Anteprima. Gianluca Barbera. Il viaggio dei viaggi

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Una visita scolastica in un museo dà l’avvio a Il viaggio dei viaggi, nuovo romanzo di Gianluca Barbera, edito da Solferino, nelle librerie dal 14 maggio e di cui oggi su Satisfiction presentiamo un estratto in anteprima. A guidare la scolaresca c’è il professor Terranova, docente di storia, che di lì a poco si troverà come dentro un sortilegio, tanto assorbito dalle meraviglie e dalle storie in mostra da finire per viverle in prima persona. La visita d’istruzione diventa quindi una cornice, il contenitore dentro il quale si rincorrono altre narrazioni, lontane nello spazio e nel tempo.

Noi lettori, insieme al professor Terranova, ci troveremo a seguire i viaggi di Darwin e Magellano, incroceremo Marco Polo, scenderemo in Italia con Horace Walpole nel periodo in cui sta scrivendo Il castello di Otranto, inseguiremo la diceria di una sirena delle Galapagos esposta in Sicilia, cercheremo di conquistare la Luna. E queste sono solo alcune delle meraviglie che Il viaggio dei viaggi racchiude nelle sue pagine. Gli intervalli tra una storia e l’altra, poi, sono dedicati all’avanzare della scolaresca tra le sale del museo. L’artificio della cornice qui viene utilizzato con una doppia funzione: da una parte dà respiro al lettore, gli permette di rimuginare un poco sull’avventura che di volta in volta si trova a vivere; dall’altra è in se stessa una storia compiuta, con l’intrecciarsi delle discussioni e dei rapporti tra i vari alunni.

Gianluca Barbera ha cercato – e trovato – l’affresco storico in Magellano, ha sconfinato nei territori del fantastico con Marco Polo e prima ancora ha indagato l’avventura e la finzione in quel gioiello che è La truffa come una delle belle arti. Adesso, sembra essere giunto a un punto in cui tocca tirare le somme, guardare ciò che è stato e da lì ripartire. Per farlo, ha tirato fuori un libro che è quasi un compendio di tutta la sua attività di narratore. Il viaggio dei viaggi è un’opera insieme complessa e godibile. Potrebbe addirittura essere considerata una raccolta di racconti, ma questo vorrebbe dire sminuirne la portata.

Di Barbera ho letto tutto, più volte, e mi sono convinto che lui appartenga a quella razza di scrittori necessari, quelli che non si stancano mai di celebrare la gioia del narrare, la bellezza di una storia ben raccontata. Non si limita a farle, le storie. Nel mentre ci riflette anche su, è quasi meta-narrativa, la sua. Mette in scena truffatori e bugiardi, falsari, avventurieri veri o presunti, e chiede – tanto a se stesso quanto al lettore – quanto sia importante una storia. E più che mai oggi è una domanda attuale, in tempi che ci hanno visti tutti rinchiusi, costretti per forza di cose a viaggiare solo con la mente. È quindi un ottimo auspicio, l’uscita di un libro così. Di nuovo, la domanda: quanto è importante oggi una storia? La risposta sta proprio in un libro come Il viaggio dei viaggi.

Edoardo Zambelli

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Una visita al museo

Museo dei grandi viaggi di avventura, di esplorazione e di scoperta, sale del XVIII e XIX secolo

«Fate che il presente si prenda cura del passato più di quanto il futuro è solito prendersi cura del presente.» Questo monito campeggiava su una targa di ottone posta all’ingresso della sala.

La scolaresca, una trentina di ragazzi e ragazze accompagnati dal professor Terranova, insegnante di storia, e dalla guida del museo, un ragazzotto fresco di laurea con lo sguardo carognesco, si fermò poco più in là, davanti a un grande dipinto a olio di Luigi Balugani intitolato Il banchetto di Polifemo.

«Dio, che orrore. Prof, che cosa rappresenta?» «Sempre sul truce cade il tuo occhio, eh, Tommi?» Tommaso Richetti, col suo ciuffo ribelle, era figlio di notai (padre e madre), e per lui la via tracciata pareva di- ritta e luminosa. Ma a volte il destino si mette di traverso.

«Che posso farci se mi piace il trucido.»

«Per cominciare “truce” e “trucido” non sono la stessa cosa. Poi non siamo qui per fare gli spiritosi. Devo ricordarti che quest’anno hai l’esame?»

«Uffa, prof, come me lo posso scordare, se non fa che ricordarmelo!»

