Anteprima. Oyinkan Braithwaite. Mia sorella è una serial killer

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Con un velo di ironia, di suspence e una precisione priva di qualsiasi indulgenza retorica, Oyinkan Braithwaite compone il suo Mia sorella è una serial killer, tradotto da Elena Malanga per La Nave di Teseo, in uscita oggi 2 luglio nelle librerie italiane. E affronta il tema dell’omicidio e della morte dando vita a una commedia noir che vede protagonista Ayoola, che si trova a uccidere tre dei suoi fidanzati, per un motivo o per l’altro, e sua sorella Korede, che con il suo senso pratico la aiuta a tirarsi fuori dai guai e, soprattutto, a far scomparire di cadaveri. Korede, infatti, è abilissima nel far scomparire ogni traccia dell’omicidio, ogni traccia di sangue, sa come caricare un cadavere nel bagagliaio della macchina, e aiuta la sorella – la più bella e la prediletta della famiglia – anche a gestire in maniera appropriata i suoi social media dopo ogni omicidio: mostrarsi allegra e sorridente sulle foto di Istagram non sarebbe appropriato. E Korede, sempre lei, rimpiange il momento in cui Ayoola si è impossessata di un coltello appartenuto al padre, con cui la sorella è giunta al terzo omicidio, cosa che la rende ufficialmente un serial killer. Un pezzo alla volta, il quadro viene composto da una serrata sequenza di ricordi e fulminee digressioni, che a macchia d’olio ricostruiscono il mondo a cui appartengono le due donne, la loro storia, i loro rapporti. Ma, mentre aiuta la sorella, Korede si innamora di un dottore dell’ospedale presso cui lavora, che però le chiederà un giorno il numero di telefono di Ayoola, ed è a partire da questo momento che la storia si complica ulteriormente, spiazzando puntualmente il lettore. Ma non si può rimanere indifferenti alle motivazioni che spingono Ayoola a uccidere.

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Quando mi ha chiamata, stavo per mettermi a mangiare. Avevo già disposto tutto sul vassoio: la forchetta a sinistra e il coltello a destra. Avevo piegato il tovagliolo a forma di corona, collocandolo al centro del piatto. Il film era in pausa ai titoli di testa e il timer del forno aveva appena suonato, quando il cellulare ha cominciato a vibrare forte sul tavolo.

Ora che ritorno a casa, la cena sarà fredda.

Mi alzo e sciacquo i guanti nel lavandino, ma non me li tolgo. Ayoola mi guarda dallo specchio. “Dobbiamo sbarazzarci del cadavere,” le dico.

“Sei arrabbiata con me?”

Forse una persona normale lo sarebbe, ma l’unica cosa che sento al momento è l’urgenza di occuparmi del cadavere. Quando sono arrivata qui, lo abbiamo trascinato nel bagagliaio della mia macchina: volevo essere libera di sfregare e passare lo straccio senza dovermi sorbire il suo sguardo freddo.

“Prendi la tua borsa,” le rispondo.

Torniamo alla macchina e lui è ancora lì, nel bagagliaio, ad aspettarci.

Il Third Mainland Bridge è pressoché deserto a quest’ora della notte, e dato che non ci sono lampioni il buio è quasi pesto, ma se si guarda dall’altra parte del ponte, si vedono le luci

della città. Lo portiamo dove abbiamo portato anche l’ultimo e lo buttiamo giù dal ponte, nell’acqua. Almeno non sarà solo.

Il sangue ha impregnato il rivestimento del bagagliaio. Ayoola, presa dai sensi di colpa, si offre di pulirlo, ma io le tolgo dalle mani la mia mistura fatta in casa – un cucchiaio di ammoniaca e due tazze d’acqua – e la verso sulla macchia. Non so se a Lagos abbiano la tecnologia adatta per investigare a fondo una scena del crimine, ma Ayoola non è mai stata in grado di pulire con la stessa efficacia con cui pulisco io.

(…)

Femi le ha scritto una poesia. (Ricorda la poesia, ma non il cognome.)

Vi sfido a trovare un difetto nella sua bellezza;

o a trovare una donna

che possa starle accanto

senza scomparire.

E gliel’ha scritta su un pezzo di carta piegato in due che ricorda i giorni delle medie, quando ci passavamo bigliettini d’amore in classe, tra i banchi. Ayoola si è commossa (lei si commuove sempre quando qualcuno la venera) e ha accettato di diventare la sua donna.

Quando hanno festeggiato un mese di fidanzamento, lo ha accoltellato nel bagno di casa sua. Non voleva farlo, ovviamente. Lui era arrabbiato, urlava e le alitava cipolla in faccia. (Ma come mai lei aveva un coltello?)

Lei non voleva ucciderlo, voleva solo dissuaderlo: ma lui non si è spaventato davanti all’arma. Era alto più di un metro e ottanta, e Ayoola deve essergli sembrata una bambola, con la sua corporatura minuta, le lunghe ciglia e le labbra rosee e carnose.

(La descrizione è di Ayoola, non mia.)

Lo ha ucciso al primo colpo, con una coltellata dritta al cuore. Ma poi, per precauzione, lo ha colpito altre due volte. Lui si è accasciato sul pavimento. Lei non ha sentito più niente, se non il proprio respiro. Il coltello le serviva per difendersi. Con gli uomini non si sa mai: vogliono quello che vogliono quando lo vogliono.

© 2020 La nave di Teseo

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Oyinkan Brainthwaite è diplomata in Scrittura Creativa e Legge alla Kingston University. Ha lavorato come assistente editor presso Kachifo e come copywiter ed editor freelance. Ha pubblicato racconti in diverse antologie e autoproduzioni. Nel 2016 è stata finalista al Commonwealth Short Story Prize. Con My Sister, the Serial Killer ha vinto nel 2019 il “Los Angeles Times” Award per il miglior Crime Thriller, il Morning News Tournament of Books ed è stata finalista al Women’s Prize for Fiction. My Sister, the Serial Killer è già stato tradotto in dieci lingue e sono stati acquistati i diritti cinematografici.

2 luglio 2020