Anteprima. Jonathan Evison. Il giardiniere.

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Forse ero io il mio peggior nemico. Probabilmente mi stavo scavando la fossa da solo.”

Jonathan Evison – Photo Keith Brofsky

Jonathan Evison, scrittore noto per la sua ironia non convenzionale, il cui romanzo più conosciuto è The Revised Foundamentals of Caregivings del 2012 da cui è stato tratto il film Altruisti si diventa, appare per la prima volta in Italia con Il giardiniere (da oggi nelle librerie) edito da Sem che ha concesso a Satisfiction un estratto in esclusiva.

Del protagonista del libro, Mike Muñoz, è stato scritto dal The New York Times che “è il giovane Holden del nuovo millennio”.

Il personaggio tratteggiato da Evison fatica ad accettare la situazione precostituita e le regole dell’ambiente che lo circonda, non vuole rassegnarsi al proprio destino.

Il libro inizia che il protagonista Mike Muñoz è un bambino. All’età di cinque anni si ritrova a guardare un filmato promozionale di Disneyland che la madre ha recuperato in biblioteca dalla scatola dove la gente lascia le videocassette che non vuole più. “In un certo senso fu un segno premonitore di quello che sarebbe successo dopo, perché ciò che colpì più di tutto la mia fervida immaginazione, ancor più della grandiosità delle attrazioni, fu quel paesaggio così scrupolosamente curato: i grandi cespugli perfettamente tagliati a forma di Paperino e Pluto, le aiuole di fiori colorati che riproducevano Topolino e Minnie e il prato impeccabile. Mi sembrava il paradiso.”

Per quel bambino il ricordo di essere arrivato a pensare, pur con la complicità di un crudele inganno del padre, di poter entrare nel “Posto più Felice della Terra” rimarrà tra i ricordi più belli della sua vita. Una vita difficile – con un padre alcolista che lo chiamava Mezzasega, una madre distrutta dai doppi turni di lavoro e un fratello maggiore ritardato di cui occuparsi in solitudine – in mezzo alla miseria e alla difficoltà di riuscire a scorgerne la bellezza. Sì, perché se si cresce circondati dalla bellezza, è facile poi riconoscerla da grandi, ma se quotidianità vissuta è pressoché priva di bellezza, allora le persone che quella quotidianità si sono trovate a vivere non sapranno vederla oppure, nei casi più fortunati, sapranno intuirla e allora proveranno ad afferrarla in tutti i modi. Mike cercherà bellezza e consolazione nelle pagine dei libri, sognerà lui stesso di scriverne uno e mai dimentico delle suggestioni di quando era bambino, coltiverà un’autentica passione per l’arte topiaria che consiste nel dare forma ai cespugli per ricavarne delle statue. Anche se tutto ciò che gli chiedono nel suo lavoro di giardiniere, ora che è un giovane ventenne, è tagliare il prato e togliere le cacche.

Come potrà cambiare la sua vita, ora che è cresciuto e si è stancato di subire un destino desolato che pare già scritto?

Una fotografia gli serve a ricordare sempre da dove proviene e vorrebbe dire al bambino che è stato, che un giorno troverà sicurezza e amore e deve smetterla di mangiarsi le unghie e cominciare a ridere un po’:“Perché è questo che dovrebbero fare i bambini, dovrebbero ridere.”

Con una scrittura travolgente Jonathan Evison conduce il lettore nella mente e nel cuore del giovane protagonista alla scoperta di se stesso per tentare di raggiungere “una felicità mai garantita in uno stato dove la polizia compie soprusi, le frontiere sono chiuse e se sei povero devi strapparti i denti da solo”. Ma Mike riesce a intravederla, la bellezza di un futuro migliore, perché come è solito ripetersi: “Se la vita ti regala merda, usala come fertilizzante”.

La lucidità mescolata all’ironia che emergono in queste pagine accompagnano il lettore in uno straordinario viaggio attraverso la società americana piena di contrasti e discriminazioni sociali ma soprattutto dentro al sogno americano fondato sull’idea che tutti hanno le stesse opportunità.

