze. L’apparente provincialismo degli abitanti delle pianure è infatti una sorta di camuffamento.

«Un abitante delle pianure non solo era pronto a sostenere di non conoscere le usanze di altre regioni, ma fingeva volentieri di esserne male informato. La cosa più irritante di tutte, per i forestieri, era la sua pretesa di essere privo di una cultura caratterizzante, piuttosto che lasciare che la sua terra e le relative usanze fossero ricondotte a una comunità più ampia, esposta al contagio di gusti e mode».

Le coste cosmopolite non lasciano nulla all’immaginazione. Per Murnane, per gli uomini delle pianure, ovviamente questa apparente ricchezza del reale è una sorta di povertà. Per citare la voce narrante del racconto breve “Land deal”, un lontano cugino de “Le pianure”:

«Quasi tutto era possibile. Qualsiasi divinità poteva dimorare dietro la nube carica di pioggia… il raggio quasi infinito del possibile era limitato solo dall’accadere del reale. E come è ovvio che sia, quello che è esistito in una percezione non può mai esistere nell’altra. Quasi tutto era possibile a eccezione, ovviamente, del reale».

I poeti-filosofi delle pianure (e tutti gli abitanti delle pianure lo sono), sanno che le pianure sono inconoscibili nella loro totalità, e che per questo motivo sono cariche di possibilità. E questo perché quello che dapprima appare «una terra piatta e scialba» rivela, mentre impari a vedere «innumerevoli leggere variazioni del paesaggio».

Ma questo accade anche perché esiste un’altra pianura (o molteplici pianure) dietro di essa, «sempre invisibile anche se la si attraversava ogni giorno in un senso e nell’altro». Questo è un libro dedicato ai piani del reale e del possibile, alla loro reciproca interazione, a come l’uno perseguiti l’altro.

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Le frasi di Murnane sono piccole dialettiche di tedio e bellezza, piattezza e profondità. Esse uniscono un’evidenza fattuale, che spesso si avvicina alla freddezza, con un intricato lirismo; sono misurate, sia nel senso di “contenute” che nel senso poetico di “metriche”, dove il primo spesso cede il passo al secondo proprio mentre leggete. Come questa frase, sebbene ognuna delle frasi servirebbe lo scopo, tratta dalla seconda parte de “Le pianure”: «Nessuno fra gli studiosi che potrei citare è in grado anche solo di indovinare quante successive invasioni degli angoli ombrosi delle biblioteche da parte del sole del pomeriggio ci saranno volute per schiarire l’inchiostro traslucido dei libri che, finalmente, aprono».

La frase inizia con un tono antropologico, il limitato influsso dell’oggettività, ma questo vira, a partire dal «sole del pomeriggio», verso un registro più romantico, mentre lentamente zooma sulle lettere e sulla loro lucentezza.

La grammatica qui è allo stesso tempo semplice ed elaborata: non c’è una punteggiatura interna, solo una catena ripetitiva di preposizioni (fra, da, per), e tuttavia ci sono delicati cambiamenti di luce e ombra e intensità nel dipanarsi della frase. Le battute cadono con considerevole regolarità entro le divisioni interne di sostantivo e proposizione, così che nel corso della lettura si accumula un senso di poetica ritmicità. (Lo intendo in senso anapestico e dattilico – l’enfasi accentuativa che tende a essere divisa da un paio di sillabe atone).

I misteriosi uomini delle pianure di Murnane inseguono «il compito di una vita, dare a giorni monotoni su un panorama piatto forma e sostanza di mito». E questo è quello che Murnane riesce a fare con successo, pagina dopo pagina, attraverso le sue frasi modellate con profonda cura, dove il banale diventa poesia nel corso del loro stesso svolgersi.

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Le pianure” è un romanzo ecfrastico, colmo di descrizioni di altre opere d’arte. Il narratore arriva dall’ «Australia Esterna» («gli sterili bordi del continente»), come la chiamano gli abitanti delle pianure, determinato a girare il film – progetta di chiamarlo Nellinterno – che possa catturare l’elusiva verità delle pianure. La maggior parte del suo racconto è assorbita dai tentativi descrittivi di altri media di produrre opere d’arte meritevoli di quel luogo.

C’è il controverso dipinto, Declino e caduta dell’impero dell’erba, per esempio, che appare all’inizio pieno di forme «volutamente imprecise», che «non corrispondevano a nessuno stile storicamente noto», e tuttavia, quando si fa un passo indietro, è possibile vedere «un quadro di terra e di erba».

