Anteprima. Gérard Prévot. Il demone di febbraio e La notte del Nord

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Klaus mi lanciò uno sguardo col quale, se avesse potuto, mi avrebbe ucciso. Ecco, mi dissi, che anche l’amante meno geloso del mondo è sottomesso come tutti alla bassa prova del dubbio

Per la prima volta in Italia arriva la traduzione dei racconti di Gérard Prévot, il maestro della scuola belga del bizzarro. I libri Il Demone di Febbraio e La notte del Nord, editi da Agenzia Alcatraz, da domani nelle librerie. Vi presentiamo un estratto in anteprima.

La scuola belga del bizzarro, l’école belge de l’étrange, è un’espressione usata negli anni ‘70 per descrivere l’opera di Thomas Owen (vero nome Gérald Bertot) assieme a Jean Ray e Franz Hellens tra i pilastri della weird fiction belga. Il fantastico e il realismo magico costituiscono uno dei fondamenti del paesaggio mentale di quegli autori sin dalla fine dell’Ottocento, affini agli scritti di Rodenbach, Poe, Stocker, Mary Shelley.

Gérard Prévot, è uno scrittore che è arrivato tardi al fantastico, se consideriamo l’insieme della sua produzione: inizia ad appassionarsi ai poeti maledetti a scuola, componendo la prima raccolta di poesie nel 1941. Nel decennio successivo vince il Prix Polak per la raccolta Récital, i premi Royal Saint-Germain e Gérard de Nerval per la raccolta Europe maigre. Andato a vivere a Parigi, passa alla forma-romanzo, scrivendo venti libri dal 1954 al 1975 utilizzando oltre al suo nome ben tre pseudonimi, ai quali affianca la scrittura per il teatro, vincendo il premio triennale Malpertuis per La nouvelle Eurydice, La mise à mort.

Solo negli anni Settanta si dedica attivamente ai racconti brevi, che colpiscono per la sobrietà, il classicismo dello stile e la ricercatezza del linguaggio. Era convinto che la realtà fosse un velo e che il vero mostro albergasse in noi o nel nostro vicino (in questo ricorda molto Stephen King). Trasferitosi nella città portuale di Ostenda, in quel Nord che tanto ama e descrive, muore il 12 novembre 1975 a soli cinquantaquattro anni per complicazioni legate al diabete.

Luca Fassina

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Il demone di febbraio

Sembrava che tutto fosse cominciato quando Edith aveva ballato nuda nel fuoco. Perlomeno è quello che mi disse la vecchia Lénore, che un tempo mi fece da balia. Lénore non mi aveva mai mentito e io non misi mai in dubbio le sue parole. Non avrei prestato fede a nessun’altra. Avevo avuto modo di conoscere molto bene il mio amico Klaus e la sua giovane compagna Edith per sapere fino a che punto quella coppia fosse perfetta. Meravigliosamente portati per la vita e per l’amore, Edith e Klaus non sembravano appartenere a questo mondo. Si capivano al volo. Il loro incontro era stato uno dei rari miracoli della natura umana ed era stato subito evidente, per tutti quelli che li conoscevano, che niente, se non la morte, li avrebbe mai separati. I più veri tra i loro amici provavano al loro cospetto un sentimento strano e sconosciuto che, una volta approfondito, non risultava essere altro che gelosia. Se l’amore eterno fosse esistito altrove che nei libri, si sarebbe trovato là, in quella fattoria nei pressi di Noiremont. E dunque, cosa poteva essere più atroce della loro fine? Edith assassinata davanti al fuoco da Klaus, che, comprendendo ciò che aveva fatto, si era ucciso con la stessa arma? Era un racconto così incredibile che me lo feci ripetere tre volte da Lénore, pur sapendo che stava dicendo la verità. Stranamente Lénore, la vecchia balia, me ne parlava al presente, come se la tragedia si stesse svolgendo davanti ai suoi occhi.

«Lei balla… Lui la uccide… Lei muore… Lui si uccide…».

Invariabilmente, Lénore terminava il suo racconto con quella frase così banale in quel contesto, ma il cui significato oscuro mi scuoteva l’anima come una campana a morto:

«E il fienile, dopo la loro morte, brucia solitario nella notte».

Ero rimasto tanto colpito dal racconto della vecchia Lénore, che, rinunciando a una vacanza su un’isola del Mediterraneo dove ero atteso da alcuni amici, decisi di recarmi in quella vecchia fattoria vicino a Noiremont dove, alcuni anni prima, ero stato così bene accolto da Klaus ed Edith. Mi misi in viaggio all’alba di un gelido giorno di febbraio. La nebbia e il ghiaccio sembravano congiungere i loro sforzi per impedirmi di adempiere al mio scopo e, vedendo le macchine incidentate nei fossi accanto alla strada, fui più volte tentato di fare dietrofront e interrompere così quella strana avventura. Cosa avrei trovato una volta giunto a destinazione? Una fattoria abbandonata, un fienile bruciato e delle persone che ne avrebbero saputo meno di Lénore o che, se avessero avuto qualche informazione, non avrebbero comunque parlato? I villaggi del Nord non lasciano trapelare così facilmente i propri segreti. D’altro canto, chi al di fuori di qualche amico ormai lontano da Noiremont avrebbe potuto comprendere il legame profondo che univa Edith e Klaus e, di conseguenza, la strana natura di questo dramma improvviso?