Silvia Castellani

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Nel caso pensiate che io sia l’ennesimo individuo insoddisfatto, schiavo dello stipendio, vorrei chiarire che il giardinaggio mi piace. Forse non guadagno una fortuna, ma me ne sto all’aria aperta otto ore al giorno e non devo aspettare anni per vedere il risultato del mio lavoro. Non è poco, di- rei. Provate a pensarci: perché mai tutti quei vecchi parrucconi che vanno in pensione passano le loro giornate a curare il giardino? Preferisco di gran lunga tosare un prato, potare i rododendri o concimare le aiuole piuttosto che stare a fare i conti o a preparare panini. Almeno con l’erba si ha sempre l’ultima parola, a differenza dei panini, che poi se li sbafa qualcun altro. E cosa c’è di più bello di un grande prato verde con l’erba tagliata di fresco? Che c’è di più gradevole dei contorni definiti e delle linee nitide di un bosso potato con cura? Non ho intenzione di descrivere tutte le sfumature dell’arte del paesaggio, né di assillarvi con le stronzate introspettive e filosofiche che si trovano nei libri: stiamo solo parlando di giardini, non di una metafora della condizione umana. Sappiate solo che, in linea di massima, mi piace davvero prendermene cura. E sì, forse un giorno scriverò il Grande romanzo americano sul giardinaggio, ma per ora vi basti sapere che il martedì è un giorno di merda.

I clienti del martedì stanno tutti sull’isola di Bainbridge, al di là dell’Agate Passage. Chiamiamo quel ponte “l’entrata di servizio” perché nessuno degli abitanti dell’isola, per quanto ne sappia, ha mai falciato un prato, pulito la piscina o sgorgato le grondaie. Nessuno guida un furgone malandato, a meno che non sia del 1957. Anche i ragazzini che frequentano le superiori – e che si chiamano Asher o Towner o roba simile – guidano macchine nuove. Hanno l’aria contenta, sana e un po’ annoiata. All’apparenza sembrano tutti innocui, anche se la maggior parte di loro non si rende conto della fortuna che ha o di quanta gente molto meno privilegiata abbia contribuito al loro benessere, o abbia sofferto per permettere loro di godere di tanta ricchezza.

Ma come ho già detto, un giorno mi riprenderò quel che mi spetta. Probabilmente non succederà di martedì. Il martedì comincia sempre con una mezza giornata a casa Truman: una grande dimora sul lato est dell’isola a una sessantina di metri sul mare, proprio di fronte a Ballard, completamente circondata da siepi di bosso. Un’ampia di- stesa di prato rasato alla perfezione, che Truman ci costringe a falciare con un tagliaerba a mano, probabilmente ereditato da Fred Flintstone. Non ci permette nemmeno di utilizzare i soffiatori elettrici. Niente radio, niente musica, ma soprattutto niente musica salsa, cosa che a me non dispiace affatto. Se sei un uomo ricco e potente e te ne stai lì a elaborare i tuoi pensieri di ricco e potente, e a spostare denaro nel “libero mercato”, quello nato dallo sfruttamento di schiavi e bambini, non vuoi essere disturbato dal rumore di un tagliaerba.

Truman è un tipo severo, alto circa un metro e sessanta, e il martedì è sempre a casa. Non ho idea di cosa abbia fatto per diventare così ricco, forse un bel niente. Quel che è certo è che non sa godersi i suoi quattrini. Ogni volta che alzi gli occhi è lì che ti fissa dalla finestra, ben felice che tu te ne accorga. Quando ti guarda, è meglio che tu stia rastrellando o potando, altrimenti rischi di venire licenziato come Eduardo o Che, che sono stati liquidati perché non si erano accorti che li stava controllando. Ecco perché di solito mi nascondo qualche ora dietro il bosso a potare.

Con il bosso è tutta questione di bordi precisi e contorni ben definiti, due cose che vorrei fossero presenti anche nella mia vita. Questo tipo di lavoro è molto gratificante, ma lo sarebbe assai di più se potessi dare a quel bosso la forma che desidero.

Non per vantarmi, ma sono un piccolo genio dell’arte topiaria. Anche se non mi hanno mai chiesto di farlo a livello professionale, sono in grado di tirare fuori dagli arbusti di un giardino animali, ragazze nude o qualunque forma geometrica. A volte, quando me ne vado a spasso, se vedo un agrifoglio informe me lo immagino già trasformato in un obelisco o in una spirale, altre volte la mia fantasia riesce a mutare una fila di tassi in un colonnato greco.

