Anteprima. Gina Berriault. Il figlio

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“Pensare che un uomo sia inerme è come pensare che anche il sole lo sia perché non può essere altro che una luce che brucia”.
Gina Berriault

Quando si scende nell’intimità, quando lo sguardo è così penetrante e brutale, che ogni cosa sembra come distruggersi e ricomporsi ad ogni batter di ciglia, allora possiamo dire di trovarci di fronte a un libro d’eccezione, a una scrittura semplice e vigorosa, a una mano di donna che sa tracciare caparbiamente la tristezza del proprio essere, la solitudine, la rabbia e l’abbandono. Una donna che conosce perfettamente se stessa, che sa di essere innocente “alla mercé della propria femminilità”. Gina Berriault ci racconta in questo suo libro Il figlio (1966) edito da Mattioli 1885 (con la traduzione di Nicola Manuppelli) in uscita il 9 luglio, la vita e gli amori di Vivian, il legame con suo figlio David, il suo essere allo stesso tempo seducente e indifesa. Questa vertigine si concretizza con dei dialoghi taglienti, come in una danza che si fa sempre più concitata e violenta.

È una lettura sorprendente, in cui la protagonista, gioca con gli uomini, con il suo corpo e con i loro appetiti, è come se fosse in balia di loro, come se ogni singola cellula del suo corpo lo fosse, ma in qualche istante lei trova un pertugio, una gloria irragionevole e i suoi pensieri si ingrandiscono e assumono dimensioni di mostri e si lasciano cadere deboli su una poltrona o su un letto.

E poi quel figlio, avuto da un uomo fuggito in cerca del successo a New York, e poi la guerra, la Seconda Guerra Mondiale, a rinvigorire un legame con un altro uomo e poi sentire, affacciandosi alla finestra, “la presenza delle migliaia, milioni di persone che si stringevano luno all’altro nel buio di altre città”. E nuovamente la separazione, dolorosa ma anche piacevole, il desiderio di altri cambiamenti, la morte e sentire il caos del mondo irrequieto muoversi sotto di lei, immergersi nella marea del cambiamento e guardare a quel figlio come a una zavorra, a un ormeggio sicuro.

È come se Vivian avesse bisogno degli altri per percepire il mondo, come se nessun pensiero si fermasse in lei se non in comunione con gli altri.

È una donna unica, nella complicata violenza delle parole dovremmo essere decisi a sfogliare queste pagine e come Vivian, nella lettura, saper aspettare, guardare a quel figlio e sentirci per qualche ragione redenti. O non esserlo mai.

Edoardo M. Rizzoli

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Di seguito un estratto in esclusiva da Il figlio (Mattioli 1885) di Gina Berriault dal 9 luglio in libreria

