Anteprima. Paolo Cioni, La verità a pagina 31

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Paolo Cioni è il ‘Dave Eggers italiano’: è editore (di Mattioli 1885), giornalista (è caporedattore di «Satisfiction»), traduttore (di scrittori di lingua anglo-americana come Aldous Huxley e Charles Webb), architetto e designer (il font che contraddistingue i libri della sua casa editrice è giunto tra i finalisti del “Compasso d’Oro”), ideatore di una rivista considerata tra le più belle del mondo («Experience 1885» con collaboratori come Joe Lansdale, James Sallis, e musicisti come Brian Eno, Michael Stipe e Rifkin dei REM), ma è soprattutto uno scrittore raro, che possiamo chiamare di ‘razza’ perché ha l’eleganza di una prosa che non è mai puro esercizio di stile ma una continua invenzione narrativa che tra le pagine diventa un perfetto meccanismo letterario. La verità a pagina 31 (nelle librerie da oggi, giovedì 10 ottobre, per Elliot) ha tutte le caratteristiche della tradizione dei feuilleton di fine ’800, quando Maupassant e Dickens pubblicavano i loro romanzi a puntate sui quotidiani, e al contempo è tra i primi esempi di una avanguardia di scrittura che ci porta a comprendere come non esistano autori italiani avanti ma soltanto scrittori molto indietro.

Cioni non è prigioniero del (tra)passato remoto che porta molti a credersi dei nuovi Proust: un accostamento a lui più vicino è al Norman Mailer di Pubblicità per me stesso, all’umorismo di un Mark Twain che gioca a scacchi con Jerome K. Jerome per poi vedere irrompere un Dylan Thomas scapigliato e (s)compassato.

Il segreto di Cioni è di non perdere mai di naturalezza in nome della finzione narrativa: con un respiro ampiamente letterario riesce a consegnarci un romanzo che vince perché avvince, che non annoia, che non si perde in elucubrazioni mentali che caratterizzano la maggior parte degli scrittori italiani. Cioni è più vicino a Occam: perché usare dieci parole quando puoi usarne una? Proprio per questo una frase di Cioni ne contiene dieci.

Il romanzo racconta una provincia, quella emiliana, dove la nebbia spesso entra, almeno apparentemente, nei cuori. Non è l’Emilia ridanciana di Modena o di Bologna, ma una Parma più misteriosa, quasi volesse dissolversi tra il frastuono di un mondo di apparenze e di inganni: un universo di facciata che tra le pagine non diventa mai provincia dell’anima, anzi. Ci sono la fragilità dell’amore, la timidezza degli affetti, la ritrosia dei sentimenti che portano il lettore a una deriva che crea altri mondi.

Una scrittura maieutica che riesce a far rinascere l’anima di chi legge, come se fosse uno spettro d’inchiostro che ogni lettore ha dentro sé stesso e che Cioni riesce a far emergere.

Più che un romanzo è un dono: un romanzo e uno scrittore che si mettono a nudo, in un corpo a corpo con la scrittura, senza per questo cadere in un esibizionismo borghese.

Non è mio costume recensire libri di amici, come lo è Paolo Cioni, e soprattutto di collaboratori di «Satisfiction» o di qualsiasi altro giornale o casa editrice con cui lavoro. Ma la ragione, la verità, la scoprirete a pagina 31. Non c’è il mio nome ma l’accusa verso una società letteraria che ha sostituito i salotti con le Jaguar e la lealtà con l’opportunismo.

 

Gian Paolo Serino

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Era sul ciglio della strada quando arrivai.

Il Collettivo era un ricordo sbiadito ma Raimondo, anche se sconfitto, menomato e isolato, era ancora in piedi. Non gli avevo dato un’ora precisa e doveva essere fermo lì da un pezzo ad aspettare. L’intero piazzale era deserto ma lui mi indicò con precisione un punto in cui parcheggiare. I capelli arruffati erano ingrigiti, gli occhi in fiamme. Prima ancora di aver aperto la portiera lo sentii parlare con lo stesso affanno della telefonata.

«Eccolo, finalmente… Ero sicuro che saresti venuto. Dai, beviamo un tè».

Sorrisi e lo guardai. Lui fece un passo indietro e poi una specie di rigido inchino. Quando si raddrizzò mi sembrò confuso.

Alzai le spalle.

«Devo fare anch’io un inchino come il tuo?».

«No, hai ragione. Vieni qui, abbracciami».

Mi tirò per un gomito e con l’altra mano mi diede una leggera pacca sulla schiena. Cercò di parlare ma si voltò improvvisamente verso il piazzale e tossì per un lungo minuto senza riuscire a smettere.

«Non sono bravo in queste cose… darsi la mano, dire la cosa giusta… non mi viene nemmeno il termine esatto…».