Sfogo gran parte della mia creatività nel giardino sul retro di casa nostra, dove nessuno si può lamentare di quello che faccio: un gruppo di funghi nel mirto, dei pompon nel ligustro, uno gnomo che mangia un hot dog nel crespino comune. Ma il mio capolavoro, liberato dal groviglio del caprifoglio giapponese che si trova dietro al capanno, è una sirenetta, in onore della fiaba. Ultimamente però quel cespuglio si è rifiutato di piegarsi alla mia visione artistica. Un ramo inopportuno, in particolare, resisteva ai miei sforzi – un ramo particolarmente orgoglioso e sporgente. È stato un momento molto istruttivo: ho imparato che a volte è meglio assecondare la realtà invece di combatterla. Quindi il mio capolavoro è diventato un tritone con un’erezione. In un certo senso l’erezione era già lì e io mi sono limitato a darle spazio.

Uno dei lati positivi del martedì è che lavoro con Tino. Ho imparato molto da lui, ma mi guardo bene dal dirglielo. Non è che il tipo mi piaccia; mi chiama puto almeno cinque volte al giorno e la sua risata mi dà sui nervi. Ma è efficiente, attento ai dettagli e orgoglioso del suo lavoro. Ha un buon occhio per il quadro generale: l’ampiezza della superficie, l’importanza della definizione e dell’equilibrio, le leggere irregolarità del terreno che creano il movimento. E poi è un mago con le cesoie.

Ma quel martedì Tino era fuori fase. Uno dei suoi zii aveva dato una festa la notte precedente. Una gran fiesta a sentire lui. Barbecue, quattro casse di birra Tecate, fiumi di tequila e una partita di calcetto nel parcheggio alle due di notte. Logico che quella mattina Tino non fosse per niente in forma: aveva gli occhi spenti ed era decisamente troppo pallido per essere un messicano. Trasudava tequila da tutti i pori. Dopo mezz’ora che eravamo arrivati da Truman si schiantò in un cespuglio e vomitò sul vialetto lastricato a pochi metri da dove stavo lavorando io.

Be’, provate a immaginare chi ci stava spiando dalla finestra e ci piombò addosso un attimo dopo?

«Che cosa sarebbe quella roba lì per terra?» chiese Truman, indicando la chiazza di vomito.

Tino tentò pavidamente di blaterare qualche spiegazione in spagnolo.

«No hablo español» disse Truman. «Chi è stato? È roba tua?»

Tino abbassò lo sguardo.

«Sono stato io» risposi. «Stavo giusto per pulire.» Truman mi rivolse un’occhiata dubbiosa.

«Ho mangiato del cibo indiano ieri sera» proseguii. «Sono sicuro che sia stato il masala, anche se a guardarlo sembra più paneer.»

Non so se Truman se la sia bevuta o no, ma di una cosa sono certo: quel tipo è un coglione. Se fossi stato io a man- dare avanti la baracca, uno come Truman non lo avrei accettato come cliente. Avrei fissato delle regole precise: niente stronzi, niente ingrati, niente ficcanaso, niente razzisti. Meno che mai dei ricconi incapaci. E se fosse stato per me avrei pagato i miei operai più di dodici dollari all’ora. Ma lasciamo perdere.

«Be’, sii gentile, vedi di occupartene subito» disse Truman. Sii gentile ’sto cazzo. Da quel momento le cose non fecero che peggiorare.

Un’ora più tardi si presentò Lacy, quel ciccione del capo. Non mi era mai piaciuto, ma nell’ultimo anno era cambiato in peggio. Tanto per cominciare non lavorava più con noi. Si limitava a dare ordini, di solito urlando al telefono. Un tempo aveva sempre con sé dell’ottima marijuana terapeutica, che gli serviva per il mal di schiena. Black Rhino, Blueberry Kush, tutta roba fina, ma ormai queste riunioni salutari erano severamente vietate. Se Lacy ci sentiva addosso odore d’erba, ci spediva di filato a casa. Ma la cosa peggiore era che Lacy era un arrampicatore sociale della peggior specie, un vero leccaculo.

«Che cazzo, Muñoz! Ho appena ricevuto una telefonata da Truman. Sei ubriaco?»

«No. Sto male. Posso andare a casa?» «Troppo tardi. Hai già vomitato.» «Mi dispiace.» «Vaffanculo. Mi ha chiamato McClure. Devi andare a

raccogliere la cacca del cane sul portico. Adesso.» «Ma mi avevi detto…» «Chissenefrega di cosa ti ho detto. Non possiamo permetterci di perdere un cliente per della merda di cane.» «Perché non assumono un…» «Un raccatta-merda? Ho guardato sulle pagine gialle e, pensa un po’, non ne ho trovato nemmeno uno. Quindi non resti che tu. È un problema? Perché in questo caso c’è un cugino di Tino che sta cercando lavoro.»