1

La notte del giorno in cui si laureò all’istituto femminile insieme a ventitré altre ragazze – tutte con gli stessi abiti di un bianco virginale fluttuanti sotto gli alberi, con in mano i diplomi avvolti con un nastro – domandò ai suoi genitori il consenso per sposare il fratello dell’amante del padre. Il ragazzo aveva diciannove anni, era straordinariamente bello e stava per trasferirsi a Hollywood, dove, con l’aiuto di una cugina attrice, sarebbe diventato un attore. Non aveva soldi né occupazione, a parte un impiego saltuario come cameriere in un enorme ristorante a buon mercato frequentato da famiglie italiane, e non poteva sperare di guadagnarsi da vivere recitando – le aveva spiegato il padre – né tantomeno confidare che qualcosa accadesse, a meno che la sua bellezza non fosse tale da bastargli; ma a questo proposito il padre nutriva qualche dubbio. Non le pareva che il ragazzo avesse la testa un po’ troppo grossa e le gambe un po’ troppo sottili? E non le sembrava che camminasse come una papera?
Il padre di lei era un uomo elegante, con un bel profilo, e reagiva ai momenti di stress prendendo in giro e infierendo sulle persone che riteneva lo minacciassero, aggrappandosi alle loro carenze fisiche. Spinto tuttavia dalla minaccia della figlia di seguire il giovane in ogni caso, a costo di mettere al mondo un bambino per aggravare la situazione, aveva finito per acconsentire al matrimonio, così come aveva fatto la moglie, e Vivian Carpentier e Paul Cardoni si erano sposati nella cattedrale episcopale.
Vivian aveva voluto il maggior numero possibile di ospiti, perché maggiore fosse stato il numero, maggiore sarebbe stato il sostegno alla sua ossessione per lo sposo; più popolare il matrimonio, più sicuro il futuro di lui come attore; ecco il ruolo scaramantico e determinante che lei aveva deciso di dare agli ospiti. A bordo della vecchia Ford di Paul percorsero la costa, trascorrendo un paio di notti a casa dell’attrice, poi trovarono un piccolo appartamento; lui venne assunto come cameriere in un famoso ristorante frequentato dalla gente del cinema e lì rimase in attesa di essere scoperto. Quando Vivian rimase incinta, un mese dopo le nozze, attese la nascita del bambino come qualcosa che avrebbe reso ancora più salda l’unione fra lei e Paul. Un figlio avrebbe permesso a quel matrimonio di durare per sempre, anche se non aveva dubbi sul fatto che così sarebbe andata in ogni caso. La gravidanza, però, finì per durare più a lungo del matrimonio. Verso la fine di quei nove mesi Paul cominciò a soffrire d’insonnia, causata, le rivelò una notte, dal terrore di sapere che lei portava in grembo il suo bambino. L’arrivo di quel neonato lo innervosiva; fino a quel momento non aveva compreso quale sconvolgimento potesse essere la nascita di un figlio per un genitore. Sentiva ora di avere meno possibilità di diventare famoso, quasi fosse incatenato a una roccia. Le rivelò i propri sentimenti solo una volta, e cioè quella notte, e Vivian si convinse che si trattava di un episodio isolato, come una persona che soffre di un attacco di nausea una sera e poi riprende a star bene. Non molto dopo, però, Paul non fece ritorno dal lavoro, e a qualche giorno dalla scomparsa arrivò una lettera da Chicago, nella quale Paul chiedeva a Vivian di tornare dai propri genitori in attesa che le facesse avere sue notizie. Le disse che andava a New York per tentare di farsi strada nel teatro. Disse che le avrebbe fatto avere un recapito una volta arrivato e si raccomandò affinché lo avvertisse della nascita del bambino.