«Convenevoli».

«Ecco, non sono bravo nei convenevoli».

«Lo so. Me lo ricordo».

«E questa tosse non mi dà tregua… Comunque ti ho pensato in questi anni, non siamo stati poi tanto lontani. Non come credi tu, in ogni caso».

Lo studiai per qualche secondo. Io avevo appena passato i trent’anni, lui doveva averne più di quaranta, quarantacinque al massimo. Zoppicava leggermente ed era ingrassato. In testa gli restavano pochi capelli spettinati. Soltanto gli occhi erano rimasti uguali: irrequieti, azzurri e luminosi, agitati e pieni di paura.

«Entriamo, dai, c’è anche Vaclav».

Mi coprii il volto con la mano, poi gli lanciai un’occhiata.

«Ce l’hai ancora tra i piedi? Dopo tutto questo tempo?».

Quando dieci anni prima si era presentato a casa di Raimondo era un ragazzino appena fuggito da Varsavia, magro e silenzioso, che non aveva un tetto e non sapeva una parola di italiano. Senza discuterne con noi, Raimondo l’aveva sistemato nel magazzino del nuovo laboratorio del Collettivo in cui ci eravamo trasferiti. Dormiva per terra, trascinando un materasso ogni sera nell’angolo più caldo. E adesso eccolo qui, nella tana del lupo, sempre al suo fianco.

Mi guardai intorno e mi sembrò che ben poco fosse cambiato. Ero stato io, tanti anni prima, a scovare quel posto, lungo un tratto di via Emilia che sembrava fuori dal tempo. C’erano in tutto tre costruzioni cadenti, immerse nella vegetazione rigogliosa. Macchie di gaggie si piegavano fino a sfiorare il bianco della ghiaia del piazzale e grovigli di rampicanti salivano oltre le grondaie. Alle finestre, arrotolate nel sole, erano appese delle malandate veneziane di sottili canne ingrigite. Sul lato opposto del parcheggio c’era un deposito di vecchi mezzi agricoli, trattori in disuso, qualche escavatrice di un giallo spento, carcasse di camion arrugginiti. Lì a fianco c’era il magazzino dal tetto sghembo in cui per anni erano stati raccolti e venduti vestiti di seconda mano, mobili scadenti, tappeti mangiati dalle tarme.

«È tutto di Vaclav» mi spiegò, spingendomi verso il porticato di lamiera sorretto da vecchi pali della luce dismessi.

«E c’è anche un ristorante adesso. È tutto intestato a suo nome, verrebbero a prendersi anche questo altrimenti…».

Fece un gesto in direzione delle nostre spalle.

Stavamo entrando nell’ombra del portico e sentii la musica arrivare dall’interno.

«Bill Evans» dissi indicando gli altoparlanti.

«Non lo so» bofonchiò lui, inclinando la testa e posandomi una mano sulla spalla. «Ho lì dei nastri senza copertine… Dici che è Bill Evans?».

Sulla porta c’era un enorme indiano scolpito nel legno, alto almeno due metri, con un lungo copricapo di piume intagliate che gli scendeva fino alla cintura. Fra le mani teneva un cartello di compensato con gli orari del ristorante. Sotto, in piccolo, l’autore aveva aggiunto: «Con molto romanticismo»; e poi, con un carattere tremolante e sottile: «Tutti i diritti riservati».

«Qui più o meno il tempo sembra essersi fermato» dissi sedendomi su uno dei divani macchiati della veranda.

«Più o meno…».

«A parte il ristorante».

Si sedette di fronte a me. Il porticato era pieno zeppo di vecchie poltrone, di sedie imbottite e di mobili di vimini. Su ogni tavolo sbiadito dal sole e dalla pioggia era accesa una piccola candela, anche se era tardo pomeriggio e il sole era ancora alto.

«Allora?» buttai lì. «Eccomi qui. Sono felice davvero di vederti. Quanto tempo ancora dobbiamo aspettare per dirlo?».

Lui sorrise senza guardarmi.

«Sembra impossibile…» aggiunsi. «A proposito, sto leggendo il libro…».

«Il libro?».

«Quello sugli angeli…».

«Un libro sugli angeli?».

«Sì. Davvero non è roba tua? Pensavo fossi stato tu a…».

Guardandolo mi resi conto che non mi stava più ascoltando.

«Ok, lasciamo perdere il libro» dissi. «Comunque sia, dal momento della tua telefonata non ho pensato ad altro che ai vecchi tempi e…».

«Sì sì, i vecchi tempi…». Si alzò di scatto e indicò la porta. «Poi ne parliamo. Adesso arriva Vaclav. Gli ho detto che sei qui. Si ricorda bene di te. Lui lavora in cucina, è un cuoco niente male. Poi ci facciamo preparare qualcosa e ti fermi a cena».