Proseguii quindi per la mia strada e quando intravidi dietro la curva il cimitero di Noiremont e, dietro di esso, il tetto della fattoria sbucare tra i pioppi, compresi quanto fosse importante che fossi qui ora e come ormai potessi aspettarmi qualcosa di eccezionale.

Fermai la macchina davanti al portone e, evitando di suonare la campanella al trillo della quale – mi dicevo – non avrebbe risposto nessuno, iniziai a girare il pesante anello della porta, pur sapendo che sarebbe stato inutile. Stavo già pensando di attraversare il sentiero e di andare dal sindaco del villaggio, che distava solo una cinquantina di metri, per avere le prime informazioni, quando il portone si aprì con mia somma sorpresa. Entrai nel cortile con cautela e superai timidamente il primo giardino dai muri ricoperti di glicine, che sei anni prima aveva raccolto le nostre risate. E così, mi dissi, non ci voleva molto affinché la vita riprendesse il suo corso, con altri visi, e perché le ombre di un amore e un’amicizia sparissero per sempre. Quali volti mi appariranno bussando a quella porta? E cosa potranno mai dirmi? In quel mattino di febbraio, tremavo dalla paura.

La porta si aprì da sola.

«Karl! Oh, Karl!».

Osai appena alzare la testa. Davanti a me c’era Edith. Balbettai:

«Edith. Sei proprio tu, Edith?».

Credo che non dimenticherò mai la sua risata delicata, quella prima risata dell’amica ritrovata. Mi lanciai verso di lei e, sollevatala da terra, la baciai su entrambe le guance. La domanda mi bruciava sulle labbra, “Come puoi essere viva?”, ma è il genere di domanda che non si può fare e mi accontentai di vederla davanti ai miei occhi saltellare di gioia nell’ingresso, mentre chiamava:

«Klaus, Klaus!».

Piangevo per l’emozione. Quindi anche Klaus era vivo. Da dove veniva dunque l’incubo che mi aveva descritto Lénore? Più e più volte fui sul punto di interrogarli, mentre Klaus e Edith si affaccendavano attorno a me per festeggiare l’amicizia ritrovata. Ma mi fu impossibile. La loro presenza era così reale e il calore del loro amore così forte, che mi dimenticai presto dello scopo del mio viaggio, scacciando lontana ogni ombra di dubbio.

I primi giorni a Noiremont furono straordinariamente tranquilli. L’unica cosa che mi disturbò fu quando, alzandomi e aprendo gli scuri della mia camera, vidi in lontananza il fienile intatto. I corvi gracchiavano volteggiando sui boschi vicini. I giorni scorrevano senza novità. Io, Klaus e Edith passavamo lunghe serate attorno al falò. Non potevo dimenticare quello che mi aveva raccontato Lénore, eppure nulla, durante quei giorni di grande amicizia o nelle notti che per loro dovevano essere molto intense e che per me passavano calme e serene, nulla mi fece mai considerare reale quella che avevo finito per ritenere solo una favola crudele.

Un giorno, non potendone più, scesi nel salone all’ora in cui sapevo di trovare solo Edith e le chiesi, senza nemmeno pensarci:

«Questa sera ballerai nuda nel fuoco?».

Edith scoppiò a ridere civettuola e mi rispose:

«Se Klaus è d’accordo, potrei farlo, davanti al fuoco».

«No, dentro il fuoco», le dissi. «Non ti brucerai, te lo assicuro. E Klaus sarà d’accordo».

Alla fine della cena, Edith lo disse a Klaus, che ebbe l’imprudenza di rispondere:

«Balla nel fuoco, se sei un demone. I demoni hanno questo potere. Io non sono che un uomo come gli altri e curerò le tue ferite».

«Ballerò nuda, Klaus».

Klaus mi lanciò uno sguardo col quale, se avesse potuto, mi avrebbe ucciso. Ecco, mi dissi, che anche l’amante meno geloso del mondo è sottomesso come tutti alla bassa prova del dubbio. Sostenni il suo sguardo. C’era di tutto nei suoi occhi. Percepivo, ma con tono bassissimo, il lamento dell’amico tradito, la certezza dell’amante e, infine, la ferita aperta nell’anima. Non feci nulla per peggiorare o alleviare il dolore che vedevo.

Venne la notte e Edith si denudò davanti al falò. Seduto al mio fianco su una delle panche prese dalla lunga tavola della fattoria, Klaus beveva senza parlare. Vedevo la sua mano destra, ancora calma, accarezzare l’arma che portava con sé. In quel momento avrei potuto intervenire e dir loro che tutto quanto non era che un gioco tragico, immaginato dalla vecchia Lénore. Ma non feci nulla. Ero sottomesso a Lénore come Klaus a Edith e Edith a se stessa. Lasciai allora che il gioco continuasse.

Quando Edith entrò nuda nel fuoco, comandai sottovoce alle fiamme di non toccarla. Lei danzò meravigliosamente davanti a noi. Fu solo quando Klaus alzò il suo revolver che mi allontanai silenzioso verso la porta. Bisognava lasciare agli eventi il tempo di accadere.

Corsi verso il boschetto vicino. Attesi che le due detonazioni si fossero spente nella notte per dar fuoco al fienile, affinché tutto andasse secondo i desideri di Lénore. Poi, con calma, mi diressi al garage, presi la macchina e ripartii nella notte.

Non conosco nulla del tempo degli uomini, non il passato, non il presente, nemmeno il futuro. Io sono il demone di febbraio e fino a quando Lénore avrà degli ordini da darmi, li porterò a termine nel migliore dei modi.

© Agenzia Alcatraz

26/11/2020