Anteprima. Giovanni Mastrangelo. I padri e i vinti

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Sì, diceva, sono nato borghese, ma da qualche parte bisogna pure cominciare.

Cominciare cosa?

La Rivoluzione.”

 

Giovanni Mastrangelo. I padri e i vinti

Giovanni Mastrangelo, scrittore, fotoreporter, autore di documentari, sceneggiatore – ha collaborato con Bernardo Bertolucci al soggetto del film Piccolo Buddha – autore, tra gli altri, dei libri Il piccolo Buddha, Il coupè scarlatto, African soap, Henry – torna in libreria da domani con il romanzo I padri e i vinti edito da La Nave di Teseo, secondo atto di una tetralogia – iniziata con Il sistema di Gordon – che racconta della vita di un uomo visto dai punti di vista degli altri.

I padri e i vinti è un romanzo avvincente ricco di intrecci, che racconta tre generazioni attraverso la grande narrazione del Novecento. La trama prende le mosse durante la resistenza con le vicende di una banda di partigiani nascosti tra le montagne della Presolana capeggiati da Zeno che fa da mediatore coi partigiani delle Alpi orientali.

In uno dei paesi a valle, sotto il monte Pora, vive la famiglia Cristaldi i cui componenti sono divisi alla stregua dell’Italia spaccata da intrinseche divisioni ideologiche e politiche. Pietro il capofamiglia è anticlericale e fascista, sua moglie Flora non ha mai compreso la politica: “è qualcosa che ti piove sulla testa, una mattina ti svegli e c’è la guerra e il duce non comanda più. A Salò o a Milano sotto le bombe, oppure sfollati su queste montagne, per noi madri di famiglia non cambia mai nulla”. Poi ci sono i figli Vera e Alberto, tanto diversi e distanti nelle scelte come nei modi di essere e vivere.

In un giorno apparentemente uguale agli altri, avviene nel paese l’esecuzione sommaria di una spia fascista e il fatto che in qualche modo si lega ai Cristaldi susciterà molto clamore. Solo un paio di settimane dopo, la mattina del 29 aprile del 1945, i componenti della banda di partigiani della Presolana si troveranno a Milano per strada, in mezzo a tantissima gente che “va a onde come un mare ancora agitato dopo una lunghissima tempesta durata almeno vent’anni” e ci sarà un silenzio solenne che si incrinerà in piazzale Loreto.

Cambia lo scenario. La guerra ora è terminata, la famiglia Cristaldi decide di rimanere in montagna fino alla fine del ’46; sarà un anno rigeneratore, senza più ansia per le bombe o ansia di sentirsi traditi e traditori insieme. Quando decidono di fare ritorno alla “normale vita borghese” scelgono di andare a vivere a Lodi, non più Milano, loro città di provenienza, associandola alla disfatta per il ricordo della loro casa sventrata da una bomba un paio d’anni prima. A Lodi inizierà un periodo ricco, dieci anni di trasformazione e ricostruzione in sintonia con quella del paese, dieci anni per dimenticare e provare a riappacificarsi per gli eventi successi. Siamo nel dopoguerra che reca in sé un precario desiderio di normalità che sarà poi spazzato via dagli scontri di piazza degli anni Settanta.

Ora è il tempo di Antonio, figlio di Vera, cresciuto prima a Lodi e successivamente a Milano dove durante le lotte studentesche, si avvicinerà alle frange più estreme dei movimenti. Scoprirà a un certo punto che la storia della sua famiglia porta con sé dei segreti ed è macchiata da un tradimento e anche la sua stessa esistenza potrebbe avere il sapore di una grande bugia. Il suo mondo allora subirà un crollo, ma con l’aiuto del patrigno e l’incontro con un maestro dal fascino misterioso riuscirà a uscire dal dolore e con la nuova consapevolezza acquisita, a ricostruire se stesso e la storia di tutta la famiglia.

Con una scrittura densa di pathos e per immagini, come fossimo davanti a uno schermo, l’autore ci fa vedere la storia di una famiglia dalla fine della guerra sino agli anni Settanta, inevitabilmente intrecciata con le vicende storiche d’Italia. Una saga familiare che con i suoi protagonisti dà voce ai sentimenti potenti di cui si nutrono le relazioni interpersonali e familiari.

Silvia Castellani

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Di seguito un estratto in esclusiva concesso da La Nave di Teseo a Satisfiction.

 

Mi ricordo gli odori della prima infanzia, il profumo del letame che dalla campagna entrava in città all’inizio di ogni estate infilandosi nelle strade, nei negozi, dappertutto. E la puzza di provincia che si sentiva d’inverno dentro le case, come una nuvola invisibile che avvolge tutti, incollata ai grembiuli di scuola, a centinaia di lenzuola, a migliaia di camicie appena stirate – sono nato in pianura, a Lodi, bassa Padana.