«Ma, Lacy, mi avevi detto…»

«Senti, in ogni squadra ce ne deve essere uno e a quanto pare sei tu il mio ragazzo della merda. Muovi il culo e vai a pulire quel portico.»

Tanto per cominciare detesto lavorare dai McClure, ma per ragioni diverse da quelle per cui odio lavorare da Truman. Se fossi io il capo, scaricherei anche i McClure. Non sono interessati alle potature né alla cura delle aiuole e il prato è solo quattro metri per quattro ed è circondato su tutti i lati da cedri trascurati e pieni di radici. Falciarlo è un vero casino. In qualunque direzione uno si muova deve spostare il tosaerba ogni tre secondi, facendo attenzione a tenere sollevate le ruote anteriori per evitare di beccare una radice che potrebbe spaccarlo. C’è sempre ombra quindi l’erba è bagnata anche a luglio, e basta voltarsi un attimo che quella è già ricresciuta.

Però il problema è un altro. Il problema è Duke, il San Bernardo di cento chili dei McClure, che caga come un elefante dappertutto. E quando dico dappertutto intendo proprio dappertutto: sul vialetto di ghiaia, nelle aiuole che lo bordeggiano e ovviamente sotto il portico. E indovinate chi deve raccattare i suoi stronzi? Vi do un suggerimento: non è Hillary Clinton.

Quando arrivai stava piovendo a dirotto. Come al solito c’era una distesa di sigarette buttate ovunque. Quel cazzo di cane era riuscito a cagare in un vaso di nasturzi a un metro da terra. Non riuscivo a capacitarmene. Come al solito, i McClure erano stati così premurosi da lasciarmi sotto il portico una paletta da camino, decisamente inadatta al compito.

All’inizio tentai di utilizzarla, ma per quanto gli stronzi sembrassero sodi, all’interno erano decisamente morbidi, come quei tortini di cioccolata che dentro sono quasi sciolti. A peggiorare le cose c’era il fatto che avevo con me solo un sacchetto di carta. Nel frattempo la pioggia mi colava nella fessura tra le chiappe e la puzza della cacca di Duke si era fatta insopportabile. Al sesto stronzo zuppo di acqua, la busta di carta si ruppe e, malgrado il mio disperato tentativo di tappare lo squarcio con le mani nude, il contenuto si spiaccicò sui miei stivali come una zucca marcia. Furibondo, alzai gli occhi verso il cielo grigio, prima di perdere completamente il controllo.

«Figa, merda, cazzo, vaffanculo» urlai.

Profondamente disgustato, cominciai a sbattere gli stivali e un pezzo di cacca andò a finire sulla porta a vetri. In preda a una rabbia cieca, spedii con un calcio il sacchetto strappato dall’altra parte del portico, poi scesi gli scalini e mi misi a sfregare le mani e gli stivali sull’erba nel tentativo di pulirli.

«Al diavolo, che schifo!»

Dovevo aver attirato l’attenzione del vecchio Duke, perché lo vidi dietro al vetro che mi fissava impassibile, con quegli occhi offuscati dalla cataratta.

«Vai a farti fottere» gli urlai.

Ma Duke non batté ciglio. Si rimise sdraiato e appoggiò la grande testa quadrata sulle zampe, poi sospirò e chiuse gli occhi.

Fu quella la goccia che fece traboccare il vaso. Quel maledetto cane faceva una vita migliore della mia. Certo, doveva essere morto di noia, ma stava al caldo, era asciutto, ben nutrito e poteva cagare ovunque gli andava, perché ci sarebbe sempre stato un poveraccio come me che avrebbe pulito. Mentre io ero lì, disperato, sotto la pioggia, con le mani sporche di merda. Non ce l’avevo con Duke, ma c’era qualcosa che non mi tornava.

Non voglio annoiarvi con i dettagli. Basti dire che passai mezz’ora a cercare di ripulire quel casino e non ne ero per niente contento, potete scommetterci. Ma senza un altro sacchetto non potevo fare molto.

Quindi me ne andai.

© SEM – Società Editrice Milanese, 2020