Anteprima. Ocean Vuong. Brevemente risplendiamo sulla terra

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Amare qualcosa, allora, significa darle il nome di una cosa senza valore, in modo che venga risparmiata e lasciata intoccata, viva. Un nome, leggero come l’aria, può essere anche uno scudo. Uno scudo da Little Dog.”

Il romanzo d’esordio del poeta e scrittore di origini vietnamite Ocean Vuong (T.S. Eliot Prize 2017) edito da La Nave di Teseo, tradotto da Claudia Durastanti e in questi giorni negli store on line come libro e come ebook, è uno di quei libri che una volta letti, difficilmente si dimenticano. Brevemente risplendiamo sulla terra questo il titolo – è una storia potente scritta con un pathos tale da lasciare il lettore meravigliato, letteralmente, davanti al come viene trattato il tema per eccellenza, quello dell’amore che con una forza inaudita può superare tutte le barriere facendosi interprete di coraggio e libertà.

Protagonista della storia è Little Dog che scrive alla madre una lunga lettera in cui ricostruisce le vicende della propria famiglia passando per la guerra, la violenza, l’emigrazione, l’identità, la comprensione di come si diventa cittadini di un altro Paese, attraverso l’ardua conquista della propria libertà che “non è altro che la distanza tra un cacciatore e la sua preda”. Una libertà inizialmente braccata che lotta per esprimersi in tutto il suo essere, oltre le regole imposte da una società non sempre in grado di assorbire la diversità.

È stata la nonna Lan, che ha vissuto il dramma della guerra in prima persona, a ribattezzarlo così, con questo soprannome che significa cagnolino, convinta che sarebbe servito a tenere lontani da lui gli spiriti maligni che vagando sulla terra e rapiscono i bambini, ed è sempre la nonna a fare in modo che Little Dog viva un’infanzia surreale attraverso i racconti mitologici e le usanze sciamaniche del Vietnam, suo paese d’origine.

La madre Rose (che come la nonna porta il nome di un fiore, Lan significa orchidea) con cui il protagonista attraverso la sua lettera è in dialogo costante, è una donna la cui quotidianità, a dispetto del nome, puzza di qualcosa andato a male: è attanagliata da un disturbo da stress post – traumatico che sfocia in violenti scoppi d’ira verso il figlio, alternati a momenti di assoluto tenero amore.

Non sono un mostro. Sono una madre.” – dirà un giorno dal nulla a Little Dog -. “Non sei un mostro” – mentirà lui che avrebbe voluto dirle in realtà: “non è così brutto essere un mostro. Dalla radice latina monstrum, indicava il messaggero divino di una catastrofe… Essere un mostro significa essere un segnale ibrido, un faro: un riparo e un sistema di allarme allo stesso tempo.” L’amore per una madre per Little Dog può spingersi oltre il dolore e sovrastare le mortificazioni ricevute.

Per sfuggire anche alle umiliazioni dei ragazzini americani che lo bullizzano, Little Dog beve latte: “Sto bevendo la luce – pensa -. Il latte cancellerà tutto il buio dentro di me con un’inondazione luminosa”.

Little Dog è un personaggio straordinario a cui è impossibile non affezionarsi, dotato di incredibili forza e grazia, che crescendo si fa interprete del dialogo impossibile tra le generazioni della sua famiglia tutta al femminile, unendo due donne che non parlano l’inglese e non riescono a integrarsi nella cultura americana. Sarà proprio attraverso la cura degli altri che potrà imparare a conoscere se stesso, fino alla scoperta dell’amore.

Brevemente risplendiamo sulla terra – in corso di traduzione in 21 lingue, best seller per The New York Times e finalista ai maggiori premi letterari tra cui il National Book Award for Fictionè un romanzo di formazione considerato dalla critica l’emblema di cosa può essere il nuovo romanzo americano.

Ocean Vuong, attraverso la voce del protagonista a narrare il legame tra un figlio e una madre, tocca temi fondamentali come l’identità, la diversità e la sfida dell’amore che riguarda ciascun individuo e lo fa con una scrittura tanto incisiva da strappare il cuore.

Silvia Castellani

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Di seguito un estratto del romanzo.

Prima di diventare Little Dog, avevo un altro nome, il nome con cui sono nato. Un pomeriggio di ottobre in un capanno rivestito di foglie di banano fuori Saigon, nella stessa risaia in cui sei cresciuta tu, sono diventato tuo figlio. Stando a quanto diceva Lan, uno sciamano locale e i suoi due assistenti si sono accovacciati fuori dal capanno in attesa dei primi vagiti. Dopo che Lan e le ostetriche hanno tagliato il cordone ombelicale, lo sciamano e i suoi aiutanti sono corsi dentro, mi hanno avvolto in un tessuto bianco – io che ero ancora appiccicoso di nascita –, e sono corsi verso il fiume nei paraggi, dove mi hanno immerso sotto coltri di fumo, di incenso e di salvia.

