Anteprima. Joe R. Lansdale. Deadwood Dick. Black Hat Jack

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Deadwood Dick. Black Hat Jack è la nuova avventura del cowboy afro-americano ispirato da Joe R. Lansdale, in uscita il 2 aprile da Sergio Bonelli Editore. Il volume, con la sceneggiatura di Mauro Boselli e i disegni di Stefano Andreucci, si ispira al racconto in cui Lansdale rievoca la Seconda Battaglia di Adobe Wells, che infuriò il 27 giugno del 1874. Al centro delle vicende, accanto a Deadwood Dick, l’amico Black Hat Jack: entrambi fronteggeranno, insieme a pochi altri cacciatori di bufali, l’attacco di centinaia di Comanche, Cheyenne, Kiowa e Arapaho. Per ammissione dello stesso Lansdale, il western è – prima di tutto – una forma di fantasy: così prende forma anche questo excursus sospeso tra Storia e storie da raccontare, la cui genesi ci viene spiegata dallo stesso scritrore texano. In questa occasione, infatti, proponiamo un estratto dell’intervista a Lansdale, realizzata da Luca Crovi e Seba Pezzani, che arricchisce il volume di Sergio Bonelli Editore. Nell’intervista, tra l’altro, Lansdale torna al ricordo di un soggiorno ad Adobe Walls, in Texas, il luogo in cui è ambientata la storia. 

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Stavo andando a trovare il mio amico George R. R.Martin con il quale avrei dovuto presenziare alla proiezione di un film (non mi ricordo se fosse ‘Christmas with the Dead’ o ‘Cold in July’oppure una delle anteprime della serie tv di ‘Hap e Leonard’). Mentre ero in viaggio con mia moglie, mi sono messo a scrivere in albergo. Era un percorso lungo e quindi avevamo scelto di farlo a tappe, prendendocela comoda.

Per qualche giorno ho messo giù semplicemente la storia, lavorando in albergo sia di notte che al mattino prima di riprendere la strada. Ed è successo che durante il percorso ci siamo fermati proprio ad Adobe Walls, in Texas, dove è ambientata la storia raccontata fra le pagine di ‘Black Hat Jack’ che si svolge durante la seconda sanguinosa battaglia fra uomini bianchi e indiani che ebbe luogo in quella zona. Ho utilizzato per costruire quella novella tutto il materiale storico che avevo a disposizione, mescolandolo con degli intrecci narrativi che mi sono inventato di sana pianta. Ho inserito il personaggio di Deadwood Dick nell’avventura non perché intendevo riferirmi alla sua vita in senso letterale, né tanto meno perché volevo modificarne la biografia. Mi serviva un personaggio attendibile che vivesse quell’episodio storico. Ho pensato che potevo in qualche modo accentuare la dimensione narrativa tipica delle ‘dime novels’ che Nat Love stesso aveva inserito nel suo personale memoir. E ciò mi ha permesso di raccontare una storia di portata più ampia.

Così con coraggio e perseveranza ho costruito quella novella mentre mi recavo a Santa Fe per trovare il mio amico Martin. Ho iniziato e finito il romanzo breve durante il tragitto di andata e ritorno del viaggio: mi ci è voluta una mezza settimana circa per concluderlo. Non è un libro lungo e l’ho scritto di getto. Ero ispiratissimo. Adoro la storia del West. Scriverei molto di più sul periodo se avessi delle idee brillanti come quella. Solo dopo aver pubblicato ‘Black Hat Jack’ da Subterranean Press mi sono accorto che potevo scrivere anche un romanzo più lungo con lo stesso protagonista. Quando lo proposi a Mulholland, la risposta fu entusiasta. Così ho realizzato ‘Paradise Sky’ nel 2015. Addirittura, c’era l’idea di un seguito sulla quale ho lavorato per un po’ e che mi entusiasmava. Deadwood Dick sarebbe entrato a far parte del Wild West Show. Buffalo Bill disponeva di un gruppo speciale di quelli che lui chiamava i ‘rough riders’. Comprendeva cavalieri di varia estrazione: arabi, neri, indiani. Uomini di etnia e provenienza diversa che rappresentavano le diverse culture che componevano il suo variegato e multietnico spettacolo itinerante. Molti di quei cavalieri erano cowboy di colore come Deadwood Dick. Il titolo di quella rappresentazione speciale era ‘Buffalo Bill’s Wild West and Congress of Rough Riders of the World’ e il sottotitolo prometteva la presenza in scena di ‘scontri violenti tra uomini civilizzati e razze barbare e selvagge.

Joe R. Lansdale