«Meglio così. Se stai zitto un attimo possiamo sentire cosa ci racconta la guida.»

Il giovane dipendente del museo aveva appena cominciato a parlare a macchinetta, come spesso fanno le gui- de, abituate a ripetersi più volte al giorno.

«Questa tela ritrae il celebre esploratore scozzese James Bruce, che trascorse numerosi anni alla corte abissina, in quello che fu l’antico dominio del Prete Gianni, ospite del potente ràis Micael di Gondar, nella regione del Tigrai, per poi rendersi protagonista di una sensazionale scoperta: quella delle sorgenti di Gish Abbai, da cui origina il Nilo Azzurro. Una volta tornato in patria e ritiratosi nel- la tenuta di Kinnaird, Bruce raccontò quell’esperienza nel- la sua opera in cinque volumi intitolata Viaggi alla scoperta delle sorgenti del Nilo negli anni dal 1768 al 1773. Qui lo vediamo raffigurato mentre prende parte a un ti- pico banchetto a corte. Come si vede nel dipinto, presso le ricche famiglie abissine dell’epoca era costume cibarsi di carne cruda, tagliata lì per lì dagli animali vivi. Un po’ come in certi paesi asiatici si scoperchia il cranio di una scimmia mentre ancora respira…»

«Ma che schifo!» si lasciò sfuggire Tommaso infilando un dito nel naso.

«Silenzio!» Il professore era viola. «Potremmo andare oltre?» fece, con lo stomaco sottosopra, lanciando un monito alla guida, che parve raccoglierlo.

«Ora capite» riprese questi «perché Bruce, per descrivere quei pranzi, sia ricorso all’espressione “banchetto di Polifemo”, che il pittore ha rappresentato con estremo realismo. Ma c’è di più: se osservate con attenzione vi accorgerete che sono le donne a imboccare gli uomini. In quei paesi era proibito agli individui di sesso maschi- le toccare il cibo con le mani. Erano le donne a staccare con una lama affilata i pezzi di carne pulsante dall’ani- male. La infilavano in due fette di pane azzimo e la servivano ai loro uomini. I banchetti, come potete notare sullo sfondo, si concludevano con un rito orgiastico che spesso si protraeva fino a notte fonda.»

Il professore indirizzò un altro sguardo minaccioso alla guida, la quale, dopo un debole cenno d’intesa, si spostò di alcuni passi verso sinistra proseguendo lungo il percorso.

«Qui invece» riattaccò «possiamo ammirare una celebre incisione di Francesco Bartolozzi raffigurante la morte del capitano James Cook, trucidato alle Hawaii il 14 febbraio 1779 da quegli stessi indigeni che fino a poco prima lo avevano venerato come un dio.»

Fece una pausa studiata, per sondare la reazione dei ragazzi: calma piatta.

«Se da un lato» riprese «Cook era consapevole, come annota nei diari, di aver interferito con il loro stile di vita, corrompendone i costumi, mettendo in crisi un secolare equilibro, dall’altro non si fece scrupolo di depredarli e di saccheggiare le loro terre per procurarsi ciò di cui aveva bisogno – cibo, acqua, legname – giungendo perfino a violare i loro santuari e a devastare i templi dove veni- vano custoditi i loro idoli per asportarne il legno necessario per le riparazioni della nave.»

Un’altra pausa, questa volta per soffiarsi il naso con un enorme fazzoletto di cotone con le iniziali incise.

«Ma la vendetta degli indigeni si abbatté su di lui e sui suoi uomini, molti dei quali vennero assaliti sulla spiaggia proprio di fronte alla nave alla fonda. Lo stesso Cook, giunto in soccorso con una scialuppa, venne catturato e arrostito su una graticola. Questa macabra illustrazione di Theodor de Bry, un incisore del Cinquecento, raffigura un episodio simile.»

Rivolse al professore uno sguardo supplice, allargando le braccia come per dire: che colpa ne ho se la storia dei viaggi di esplorazione è questa!

«Insomma» intervenne ridacchiando uno studente piccoletto e brufoloso, grattandosi la patta, «se ho ben capito questi viaggi di esplorazione erano peggio di un film dell’orrore!»

«Bartolomeo, queste stupidaggini tienile per te, per cortesia» lo rimbrottò il professore.