Dopo un viaggio di una notte in treno, Vivian arrivò a casa proprio mentre i genitori e il fratello sedevano a tavola per la colazione domenicale. Non aveva cenato la sera prima, provando repulsione al solo pensiero del cibo, e ora aveva fame; ma non era la sola ragione per cui divorò tutto senza staccare gli occhi dal piatto. Era convinta che i genitori avessero interpretato come totalmente egoistico il desiderio di Vivian di sposare il ragazzo che ora l’aveva abbandonata, e così, di nuovo sotto la loro custodia, era come se accettasse beffardamente quella visione di lei, dimostrando – nel consumare quel pasto – il medesimo tipo di disperato egoismo che l’aveva condotta a sposarsi. Era cresciuta fra i soffitti color malva e i divani di pallido raso giallo della madre, eppure era questa la sua vera natura: una ragazza con sciatti vestiti prémaman, che erano stati della sorella di un vicino di casa; i capelli schiariti col perossido e divenuti di due colori, bianchi e giallo zolfo sulle punte; i tacchi alti che cedevano a ogni passo; le unghie sporche; e poca sensibilità, nemmeno sufficiente a farle sollevare la testa un attimo per rivolgere una parola gentile alla sua famiglia.
Restò seduta nella stanza della madre. Quest’ultima trascorse un’ora a vestirsi e truccarsi, insoddisfatta in apparenza del risultato, passandosi il belletto sulle guance e stirando verso il basso i riccioli con l’henné per coprirle. Vivian prese le sigarette dalla scatola di porcellana che si trovava sul comò, e fumò come faceva il marito, tirando indietro la testa, dopo aver dato una lunga boccata, per far uscire sbuffi di fumo. Incrociò le ginocchia, avvolse col braccio lo schienale della sedia, e dondolando il piede mentre raccontava alla madre delle attrici e degli attori nelle cui case e piscine lei e Paul erano stati invitati. Le spiegò che Paul aveva ottenuto una parte in un film che stavano girando nel deserto dell’Arizona, e che, prima che lui partisse, gli aveva promesso che sarebbe andata a trovare i genitori, dato che Paul temeva che Vivian senza di lui potesse sentirsi sola. Poi scoppiò in lacrime, singhiozzando talmente forte che le parve quasi di far muovere il bambino dentro la pancia.
Rimase sdraiata, inerte e immobile nel letto della madre, blaterando degli scarafaggi nel lavandino di casa, delle formiche a caccia di sporcizia nella vasca; accusando gli insetti di essere la causa della partenza del marito, perché quegli insetti erano stati una fastidiosa costante in un periodo della vita che lei non riusciva nemmeno a cominciare a esaminare; perché esaminare il suo matrimonio, anche se ne fosse stata capace, avrebbe significato vedere la propria esistenza come lei sospettava la vedesse la madre: una serie continua di sbagli. La madre la coprì con una coperta – lei e l’ampia rotondità del bimbo nel grembo – poi uscì per andare in chiesa.
Quattro giorni dopo il suo ritorno, a tarda notte il padre l’accompagnò in auto in ospedale. Il bambino nacque durante le prime ore del mattino. Lo chiamò David, non in onore di un qualche parente o amico, ma perché quel nome l’aveva sempre affascinata, ricordandole il ragazzo che era riuscito a uccidere il gigante e da adulto era diventato re; un nome che le richiamava un’eterna giovinezza. Il bambino aveva capelli scuri e morbidi e occhi simili a piccole perline luminose dentro palpebre paffute; occhi di un colore intenso e ancora indefinito; i piedi erano pieni di pieghe e macchie viola, come se avessero duecento anni; e tutto quanto aveva la perfezione di un oggetto d’arte in miniatura.
