Anteprima. Luca Ricci. Gli estivi

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L’estate era l’unica stagione che doveva essere obliata mentre la si viveva, per sopravviverle; al contrario delle altre stagioni, di cui era bello avere consapevolezza (lo struggimento autunnale, la letargia invernale, il risveglio primaverile), l’incoscienza era la cifra dell’estate (e uno dei più grandi abbagli dell’umanità era stato confondere quell’incoscienza con la leggerezza.”

Luca Ricci, autore di numerosi libri tra cui per citarne solo alcuni L’amore e altre forme d’odio (2006, Premio Chiara), I difetti fondamentali e Gli autunnali (2018, in corso di traduzione nei principali paesi europei), torna in libreria da giovedì prossimo con Gli estivi (secondo tassello della quadrilogia delle stagioni) edito da La Nave di Teseo che ha concesso a Satisfiction un breve estratto in esclusiva.

Si tratta di un romanzo capace di indagare nel profondo le ossessioni d’amore in tutte le sue forme, scritto con uno sguardo lucido in grado di esplorare i rapporti interpersonali e di coppia, sempre pronto a lasciare che il dubbio emerga, costringendo il lettore a chiedersi cosa in realtà possa definirsi amore.

La trama è la seguente: quando il protagonista del romanzo la vede per la prima volta, è già un uomo di mezza età sulla cinquantina, lei invece è molto più giovane, una ragazzina dall’incarnato pallido, a dispetto dei cliché dell’estate. Sta cenando con le amiche. E ridono. È la notte di San Lorenzo e lei è la sua sorpresa di quella sera, “un desiderio che non ha espresso, esaudito da una stella che non ha visto cadere”.

Più tardi, quella stessa notte, lui dirà al suo fidato amico: “le stelle ogni sera vedono cadere noi”, una frase che colpisce particolarmente alla luce degli sviluppi successivi della storia perché dice molto di questo romanzo cioè che diverse persone “cadono” ogni giorno preda delle loro passioni e ossessioni amorose e smettono di brillare perché è più comodo, forse, accontentarsi di vivere di luce riflessa. Non così per il “nostro” che di mestiere fa lo scrittore ed è impegnato nella costruzione di una storia che non si lascia finire, si fa e si disfa come una tela di Penelope, per mancanza di convinzione più che di ispirazione.

Il tempo del romanzo è l’estate, non una sola, bensì quindici, a rappresentare un vero e proprio appuntamento. L’incontro fortuito della prima estate lascerà infatti il segno e comincerà tra lo scrittore e la ragazzina una storia particolare vissuta sotto l’insegna tarlata della crudeltà, consumata da un estate all’altra. Tutt’intorno Roma, la Pontina, il Circeo, avvolti dalla medesima luce spietata e insolente dell’estate che abbaglia i personaggi e a volte non concede “il margine di un’ombra, una possibilità di fuga rispetto a ciò che si è realmente”. Il protagonista, mosso dal desiderio, dalla curiosità e dalla necessità di testare i propri limiti emotivi e sentimentali, si interrogherà sull’amore, sul possesso, sul linguaggio del cuore, trascinando il lettore in un sogno ad occhi aperti dove tempo e spazio sono dilatati e dove l’estate, stagione che rappresenta una sorta di parentesi, mostra complicata il proprio fascino dando l’impressione che tutto possa succedere.

Il preciso scopo della letteratura è non avere uno scopo” si legge a un certo punto del romanzo. È, dopo aver letto questo libro, lasciare traccia in chi legge della sensazione di non avere avuto un attimo da perdere perché si voleva girare un’altra pagina e poi un’altra ancora, senza smettere mai. E Luca Ricci fa questo, ti costringe a continuare a leggere, senza che tu riesca a smettere mai.

Silvia Castellani

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L’espressione “ti amo” restava un enigma affascinante. Era un foro, uno sbrego, una bruciatura di sigaretta nel tessuto (di per sé poco pregiato) della comunicazione umana. Che cosa diavolo significava? Significava uggiolare alla luna, ascoltare sempre la stessa canzone, non mangiare più, fare petting al parco, tenersi per mano in strada, regalarsi cioccolatini per San Valentino, imparare a scopare, rompersi le scatole degli amici, volersi salvare, prendersi per i capelli sul bordo del precipizio, annoiarsi insieme, sottostare a un qualche sistema di valori condiviso (tipo la fedeltà), vivere nella stessa casa, farsi venire degli scrupoli (o almeno una gastrite), contare i piatti del servizio buono e le disgrazie, preoccuparsi, chiedere: “Che cosa hai mangiato per cena?”, impuntarsi su tutto, litigare per poi fare pace, abbruttirsi senza remore, unire le proprie tristezze, cenare in silenzio, non pretendere più nulla e sorvola- re su tutto, ritirare le analisi mediche dell’altro, impietosirsi, pregare, bruciare dello stesso fuoco e dopo restare a guardare la cenere dietro di sé, seppellirsi? Forse dire “ti amo” era solo uno splendido esercizio di tautologia, in fondo poteva essere la sintetica perifrasi di tutto. Dire “ti amo” significava semplicemente dire “ti amo”, cioè un’espressione vuota, senza alcun significato preciso, ecco perché non ci stancavamo mai di dirla e di pretendere che ci venisse detta, ce la ripetevamo e rimpallavamo infinite volte, il suo senso non stava nel significare qualcosa, nel disegnare in modo preciso un sentimento esatto, ma risiedeva nella ripetizione, nel farsi serie, sequenza, rullo. Un solo “ti amo” non significava nulla, al contrario di dieci, cento, mille “ti amo”, di cui s’intuiva subito il valore e, per così dire, la portata. Dunque, se mi fossi alzato da quel tavolo mi sarei salvato. Ma dovevo farlo in fretta, immediatamente, non c’era un secondo da perdere. Me ne dovevo andare al primo “ti amo”, che era una pura insensatezza, che ancora non era diventato un tic, una coazione a ripetere.

© La Nave di Teseo, 2020