Dalla porta aperta sul retro vidi un gruppo di gatti spelacchiati dormire nel sole, sdraiati ai margini di una montagna di rifiuti.

Come se non ricordasse più il motivo per cui si era alzato, Raimondo tornò a sedersi e guardò l’orologio con un’espressione di lieve sorpresa.

«Non pensavo che fosse così tardi. Aspetta. Dammi qualche secondo soltanto…».

Andò al telefono e compose un numero. Attese per qualche squillo ma quando arrivò la risposta lui non aprì bocca. Dalla cornetta uscivano delle urla. Raimondo riattaccò e rimase assorto nei suoi pensieri.

«Bene bene bene» dissi per allentare la tensione.

La diffidenza adesso mi sembrava più giustificata che mai. Ancora non sapevo perché avesse bisogno di me. Lui ricominciò a tossire e poi finì stringendo i denti e cercando di riprendere fiato. Intanto mi faceva segno di aspettare. Aspettai. Mi accorsi che nell’angolo più in ombra della veranda c’era un lettino ginecologico, rivestito di finta pelle. Raimondo vide che lo avevo notato.

«Ecco, ahh, scusa… Rilassati». Mi indicò il lettino come se mi dovesse delle spiegazioni, poi lasciò perdere.

«Ti racconto tutto in due minuti. Dopo parliamo dei vecchi tempi magari. Ma adesso la faccenda è della massima importanza… Vediamo, da dove posso cominciare? Certo…» esitò e cambiò il tono. «Ho notizie di Adele».

Lo disse con l’enfasi di una rivelazione, come se, per tutti quegli anni, lui e io avessimo atteso quelle parole.

«A… Adele» balbettai annuendo.

«Certo».

Sorrisi e chiusi gli occhi.

«È tornata».

«Vuoi dire qui?» domandai come uno stupido, indicando più o meno nella direzione delle gaggie lì fuori.

«Sì. Non qui. Non so di preciso dov’è, ma è tornata a vivere da queste parti».

Ci guardammo e nessuno parlò per almeno un minuto.

«Dai, sono passati un sacco di anni…» dissi per rompere il

silenzio.

«È vero, ma ho bisogno di saperne di più, e voglio che tu la cerchi. Dobbiamo trovarla. E devi farlo tu, io non posso muovermi. Devi trovarla e portarle un messaggio da parte mia. Vorrei vederla e solo tu puoi convincerla».

Spalancai gli occhi. Era anche da questo genere di follie che ero fuggito. Cercai qualcosa da dire ma lui mi anticipò.

«Aspetta» disse, «promettimi che mi starai a sentire per un minuto e poi ci penserai su. Non sei obbligato. Voglio ripagarti però. Lasciami spiegare». Aveva alzato le mani, poi mi puntò entrambi gli indici addosso.

Un raggio di sole entrava da una fessura della tettoia e gli illuminava ciuffi di capelli crespi, incorniciandogli il volto stanco come un’aureola.

 

Ci volle tutta la serata perché mi raccontasse, per punti essenziali, otto anni del suo destino. La rappresaglia personale nei confronti del mondo continuava. Era il giorno di chiusura del ristorante e non ci disturbò nessuno. La moglie di Vaclav passò lo straccio e pulì i vetri senza dire una parola. Portava i capelli cortissimi. Raimondo me la presentò e io mi alzai dal divano per stringerle la mano, lei lasciò le sue faccende, sorrise senza convinzione e poi riprese a passare lo straccio. Vaclav arrivò poco dopo. L’esile ragazzino si era trasformato in un vichingo. Era abbronzato e la canottiera gli lasciava scoperti i bicipiti gonfi e tatuati. Un sorriso leggermente sghembo e nel complesso poco intelligente gli si allargò sul viso.

Preparò quattro pizze e fui costretto a fermarmi per cena. Mi domandai se anche il servizio di piatti, le posate, la tovaglia macchiata venissero dal mercatino delle pulci lì fuori, ma poi cercai di non fare troppo lo schizzinoso e dovetti ammettere che la pizza era buona. Raimondo quasi non toccò la sua, era troppo preso per riuscire a mangiare. Era un bel pezzo di vita quello che mi ero

perso.

Nel suo racconto c’era un vuoto, un punto zero taciuto e dimenticato: i reali motivi della scomparsa di Adele – motivi che io credevo di conoscere meglio di lui. ­­Le dirette conseguenze furono il crollo di Raimondo e di quanto aveva costruito. Lo studio fotografico era fallito, ma ormai lui era troppo lontano dalla realtà per curarsene. Cominciarono ad arrivare carte dai tribunali. Un processo per un versamento mancato, uno per i registri legali che non si trovavano più, uno per gli assegni scoperti, uno per le autorizzazioni mancanti. Dopo dodici udienze, Raimondo e Fanelli, che avevano firmato tutti i documenti, erano stati incriminati per bancarotta documentale. Fanelli ne era uscito, mentre Raimondo, che si era già giocato la condizionale per altri guai, ebbe la peggio: venne condannato e ne pagò le conseguenze.