«Va bene, prof. Però ammetterà…»

«Vada avanti, per favore» fece Terranova rivolto alla guida, lanciandogli un’occhiata a metà tra il rimprovero e la disperazione, «ma cerchiamo di soppesare le parole e di selezionare meglio gli argomenti, per cortesia. Sono dei ragazzi!»

«Come vuole» rispose la guida fingendosi offesa e dandogli le spalle. «Per tornare a Bruce, quella della ricerca delle sorgenti del Nilo è una lunga storia non ancora conclusa: saranno quelle del suo corso principale, il Nilo Bianco, a impegnare gli esploratori nei decenni successivi: Burton, Speke, Livingstone e Stanley, dei qua- li vi dirò qualcosa più avanti.»

Dopo averli fatti sfilare davanti a una serie di perturbanti maschere dogon utilizzate, come spiegò, nei riti awa, giunsero davanti a una incisione di modeste dimensioni ma molto accurata che immortalava il celebre incontro, avvenuto presso lo sperduto villaggio africano di Ugigi, tra Henry Morton Stanley e David Livingstone.

«Questo che vedete qui a destra è Livingstone, all’epoca il più celebre esploratore del pianeta, una leggenda vivente» riattaccò la guida. «Da mesi era scomparso e la Royal Society di Londra aveva messo in piedi una costosa spedizione per ritrovarlo. Fu invece un giornali- sta americano a caccia di scoop, finanziato dal giornale per cui lavorava, a rintracciarlo, nel 1871… Anche Livingstone, come tutti gli altri, era in cerca delle sorgenti del Nilo. A detta dell’intero mondo scientifico, nessuno aveva contribuito quanto lui a far conoscere al resto del mondo l’Africa, che aveva attraversato da costa a costa, spingendosi fino alle cascate Vittoria, prima sorgente del Nilo, come avrebbe scoperto Speke qualche anno dopo, e che con insuperabile zelo aveva tracciato le prime mappe attendibili e dettagliate del continente africano, specie delle regioni più interne. Per non parlare del valore incalcolabile delle sue osservazioni sulla flora e la fauna di quell’area di mondo. Con le sue immancabili scatole di latta a tracolla, al cui interno custodiva i preziosi diari pieni di schizzi e annotazioni che una volta pubblicati lo avrebbero reso famoso ai quattro angoli del globo, si era fatto largo nella foresta vergine a colpi di machete, tra paludi e acquitrini infestati da serpenti e coccodrilli, perseguitato dalle sanguisughe, depredato di tutto, perfino della preziosa farmacia portatile che tante volte gli aveva salvato la vita e di cui vedete qui una riproduzione, abbandonato dai suoi sepoy e dai portatori così tante volte da perderne il conto, vincendo la malaria, la polmonite, la progressiva perdita dei denti, le allucinazioni, la diffidenza e l’aggressività delle tribù dei Grandi Laghi. Al termine di una specie di via crucis era giunto allo stremo delle forze a Ugigi, nei pressi del lago Tanganica, nell’Africa orientale, armato della sola fede, come usava dire – aggiungendo subito dopo che diffondere la parola del Vangelo serviva non solo a salvare anime ma anche ad aprire nuove rotte commerciali, e in questo non si poteva dargli torto. Ormai malato e impossibilitato a proseguire, era stato salvato dagli stessi mercanti di schiavi e di avorio che aveva combattuto, i quali lo tennero presso di sé, in stato di semiprigionia, in un luogo segreto lungo le sponde del Tanganica. Qui egli trascorse quasi un anno, recuperando le forze a poco a poco. Una volta rimessosi in sesto, gli fu consentito di riprendere il viaggio, a patto che non rivelasse l’ubicazione del nascondiglio dei suoi soccorritori. In pochi giorni raggiunse la regione compresa tra i laghi Shire e Niassa, continuando a tracciare mappe e a eseguire rilevamenti di altipiani, foreste, laghi, fiumi, villaggi… E per tutto quel tempo il mondo non aveva più avuto sue notizie, perciò molti lo davano per disperso. Fu a quel punto che Stanley partì alla sua ricerca. Come dicevo, l’impresa era finanziata dal “New York Herald”, che sperava di aumentare le vendite pubblicando a puntate il resoconto della spedizione. Stanley, abituato a trattare con gli indiani delle praterie, era un tipo pragmatico, sbrigativo e abile nelle relazioni pubbliche: in poche parole, la persona che ci voleva per condurre in porto una simile impresa. Dopo avere seguito passo passo quello che si supponeva essere l’itinerario percorso da Livingstone, dalla costa occidentale dell’Africa fino al villaggio di Ugigi, noto per il suo florido mercato di schiavi e di avorio, Stanley vide finalmente venirgli incontro, attorniato da una moltitudine di indigeni seminudi, un uomo bianco alto e magro, con una lunga barba polverosa e il volto segnato dalla sofferenza. Avanzò verso di lui con passo misurato e quando fu a pochi metri, preso dalla commozione, fu tentato di abbracciarlo. Invece si limitò a togliersi il cappello e a mormorare: “Il dottor Livingstone, suppongo”. “Sì” rispose l’altro, levandosi anche lui il cappello. Nient’altro. Si sarebbero detti due amici che si incontrano a Piccadilly per recarsi a teatro… E ora, se vogliamo proseguire, per di qua…»

