ANTEPRIMA. Marco Vichi e il suo L’anno dei misteri – Rebecca

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Marco Vichi, L’anno dei misteri

E’ il 1969 e a Firenze è “L’anno dei misteri” come recita il titolo del nuovo romanzo di Marco Vichi che vede il ritorno sulla scena di carta del commissario Bordelli -in libreria da domani per Guanda e che qui presentiamo in anteprima.
In Italia Bordelli è rimasto ormai l’unico vero investigatore capace di essere credibile. Marco Vichi riesce a raccontare delle indagini che non sembrano mai uscire dal reale ma che al contempo riescono talmente a farci immedesimare nel protagonista che la finzione letteraria aderisce alla perfezione al corpo del reato: il nostro. Il commissario Bordelli – non si capisce perché non sia stata tratta ancora una serie televisiva al posto dei vari Montalbano e Rocco Schiavone che sviliscono per pochezza e un nazional popolare a livelli di tensione zero- è come sempre: gira con il proprio maggiolino in una Firenze dove la topomastica emotiva è uno dei fulcri narrativi. Sembra di essere lì, tra quelle strade che sembrano dissestate rispetto alla Firenze turistica da cartolina: Vichi la racconta sempre con lo stupore di chi si sente straniero ed eppure ne conosce segreti ed anfratti, monumenti e palazzi. Anche in questo sta la bravura di Marco Vichi: farci mettere l’ impermeabile del commissario che sembra riparare da ogni intemperie mentre tutto ci si tatua dentro come inchiostro indelebile. In questo nuovo romanzo siamo nella Firenze del 1969 e Bordelli affronta un maniaco omicida già macchiatosi degli omicidi di sei prostitute.
Come un abbraccio nel cuore della notte, Vichi ci stringe a sè con atmosfere che se possono ricordano quelle di Augusto De Angelis per la capacità di trasformare ogni frase in una immagine che non toglie nulla allo spessore letterario. Marco Vichi è uno scrittore che rispetta l’etimo della parola: non è un intrattenitore o un imbonitore da romanzetti, ma uno dei pochissimi autori italiani capaci davvero di entrare nella Letteratura riuscendo a mantenere un ritmo serrato e pop e al contempo una rara e potenza magnificenza di stile. Leggere Marco Vichi è come stare seduti davanti ad un camino e sentire la legna ardere, il crepitio di un’Italia che deve ancora fare i conti con un passato mai veramente trapassato: la Grande Guerra, gli omicidi seriali che hanno incendiato le cronache fiorentine per decenni, il venire a patto con una bellezza che troppo spesso rendiamo museale. Con Marco Vichi si viaggia con i finestrini aperti e con lui, tra le pagine, respiriamo finalmente in un mondo che sembra sempre vivere meglio in apnea.

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Mentre i suoi pensieri si andavano perdendo in un labirinto che non aveva alcun senso, lo salvò il trillo del telefono interno. Era Mugnai, che gli annunciava il ritorno della signora elegante con la Jaguar.

« Falla accomodare » disse Bordelli. Non capiva come mai, ma era un po’ agitato. O forse lo capiva bene…

« Gliela mando subito su, dottore » disse Mugnai, e riattaccò. Il commissario si passò diverse volte le mani sul viso, come se quel gesto lo rendesse più giovane. Nel suo ufficio stava per entrare una donna elegante e raffinata, e voleva essere all’altezza della situazione. Era davvero curioso di capire chi fosse quella ricca signora con Jaguar e autista. Aspettava con ansia di sentir bussare alla porta… Che donna sarebbe entrata nel suo ufficio? Una nobile zitella preoccupata per il nipote squinternato? La moglie di un industriale di Prato che sperava di convincerlo a pedinare il marito infedele? Quasi certamente, dal tipo di donna avrebbe capito subito se si trattava di una faccenda seria o di una stupidaggine… Quando sentì bussare, istintivamente si alzò in piedi. La porta si aprì, una giovane guardia annunciò la visita, e nella stanza entrò una signora elegante, al massimo quarantacinque anni, capelli castani e lisci, lunghi fino alle spalle, occhi scuri e intensi. Si trattava certamente di una faccenda seria, pensò il commissario. La donna era vestita semplicemente, e sarebbe stata elegante anche con uno straccetto buttato addosso. Era la dimostrazione vivente che l’eleganza non aveva nulla a che fare con l’abito indossato, ma era una qualità interiore, in parte innata e in parte acquisita dall’ambiente familiare. Una donna così affascinante che…

« Le piace giocare alle belle statuine? » disse la signora, sorridendo. Bordelli si svegliò, affrettandosi a farfugliare le sue scuse.