Era sorpresa da come il suo corpo reagisse al pianto del bambino, dato che lei stessa era insicura delle proprie azioni, incerta su che cosa avrebbe provato: dolore o sollievo? O entrambe le cose? Quando il bambino piangeva per essere nutrito, un minuscolo fermento si faceva strada nel suo seno, un’effervescenza come quella che potrebbe avvenire all’interno di un frutto, quando il calore del sole si concentra sulla buccia. Il latte filtrava attraverso il tessuto della camicia da notte, e, mentre Vivian giaceva su un fianco per allattarlo, il tremolio della bocca del bambino che succhiava dal capezzolo riverberava nel suo utero con una contrazione interna che risaliva e che rendeva il succhiare del piccolo un piacere per lei, quasi una ragione per aver messo al mondo il bambino. In quei momenti gli accarezzava la piccola testa tonda, le membra prive di spigoli e giunture, piegate come le gambe di gomma di una bambola, e cercava, toccandolo, di percepire chi fosse, che genere di persona sarebbe stato, sfiorandogli con una sensazione di terrore i capelli, adagiati sopra la fontanella morbida dove pareva essere contenuta l’anima. E anche quando, guardando verso il piccolo viso del bambino, era turbata dall’inanità della sua fame, dalla semplicità animalesca del bisogno di essere nutrito e dalla soddisfazione mentre questo accadeva, da quella semplice richiesta che le veniva posta perché anticipava richieste più complesse e ignote, anche mentre sentiva nel proprio spirito il desiderio di fuggire da quelle domande che venivano fatte a lei e al suo futuro, anche allora i seni di Vivian rispondevano alla bocca di lui, il proprio corpo assaporava ciò che era segreto e al tempo stesso svelato in quella contrazione dell’utero, e provava compiacimento nella dipendenza del bambino dal suo corpo.
Una volta, durante gli ultimi giorni trascorsi nel reparto maternità, mentre sedeva sulla sedia accanto al letto e lo allattava, le sembrò un ridicolo sbaglio che un uomo dovesse vivere la condizione dell’infanzia. Si chiese se quel bimbo si sarebbe vergognato di lei in seguito, dei propri primi giorni, guardando gli altri neonati, compreso magari un figlio, con un senso di imbarazzo. Quel periodo – l’infanzia del suo bambino – le sembrava assurdo perché già in lui era presente un significato che andava al di là della madre, la ragazza che lo teneva al seno, abbracciando con le mani l’intera sua lunghezza. La divertiva talmente questa assurdità, che lo sollevava in alto per immergere il proprio viso sorridente nel fagotto quasi senza peso di quel piccolo corpo e di quei morbidi vestiti.
Dopo una settimana mise in valigia le poche cose che si era portata, camicie da notte e accappatoio e pantofole. Fu il padre a trasportare tutto, mentre lei lasciava l’ospedale, tenendo il bambino avvolto in una coperta. Fece attenzione a salire sull’ascensore, perché indossava tacchi molto alti e fu soddisfatta di quella contrapposizione, del fatto che le scarpe non fossero adatte per una donna con in braccio un bambino, mostrando che non era in preda a nessuna esaltazione da ragazzina per il fatto di avere un bambino tra le braccia, e che il tempo delle illusioni era finito. Nel tragitto lungo il corridoio, giù per le larghe scale e fuori attraverso il parcheggio fino all’auto di suo padre, si ritrovò a contrastare un desiderio a cui non avrebbe mai ceduto e che tuttavia temeva; inciampare nei propri tacchi e far cadere il bambino. Quando la scarpa s’incagliò appena, a due passi dall’auto, strinse il bambino più vicino a sé in preda al terrore.