Urlante, con la cenere spiaccicata sulla fronte, mi han- no posato tra le braccia di mio padre e lo sciamano ha sussurrato il nome che aveva scelto per me. Significa Leader Patriottico della Nazione, ha spiegato lo sciamano. Poiché era stato assunto da mio padre, e notando il contegno arcigno di quell’uomo, il modo in cui si gonfiava il petto per ingrandire la sua stazza di un metro e cinquantotto quando camminava, lui che parlava attraverso gesti che parevano schiaffi, lo sciamano aveva scelto un nome che potesse soddisfare l’uomo che gli dava dei soldi. E aveva ragione. Lan ha detto che mio padre era raggiante quando mi aveva sollevato sopra la testa sulla soglia del capanno. “Mio figlio sarà il capo del Vietnam,” aveva urlato. Ma nel giro di due anni il Vietnam, ancora ridotto a brandelli a tredici anni dalla fine della guerra, sarebbe diventato così pericoloso che lui stesso sarebbe schizzato via dal punto esatto in cui si trovava in quel momento, quel terriccio a pochi metri dal sangue che ti aveva formato un cerchio rosso scuro tra le gambe, trasformando il suolo in fango fresco – e io ero vivo.

A volte Lan si comportava in maniera ambivalente rispetto ai rumori. Ti ricordi quella notte, dopo che ci siamo accucciati attorno a lei per ascoltare una storia dopo cena e abbiamo sentito dei colpi di pistola che iniziavano a sparare dall’altro lato della strada? Anche se i colpi di pistola non erano rari ad Hartford, ero sempre impreparato a quel suono, acuminato eppure più banale di quanto avrei potuto immaginare, come le urla dopo gli home run della squadra giovanile di baseball che si susseguivano nel parco di notte. Ci siamo messi a gridare tutti: tu, zia Mai e io, con le guance e i nasi premuti sul pavimento. “Qualcuno spenga le luci,” hai urlato.

Dopo che la stanza è finita al buio per qualche secondo, Lan ha detto “Che c’è? Sono solo tre spari.” La sua voce arrivava dal punto in cui era seduta. Non si era mossa affatto. “Non è così? Siete morti o state respirando?”

I vestiti le frusciavano contro la pelle mentre agitava la mano verso di noi. “Durante la guerra, non facevi in tempo a capire dove ti erano finite le palle che erano già saltati in aria interi villaggi.” Si era soffiata il naso. “Adesso accendete la luce prima che mi dimentichi dove ero arrivata.”

Uno dei miei compiti con Lan era prendere un paio di pinzette e strapparle i capelli bianchi dalla testa, uno per uno. Per dare un senso a quell’azione mi diceva “La neve tra i capelli mi fa prudere la testa. Little Dog, mi tiri via i capelli che mi fanno il solletico? La neve sta mettendo le radici dentro di me.” Mi faceva scivolare una pinzetta tra le dita, “Fai diventare la nonna giovane oggi, ok?” spiegava con calma, sorridendo.

In cambio, venivo ripagato con le sue storie. Dopo averle posizionato la testa sotto la lampada, mi inginocchiavo su un cuscino dietro di lei, le pinzette già salde nella mia presa. Lei iniziava a parlare e il tono di voce calava di un’ottava, sprofondando in una storia. Di solito quello era il suo stile, si metteva a blaterare da una cosa all’altra, le storie si rincorrevano. Vorticavano fuori dalla sua testa solo per tornare la settimana dopo con la stessa premessa. “Ecco, senti questa storia Little Dog, questa ti farà impazzire. Sei pronto? Ma ti importa un po’ delle cose che ti dico? Bene. Perché io non mento mai.” E poi partiva una storia familiare, punteggiata dalle stesse pause drammatiche e dalle stesse inflessioni duranti i momenti di suspense o le svolte cruciali. Io seguivo le frasi con il labiale, sottovoce, come se stessi guardando lo stesso film per l’ennesima volta, un film fatto dalle parole di Lan e animato dalla mia immaginazione. In quel modo collaboravamo.

Intanto che tiravo via i capelli, le pareti attorno a noi non si coloravano di paesaggi fantastici ma si aprivano proprio, l’intonaco si disintegrava per rivelare il passato che ci stava dietro. Scene dai tempi della guerra, mitologie di scimmie antropomorfe, di antichi cacciatori di fantasmi che scendevano dalle colline di Da Lat e venivano retribuiti con caraffe di vino di riso, che viaggiavano per villaggi con branchi di cani randagi e gli incantesimi scritti sulle foglie di palma per scacciare gli spiriti maligni. 

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