Gli odori riescono ad accendere la memoria più antica, gli altri ricordi in generale ingannano, anche quelli che sembrano più autentici, perché la memoria è ingorda, tende sempre ad aggiungere, a prendere in prestito da fuori, a falsificare la realtà – fotografie, sogni immaginari, visioni collettive, notizie di seconda mano. Il pensiero trasforma inevitabilmente i ricordi mutandoli in singoli racconti che con gli anni si congiungono tra loro, si allungano, si adattano alla visione fittizia che abbiamo di noi stessi e diventano episodi di serie televisive, sequenze di un unico film, capitoli del romanzo della nostra vita. L’olfatto invece suscita ricordi autentici, senza mediazioni, ancora privi di senso morale – non c’è giusto o sbagliato, bene o male, bello o brutto. L’odore vive di per sé, diventa il cuore del ricordo, si sente dentro il naso e l’anima contemporaneamente e non lascia dubbi.

Il mio primo ricordo risale all’operazione alle tonsille e nessuno mi ha mai aiutato a ritrovarlo. Mi hanno solo detto che sono stato operato pochi giorni dopo il mio terzo compleanno. Vedo la stanza, il pavimento grigio chiaro di linoleum, il letto con le sbarre di metallo, sento le lenzuola ruvide sul corpo e nell’aria quella stessa puzza che anche oggi mi perseguita – negli anni Cinquanta lo chiamavano etere, l’unico anestetico. Un odore cattivo, freddo come il marmo. Anche se il nonno mi ha detto che non c’è da avere paura, i miei sensi sono all’erta, sento qualcosa che mi scorre dentro al corpo, un’onda d’allarme che dalla testa arriva fino ai piedi e torna su, veloce come un turbine di ghiaccio – gambe pancia gola occhi capelli. E tu come ti chiami? Chiede con un sorriso finto la matrigna di Biancaneve travestita da infermiera.

Antonio.

Sai già contare?

Fino al sette.

Bravo, Antonio. Conta fino a sette, dice spingendomi in faccia una maschera che ha la stessa puzza che si sente nella stanza – ma più forte, molto più forte. Vedo una luce rossa che mi si accende in testa e l’onda diventa un uragano. Uno, due, tre, sono arrivato solo fino al tre, poi più niente. Oggi, quando ci penso, mi accorgo che sto ancora aspettando il quattro.

Mio nonno Pietro invece aveva un buon odore, come di bosco, e molti dei miei primi ricordi c’entrano con lui e con quel suo aroma selvatico. Quando avevo poco più di sei anni mi ha insegnato un gioco che faccio ancora oggi quando l’occasione si presenta: osservare gli altri intorno a me e fare l’opposto di quello che stanno facendo. Mi disse che era un gioco molto antico che si chiama Bastian Contrario e che era stato inventato da un mago tanto tempo fa.

Bastian Contrario? gli chiedo incuriosito e lui risponde che questo mago si chiama appunto Bastiano ed è stato il capo di tutti i maghi fin dai tempi antichi delle favole e che non è mai morto e che anzi vive ancora come spirito infelice.

Perché è infelice?

Perché Bastian Contrario non ha mai avuto successo, molta gente non l’ha capito, oppure se l’è dimenticato e oggi non lo gioca più nessuno.

Tu ci giochi? gli chiesi.

Sì, disse, gioco tutte le volte che posso, ma lo spirito del mago vorrebbe che fossimo molti di più a giocarci.

Perché?

Mi rispose che tutti i maghi sono vanitosi e hanno bisogno di avere sempre più gente che li ascolta. Non sapevo cosa volesse dire essere vanitosi – il nonno mi diede una spiegazione semplice e chiara che uso ancora oggi a sessant’anni. Disse: Essere vanitosi vuol dire aver paura che gli altri non ti vogliano abbastanza bene.

Come io con la mamma? dissi quasi senza pensarci e sentii un dolore improvviso allo stomaco. Il nonno rispose di sì come se fosse una cosa normale, come se non vedesse il dolore insopportabile che si ingrandisce e mi scende nella pancia. Anche oggi posso dire con certezza di essere un uomo vanitoso.

C’è una sola regola nel gioco, mi disse, è difficile da capire subito ma alla fine, una volta che l’hai capita, è semplice: puoi giocare solamente se con te ci sono almeno altre tre persone.

È un gioco a squadre?

No, si gioca da soli, gli altri non sanno neanche che stai giocando, disse, è un gioco segreto. Devi sempre fare l’opposto di quello che fanno gli altri, ma non devi guardare una persona sola, devi fare l’esatto opposto di quello che in quel momento stanno facendo tutti gli altri insieme.

Gli altri chi?

Faceva caldo, eravamo in montagna, io e lui in giardino, si sentiva l’odore delle robinie fiorite. Mi rispose che Bastian Contrario si poteva giocare con tutti e in ogni momento, che non c’era distinzione tra casa o scuola, estranei o persone di famiglia, ma disse anche che proprio perché era un gioco segreto, l’avrei capito solo al momento giusto.

© La Nave di Teseo, 2020