«Scusi, prof» fece uno spilungone dinoccolato con una cresta fucsia e un anellone all’orecchio destro che di cognome faceva Colombo, «può dirci perché abbiamo cominciato dalla sala dell’Ottocento e non dalle prime sale, dedicate ai viaggi nel Medioevo e nel Rinascimento?»

Terranova non si aspettava quella domanda.

«Colombo, sempre in cerca del pelo nell’uovo, eh? La ragione è semplice: per visitare le altre sale avremmo dovuto attendere un’ora e forse più: a causa di un malinteso la guida che se ne occupa si era impegnata con altri gruppi. Tutto chiaro?»

I genitori del ragazzo, titolari di un rinomato ristorante che serviva specialità di pesce, a ogni incontro coi professori non facevano che sottolineare come il destino del figlio fosse tracciato. Ma lui non sembrava rassegnarsi all’idea.

«Certo prof, mica volevo…»

«Mentre quella del Seicento è chiusa per restauri, dico bene?» fece Terranova rivolto alla guida.

Questa annuì, per poi riattaccare un attimo dopo: «Eccoci davanti a una riproduzione in scala 1:2 della Beagle, il brigantino con cui Charles Darwin compì il giro del globo raccontato nel celebre Viaggio di un naturalista in- torno al mondo».

Salì sul ponte rialzato della nave per una ripida scaletta, seguito da alcuni studenti.

«Ecco, questa era la sua cabina, e qui vedete la sua bussola, il suo telescopio e la sua lente d’ingrandimento, o meglio una loro riproduzione a grandezza naturale. E questi sono dei cronometri e un barometro appartenuti al comandante Robert FitzRoy. Naturalmente la nave era dotata di cannoni, ma qui non ne troverete.»

Tralasciò di dire che il primo comandante della Beagle, il capitano di vascello Pringle Stokes, si era sparato alla tempia dopo essersi chiuso nella cabina per quattordici giorni a causa della depressione nella quale era piomba- to una volta giunti nella Terra del Fuoco.

Un attimo dopo premette un tasto verde su un pannello di alluminio e di colpo partì una registrazione che intendeva ricreare i suoni e l’atmosfera a bordo della Beagle, proprio come se ci si fosse trovati a fianco di Darwin e di FitzRoy in carne e ossa.

Nel frattempo metà della scolaresca, incluso il professor Terranova, era salita sul brigantino.

La nave prese a rollare, in modo molto verosimile.

«Se chiudete gli occhi» azzardò la guida «assaporerete meglio ogni cosa, il rumore delle onde, il fischio del vento, le grida dei marinai…»

Tra i ragazzi era sceso il silenzio. Molti di loro si erano lasciati convincere a socchiudere gli occhi.

«Non sembra anche a voi di trovarvi lì con loro, sul castello di prua della Beagle?» continuò la guida. «Ecco davanti a voi le coste del Sudamerica, riuscite a vederle?»

Qualcuno mormorò un timido sì. Bartolomeo si schiacciò un foruncolo sul naso. «Ecco il Río de la Plata, Puerto Deseado, la Patagonia…» Lo stesso professor Terranova, contro la sua volontà, si lasciò afferrare dalla suggestione, sprofondando in una specie di sogno a occhi aperti. Gli sembrò di senti- re un’eco, prima lontana e poi sempre più vicina. Sì, era lui, Darwin, tornato per far rivivere quella storia attraverso la sua voce suadente. Con un gesto quasi meccanico, tirò fuori dallo zainetto la guida-catalogo del museo, che aveva acquistato al bookshop al momento di fare il biglietto e, dopo aver scorso l’indice l’aprì alla pagina che cercava…

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