« Mi perdoni, ero soprappensiero… È un periodo complicato… Vuole liberarsi del soprabito? » Stava per girare intorno alla scrivania per aiutarla.

« Non si disturbi » disse la signora, togliendosi il cappotto da sola. Andò ad appenderlo accanto a quello del commissario. Due cappotti molto diversi, pensò Bordelli, invitando la signora ad accomodarsi.

« Rebecca Malvisi Delle Stelle » si presentò la signora. Bordelli fece un lieve inchino, e prima di rimettersi a sedere aspettò che la donna si fosse accomodata.

« Prego, mi dica… »

« Non le ruberò troppo tempo. »

« Sono a sua disposizione. »

« Mio marito mi ha sempre detto che lei è un uomo gentile. »

« Conosco suo marito? » chiese Bordelli, sorpreso.

« Siete stati compagni di classe al Liceo Dante. »

« Ah… »

« Rodolfo Albergotti Vettori. »

« Certo, me lo ricordo benissimo. » Quanto lo aveva preso per il culo, per via di quei due cognomi. E ogni tanto gli stringeva la mano dicendo… Piacere, Franco Bordelli Cipollotti Scappellotti Coglionciotti…

« Ha saputo? » chiese la donna, tirando fuori dalla borsetta una pagina di giornale, che aprì e appoggiò sulla scrivania. Nazione Sera, con la data del giorno prima, 7 gennaio. Il commissario lesse un titolo piuttosto grande: Si getta nell’Arno, e nel catenaccio, Nobile fiorentino si butta nel fiume tra Girone e Compiobbi. Il corpo non è stato finora ritrovato. Continuano le ricerche.

« Mi dispiace… » mormorò Bordelli. Ma quando alzò lo sguardo sulla donna, vide che lei sorrideva.

« Oh, non è mica vero » disse Rebecca Malvisi Delle Stelle a voce bassa, per non farsi sentire da nessuno.

« Cos’è che non è vero? »

« Che Rodolfo si è ucciso. »

« Cioè? »

« È un finto suicidio. »

« Lo immagina o lo sa? » chiese il commissario, stupito.

« Lo so, me lo ha detto lui. »

« Ah, e come mai questa finzione? »

« Non ha voluto dirmelo, ma non c’è niente di strano, lui è fatto così. Non mi dice mai nulla dei suoi problemi. Mi ha solo spiegato che suicidarsi era un modo per nascondersi. »

« Ah, certo. » Bordelli sperava di capire presto se quella donna affascinante stava dicendo il vero, se il dolore per la perdita del marito la costringeva a inventarsi una realtà assurda, o se era semplicemente una svitata.

« Vedo bene che non mi crede » disse lei, minacciandolo dolcemente con l’indice come si fa con i bambini.

« No no, le credo, le credo… » mentì Bordelli, arrossendo e sospendendo il giudizio.

« Allora mi ascolti: prima di andare a suicidarsi per finta, Rodolfo mi ha chiesto di venire da lei. Ha bisogno di aiuto. » Adesso il suo sguardo era grave.

« Cosa dovrei fare? »

« Andare a trovarlo dove si è nascosto. »

« Dove si trova? »

« Alla Torre del Diavolo. Mi ha detto che lei sa dov’è. »

« Certo, me lo ricordo eccome » disse Bordelli, sempre più curioso.

« Mi ha raccontato che ci siete stati parecchie volte quando marinavate la scuola. »

« È vero » disse Bordelli, pensando a quei bellissimi ricordi di gioventù.

« Quando potrà andarci? » chiese Rebecca.

« Mi scusi, non riesce a immaginare cosa può essere successo a suo marito? »

« No, mi dispiace. Rodolfo non mi ha rivelato nulla. Ma come le dicevo, per lui è normale, non mi appesantisce mai con i suoi problemi. Ma non deve pensare che sia per indifferenza. Siamo molto uniti. Dopo ventisei anni di matrimonio ci amiamo ancora come il primo giorno. E guardi che non sto esagerando. Nemmeno la morte ci fa paura, continueremo ad amarci anche dall’altra parte » disse lei, con un sorriso che si faceva beffe della morte. Bordelli era davvero colpito dall’amore sconfinato che emanava da quella donna.