Ci sono poesie, come «Un parasole a mezzogiorno», che ricordano vagamente Wallace Stevens, che immaginano «una terra a sé stante» che sia «non un’antica pianura, né un sogno». E poi c’è il compositore che, nell’intento di trovare «l’equivalente in musica del suono caratteristico del suo distretto» mette in scena una performance che, nel racconto di Murnane, suona come una sintesi di Kafka e John Cage:

«…i membri dell’orchestra erano collocati molto distanti tra loro, in mezzo al pubblico. Ogni strumento produceva un suono a un volume tale che solo gli ascoltatori più vicini riuscivano a sentirlo. Il pubblico era libero di andarsene in giro, in silenzio o facendo tutto il rumore che voleva. Alcuni riuscivano a sentire brani di una melodia sottile come dei fili d’erba strofinati insieme, o il fragile palpitare degli insetti. Alcuni trovavano addirittura un punto dal quale si riusciva a udire più di uno strumento. La maggior parte non sentiva nessuna musica».

Le opere d’arte che Murnane descrive sono fallimenti. Il compositore risponde alle critiche sull’insufficienza del suo lavoro dicendo che «lo scopo della sua arte era attirare l’attenzione verso l’impossibilità di comprendere anche una caratteristica delle pianure così ovvia come il suono che ne usciva».

E tuttavia spera di riuscire a catturare «un accenno dell’intera composizione» attraverso i suoi esperimenti. Per questo compositore, per Murnane, per il suo narratore, ogni seria opera d’arte è destinata a fallire non appena diventa reale, per poter catturare il possibile; ma quello stesso fallimento può offrire un indizio, fare un gesto verso l’invisibile topologia che non è meno reale per il fatto di non essere rappresentabile. Un indizio del film impossibile da girare del narratore sopravvive unicamente collassando in questo romanzo.

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Gerald Murnane non è mai salito su un aeroplano. Ha lasciato lo stato del Victoria in rare occasioni nel corso dei suoi quasi ottant’anni di vita. Soffre di anosmia, l’incapacità a percepire gli odori, sebbene forse “soffrire” sia la parola sbagliata, poiché dice che questa condizione ha intensificato la sua esperienza del colore, dandogli il dono della sinestesia. («Se lei mi dicesse» ha dichiarato nel corso di un’intervista «che il profumo dei lillà era molto forte questo pomeriggio, io vedrei piccole goccioline di umidità di colore lillà galleggiare nell’aria»).

Fare esperienza di un senso attraverso i termini di un altro, trasporre l’olfatto nel piano della vista, è una sorta di ecfrasi incarnata. Forse è un’aggiunta al mistero del mondo sentire costantemente parlare di un senso che non si possiede, proprio come il rifiuto di viaggiare può mantenere intatto il fascino di altri paesaggi.

Di certo Murnane è interessato a comprendere quale parte della coscienza – o delle sensazioni, o delle emozioni – sia condivisibile e quale sia irriducibilmente individuale, un territorio privato. Questa è una preoccupazione che aumenta di intensità nel suo lavoro, dalla domanda su cosa un individuo possa sapere dell’altro per giungere a più grandi domande che riguardano la collettività, quelle «comunità immaginate» – per prendere in prestito la famosa frase di Benedict Anderson – chiamate nazioni.

Mentre a un uomo delle pianure piace «mostrarsi come l’unico abitante di una regione che soltanto lui era in grado di spiegare», una nazione abitata da una sola persona, il costante dibattito degli uomini delle pianure su arte, ornamenti, architettura e archivi, sui loro sport e sulle loro rivalità, le loro ansie per distinguersi dall’Australia Esterna, tradiscono un’ossessione per la costruzione e la contestazione di narrazioni collettive. “Australia” è il nome della narrativa suprema di Murnane, l’idea che il suo paesaggio privato possa in qualche modo corrispondere a quello dei suoi uomini e delle sue donne della campagna, o perlomeno essere intravisto da loro, senza che venga tradotto in una mera questione di «gusti e mode», dove la condivisione è acquistata al prezzo della standardizzazione.

“Le pianure”, tanto un romanzo quanto un poema in prosa, è questa Australia dell’interno, il cuore stesso di Murnane, un reame di possibilità, dove «l’invisibile è solo ciò che è troppo illuminato».

Ben Lerner  – Introduzione a Le pianure, di Gerald Murnane (Safarà Editore, 2019)

 © Safarà Editore

Gerald Murnane, Le pianure

 

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