Il diritto di odiare? Una piccola inchiesta (Liberilibri 2025, 96 pp., 9,50 €) è un oggetto editoriale fuori formato, una lama sottile che fende l’aria e ci invita a respirare diversamente. Con questo libro inchiesta nasce una collaborazione inedita – quella tra Liberilibri e l’intelligenza artificiale: un esperimento alchemico, l’umano che tenta di toccare il tecnico senza dissolversi, e la macchina che si lascia attraversare dalla fragilità del pensiero.
È un esperimento editoriale che tenta di chiamare per nome ciò che già ci cammina accanto: l’IA che non è più promessa né orizzonte, ma presenza viva, respiro nella nostra stessa stanza. Pubblicare libri scritti con il suo contributo significa mettersi davanti a uno specchio impossibile: il riflesso è umano, ma la superficie che lo restituisce vibra di una sostanza altra, indecifrabile.
Al centro di questo esperimento c’è l’odio, nella sua accezione primordiale. Da dove nasce la paura che proviamo verso questo sentimento, il più sospetto, il meno confessabile? L’indagine parte da qui, da questa ferita luminosa: un viaggio in una zona di crepuscolo in cui ciò che si prova si distingue appena da ciò che si fa, dove la parola scivola ai margini della violenza e la tempesta interiore si traduce nel gesto. Un’indagine che parla di noi, della nostra ossessione per la sicurezza emotiva, del tentativo di sterilizzare il dissenso come si disinfetta una ferita. E allora la domanda – “esiste un diritto di odiare?” diventa un monito lanciato nel vuoto del Grand Canyon sociale in cui ci muoviamo, per ascoltare l’eco che produce. La libertà non si misura dal numero dei suoi divieti, ma dalla capacità di reggere le sue ombre. In questa inchiesta, l’intelligenza artificiale è un bisturi lucido che incide per mostrare le fibre morali che ci sostengono, i tendini invisibili del vivere civile. Il vero rischio, alla fine, non è l’odio. È la nostra incapacità di attraversare le emozioni senza chiedere loro il permesso di esistere. È il timore di guardare nel pozzo e riconoscere il nostro stesso volto, increspato dal vento del tempo in cui viviamo.
Nancy Citro
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Viviamo in un’epoca che ha trasformato la sensibilità in un valore assoluto e l’empatia in un criterio quasi esclusivo di legittimità morale. Ogni discorso pubblico sembra ruotare attorno alla celebrazione della vulnerabilità, alla centralità della vittima, alla necessità di proteggere ogni individuo dal rischio di sentirsi offeso. In questo contesto culturale, l’odio è diventato l’ultima emozione proibita, l’unico sentimento di cui non si può parlare senza passare per patologici o pericolosi.
Si potrebbe pensare che questa diffidenza verso l’odio sia una reazione ragionevole a secoli di violenze e discriminazioni. Del resto, la storia europea è costellata di esempi in cui l’odio è stato la premessa ideologica di persecuzioni e conflitti. Tuttavia, il fatto che un’emozione possa degenerare non significa che la sua semplice esistenza debba essere negata, o forzosamente rimossa. Ogni emozione, se esasperata, può diventare distruttiva. Ma non per questo il diritto può arrogarsi la pretesa di stabilire quali sentimenti siano legittimi e quali debbano essere espulsi dalla coscienza collettiva.
Il punto che spesso sfugge è che l’odio non è sempre sinonimo di pulsione aggressiva, di violenza fisica. È un’emozione antica, archetipica, che attraversa tutte le epoche e tutte le culture. Può assumere forme degradanti, ma anche forme di difesa identitaria e morale. Si può odiare per motivi meschini – e accade di frequente – ma si può odiare anche ciò che si percepisce come una minaccia radicale ai propri valori fondamentali. In tal senso, l’odio non è un riflesso cieco: è un giudizio che prende la forma di una repulsione.
Naturalmente, distinguere tra odio come emozione e odio come istigazione all’aggressione è essenziale. Eppure, nel linguaggio pubblico contemporaneo questa distinzione tende a svanire. Si parla ossessivamente di discorsi d’odio, ma raramente si definisce con chiarezza il confine tra l’espressione di un’avversione e la volontà di causare danno. Si finisce così per equiparare il sentimento negativo all’atto violento, come se esprimere un giudizio ostile fosse già di per sé un’aggressione. Ma la democrazia, per funzionare, ha bisogno di questa distinzione: quando si pretende di criminalizzare l’odio in quanto tale, si compie un salto di qualità verso una forma di sorveglianza emotiva che non è compatibile con una cultura politica pluralista.
Si può replicare che la convivenza civile richiede un linguaggio rispettoso e che le parole feriscono. In parte è vero: le parole hanno conseguenze. Ma da questa constatazione non discende che la legge debba trasformarsi in un dispositivo di neutralizzazione simbolica, capace di rimuovere ogni affermazione che produca disagio. Una società che equipara l’offesa alla violenza si condanna a vivere in una perenne infantilizzazione degli individui, come se ciascuno avesse diritto a un ambiente relazionale completamente privo di contraddizioni. La storia dimostra che ogni regime che ha preteso di educare i sentimenti ha finito per esercitare un potere oppressivo. Si potrebbe obiettare che questa è una lezione del passato che oggi non corre più rischi di ripetersi, ma il meccanismo non è scomparso: ha cambiato volto. Nell’Unione Sovietica l’ironia era un segnale di resistenza borghese, nella Cambogia di Pol Pot la tristezza veniva considerata una minaccia al collettivismo. Oggi non è più lo Stato totalitario a prescrivere l’uniformità emotiva: sono la società e le sue istituzioni culturali a escludere ciò che disturba, imponendo un codice morale implicito che stabilisce cosa si può sentire e cosa no. Lo stesso lessico della “sicurezza emotiva” riflette questa evoluzione. Non si parla più di libertà, ma di “spazi sicuri”, di “comunità inclusive” in cui la priorità diventa la protezione dal disagio. È evidente che la tutela della dignità è un obiettivo legittimo. Ma un conto è garantire che nessuno subisca minacce o violenze, un altro è pretendere che nessuno subisca disapprovazione o ostilità. Il primo obiettivo è giuridico, il secondo è ideologico.
In molte democrazie occidentali, la repressione delle emozioni negative si è intrecciata con l’espansione del controllo simbolico. Le piattaforme digitali vietano parole e concetti giudicati “pericolosi” per la coesione. Le università istituiscono zone protette dove non è consentito parlare di questioni controverse. Il diritto penale si dilata fino a punire opinioni che un tempo sarebbero state considerate semplici giudizi morali. La cultura pubblica si adatta a questo clima, producendo una sorveglianza orizzontale in cui ciascuno è sostanzialmente invitato a denunciare ogni deviazione emotiva. Ma una società che vieta le emozioni negative non diventa automaticamente più civile, diventa più fragile e meno capace di confrontarsi con la complessità. Le emozioni non sono opinioni che è possibile correggere con un contraddittorio, sono risposte legate alla percezione del mondo. Possono essere giuste o ingiuste, degne o indegne, ma non possono essere semplicemente soppresse.