2

Quasi ogni giorno, per il resto di quell’estate, spinse la carrozzina di tela giù per la collina fino al parco, sedendosi su una panchina fra il sole e l’ombra degli alberi che si muovevano; una ragazza con abiti di cotone color pastello, le gambe e le braccia nude, i sandali ai piedi. C’erano sempre dei bambini sull’erba; e madri, ciascuna con il proprio caos di cesti e bottiglie; e ogni tanto un uomo solitario su una panchina – un uomo diverso ogni volta – che la guardava da sopra il giornale o la osservava senza darlo a vedere. Dondolando la carrozzina con la punta del piede, si immaginava a fianco di quell’uomo, dall’altra parte del sentiero, vagheggiando un’unione così dolce da cancellare dalla sua memoria il ricordo del marito. A volte, dall’altra parte della strada, il titolare del negozio di alimentari, una minuscola figura con addosso un grembiule verde, rimaneva sotto il tendone immobile a guardarla. Erano queste, si domandava, le opportunità a cui poteva aspirare una donna innocentemente promessa a un altro? Starsene lì insieme al proprio bambino? Ragionava chiedendosi che effetto facesse mentre spingeva la carrozzina verso casa, fermandosi sotto il tendone del negozio per osservare la frutta sul banco esterno, sorprendendo nella penombra all’interno un’occhiata rapida da parte del fruttivendolo o un rapido movimento della testa.
La culla bianca ornata di gale era sistemata su delle gambe rigide e delle rotelle, in un angolo della sua stanza. Quando il bambino dormiva, lei ascoltava la radio sdraiata sul letto o leggeva i romanzi e le riviste che la madre le comprava, ed era irrequieta per i desideri del suo corpo. Soddisfare quella smania sarebbe bastato; il resto, la convinzione che qualcun altro potesse conoscere il suo spirito, quanto o meglio di come lei stessa lo conoscesse, era un’illusione. Giaceva sul letto, ascoltando canzoni in voga o leggendo, fantasticando sempre – nell’anticamera del cervello – di un nuovo abbraccio, col corpo sempre in attesa di essere rivendicato da quella fantasia. Le sembrava che quel tempo a casa dei genitori, con il bambino, non avrebbe mai avuto termine se non iniziando una relazione con un altro uomo, e avvertiva quello stesso desiderio anche nell’animo della madre che canticchiava al bambino e chiocciava; il desiderio che arrivasse un altro uomo e si portasse via la figlia. Un desiderio che veniva espresso con quei suoni dolci, affettuosi, a volte stanchi, mentre la madre si chinava sulla culla con la consueta femminilità nei movimenti, adesso accentuati perché la figlia li vedesse e imitasse; e dal momento che la figlia era di nuovo a casa, e con un bambino, c’era da presumere che non avesse usato e non stesse usando al meglio quella femminilità che aveva avuto in dono. Se pensava al padre, Vivian sapeva per certo che se fosse scappata con un altro uomo non gli sarebbe mancata. Insegnava cardiologia all’università, e faceva visite private, trascorrendo quasi ogni sera al club o con l’amante; la famiglia per lui era diventata come un gruppo di pazienti di una branca della medicina che ora non lo interessava più, ma di cui era costretto a occuparsi una volta ogni tanto. Il fratello, Charles Jr. aveva sei anni più di lei ed era medico interno in un ospedale dall’altra parte della baia; anche se a volte tornava a casa per la notte, non era per andare a trovarla, né mostrava alcun interesse per il bambino. Passava a salutarla, di solito pochi minuti prima di uscire, e le sue maniere sprezzanti la spingevano a tenersi lontana da lui e a rispondergli con riluttanza. Vivian non riusciva a sopportarne la voce forte e strascicata, i polpacci che gonfiavano i pantaloni e le gambe lunghe che si muovevano nervosamente, mentre con un fare professionale spostava il peso da una suola di para all’altra. Quando lui le chiese che cosa avesse intenzione di fare della propria vita, gli rispose, guardando da un’altra parte, che pensava di seguire un corso per massaie.
Tuttavia, dopo qualche tempo, decise di azzardarsi a uscire. L’amante del padre, la sorella di Paul, era una sua buona amica. Era giovane, alta, di una bellezza quasi severa, e lavorava come illustratrice per il mondo della pubblicità; dipingeva a olio e le pareti del suo appartamento erano completamente nere. Spesso Vivian percorreva le due miglia di strada che la separavano da casa di Adele per andare a bere in compagnia degli amici di lei: giornalisti di diversi quotidiani, pubblicitari, attori. Una notte cantò per loro, alla maniera di una torch singer, intonando canzoni d’amore non ricambiato, appollaiata sul bracciolo di una sedia, con le gambe incrociate, strappando languidamente i petali cadenti di una rosa color champagne che Adele le aveva messo fra le mani. Si esibì di nuovo, un paio di notti dopo, per uno dei cognati di Adele, il proprietario di un bar dove s’intrattenevano i clienti con cantanti e raconteur al pianoforte. Era passato a casa di Adele per sentire Vivian. Lei indossò un abito di seta marrone scura, perfettamente aderente alle forme del corpo, e una lunga collana di perline d’ambra e giada. La sua voce, riscaldata dal brandy, era bassa e penetrante.
La prima notte che cantò nel bar, i genitori andarono insieme ad ascoltarla, nella speranza – lei lo sapeva – che a dispetto di quello che avevano imparato sulla vita di aspiranti attori e artisti, la loro figlia sarebbe un giorno divenuta famosa, eludendo le insidie. Vivian aveva i capelli tagliati corti come quelli di un ragazzo, il pallore della carnagione che brillava in sorprendente contrasto con i grandi occhi scuri; il corpo giovane e snello simulava l’indolenza sensuale della donna d’esperienza, seducente anche se sembrava rimanere in disparte, in attesa della persona giusta. Le prime sere temette che gli avventori non la prendessero sul serio. I gesti che faceva non li sentiva come propri; li aveva rubati alle artiste dei night e dei film; la voce imitava quella di famose cantanti, rauca e lamentosa, con la giusta incrinatura; e i capelli erano del colore in voga fra stelline del cinema, commesse e cameriere. Mentre replicava la sua commedia, tutto cominciò a sembrarle naturale, perché lo sguardo fisso e assorbito del pubblico e il loro applauso la portò a credere a ciò che loro credevano, che tutto fosse naturale, che non fosse il frutto di un inganno, ma qualcosa d’innato, come se lei stessa fosse l’originale e non la replica, e fossero le altre, invece, a imitarla. E il fatto che alcuni uomini fra il pubblico finissero per infatuarsi di lei, le forniva un’ulteriore prova.
Anche Vivian si infatuò di un robusto e amabile speaker radiofonico, un vedovo sulla cinquantina, con piccoli baffi grigi e riccioli, anch’essi grigi, che spazzolava con molta cura all’indietro con piccole spazzole d’argento. Scelse lui, fra molti, per riprendere conoscenza del proprio corpo, perché, fra tutti, le era parso il più colpito da lei. Quando lui sedeva con Vivian al tavolo di un ristorante, le mani gli tremavano nel toccarle i polsi e le dita, e la voce baritonale aveva come un sussulto. Vivian sapeva che non sarebbe riuscito a significare per lei niente di più di ciò che aveva significato il marito, e che non l’avrebbe liberata dal desiderio per gli altri uomini; ma di certo avrebbe spezzato il legame – il legame del corpo di Vivian col bambino. Sul letto sfatto dell’appartamento semi-vuoto dello speaker, gli offrì il seno; quel seno che aveva abbandonato la bocca del bambino solo un mese prima e che ancora si sentiva in comunione col neonato. Adesso la bocca di un uomo distruggeva quel legame e, sebbene fosse una cosa che era destino succedesse, al di sotto dell’eccitazione Vivian avvertiva il turbamento della rottura. Nel punto da cui il bambino era nato, il medico l’aveva cucita in modo da renderla vergine di nuovo, e il dolore sentito nell’abbraccio di quell’uomo sembrava un tentativo del proprio corpo di respingere lo straniero che stava distruggendo il suo legame col bambino. Andò spesso nell’appartamento di lui, e rimanevano l’uno nelle braccia dell’altra per ore, cercando un tenero rispetto reciproco che teneva conto delle mancanze e degli errori; ma sempre, quando lui si alzava dal letto e lei rimaneva distesa a guardarlo vestirsi, con la camicia che gli cadeva come una tenda intorno ai fianchi, la visione le risultava in qualche modo angosciante e come priva di un futuro.
Il marito non le aveva più scritto nemmeno una singola parola dall’ultima lettera mandata al momento della fuga, così, su suggerimento dei genitori, Vivian fece richiesta di divorzio. Nelle pressioni del padre e della madre era implicita un’approvazione: la sensualità del nuovo posto di lavoro avrebbe potuto svilupparsi in tutte le forme. Il bambino, adesso, non era più il centro dell’esistenza di Vivian. La cuoca e governante svedese, che viveva negli alloggi della servitù accanto alla cucina, portava il piccolo nella propria camera le sere in cui Vivian cantava al bar, e la famiglia di Vivian pagava alla donna un extra in più sul salario per questo servizio. A volte Vivian, quando rimaneva fuori tutta la notte e passava l’intera mattina a dormire, si presentava al piano di sotto in vestaglia e con un vago senso di colpa, e trovava il bambino addormentato nella culla, col sole che filtrava attraverso le tende di pizzo della stanza della governante, oppure intento a osservare il canarino nella gabbia. Sebbene cantare e essere apprezzata fosse gratificante – e le notti con l’amante eccitanti – Vivian sentiva che ciò non era sufficiente a giustificare la separazione dal bambino. Le pareva un comportamento furtivo, indipendentemente dal numero di complici implicati. Così cercava di dar mostra del proprio amore, prendendo il bambino in braccio, portandolo in giro per casa, adagiandolo sul letto o su un divano e accarezzandogli la pancia e le piante dei piedi; e quella parvenza d’amore si trasformava in realtà.

© 2020 Mattioli 1885

9 luglio 2020