Vaclav tornò con un vassoio di biscotti e due tazzine di caffè. Raimondo lo guardò allontanarsi e lo indicò con un cenno del capo.

«È come un figlio. Mi vuole davvero bene, sai?».

Aveva smesso di fumare e mentre raccontava la sua storia si tormentava le unghie. La voce gli tremava leggermente; mi sembrò davvero spaventato, ma non capii da cosa.

Mi limitai ad annuire in silenzio e strinsi le labbra. Lui scosse la testa.

«Te lo ricordi Yossarian? Quello che in Comma 22 era convinto che qualcuno volesse ucciderlo? Erano al fronte, sai… “Nessuno sta cercando di ucciderti” obiettava il suo medico. “Allora perché mi sparano addosso?” ribatteva lui». Ridacchiò e poi riprese il tono del dialogo fra i due personaggi, come se la loro voce arrivasse da lontano, dai nostri anni dimenticati: «“Stanno cercando di uccidere tutti” spiegava il medico. “E che differenza fa?” chiedeva allora Yossarian. Mi piaceva quel romanzo…».

«Me lo ricordo, lo hai fatto leggere a tutti noi… mi hai obbligato a farlo».

«Che stronzo devo essere stato. Invece di lasciarti scegliere da solo…».

Restò a lungo immobile, fissando il piazzale nella luce nitida del tramonto. Lungo la strada c’era una macchia di alberi immobili e scuri, poi i campi, e da lì arrivava un profumo di erba tagliata. Fui tentato di chiedergli ancora del libro sugli angeli, ma lasciai perdere.

«Mi hai dato un sacco di buoni consigli».

Alzò le spalle stancamente.

«So che adesso lavori in una libreria…».

«Esatto».

«Ti sei fatto incastrare».

Feci una smorfia e lui sorrise.

«Sto scherzando. Com’è?».

«Un lavoro. Mi piace».

«Bene… Io ho sognato mia madre l’altra notte. Nel sogno mi diceva: “Fai attenzione, non andare mai a nuotare nel Po…”. Ci credi? E a quel punto mia madre piangeva. Non ha nessun senso… Vorrei che ne avesse uno, ma non ha nessun senso».

Poi d’improvviso si scosse e mi sorrise mestamente mentre raccoglieva sul palmo della mano le briciole e la cenere che erano rimaste sulla tovaglia.

Non era più lo stesso e questo mi riempì di tristezza.

Ero lì anche per quello, per guardarlo negli occhi e avere la prova della debolezza umana.

Dov’era finito il Raimondo dei miei ricordi?

C’erano un prima e un dopo anche per me, come c’era stato un Raimondo con Adele e uno senza, e un vuoto in cui gli anni erano passati sfiorandoci appena.

«Sto lavorando, sai? Ci provo almeno» si confidò, «ma non si tratta di quello che immagini tu. Ho buttato giù qualcosa a proposito del Collettivo. Non mi sono certo messo in testa di scrivere sul serio… Ma tu, tu dovresti dare un’occhiata a quello che ho scritto. Invece di perdere tempo in quella libreria».

Sussultai.

«Non ti hanno informato bene. Io…».

Mi fermai e cercai di rimanere impassibile. Non so perché, ma mi sentivo in colpa. Lui ci pensò su.

«Va bene, scusa, lasciamo stare» disse massaggiandosi il petto. Cosa diavolo sapeva della mia vita ormai?

«Lasciamo perdere, hai ragione».

Non fece caso al mio tono e ricominciò.

«Ti dicevo che ho buttato giù qualche appunto, idee, cose che mi giravano in testa, cose che ci riguardano… potresti leggerle. Se hai un po’ di tempo per me, insomma».

«Va bene, se ci tieni le guardo».

«Non devi sentirti obbligato… comunque ti mando tutto nei prossimi giorni».

«Leggo tutto appena il mio stupido lavoro mi lascia il tempo di farlo…».

Lui fece un gesto di noncuranza alzando una spalla e passandosi una mano sulla nuca. Non si era nemmeno accorto del sarcasmo. Ormai fuori era buio e l’aria cominciava a rinfrescarsi.

«Ti manderò anche lo schema del progetto. Il progetto che volevo allegare al libro…».

Mi raddrizzai sullo schienale della sedia. La cosa cominciava a confondermi.

«Vedrai. Il progetto era fantastico… era tutto già definito, soltanto mille persone convinte ed era fatta. Mille persone disposte a versare centomila lire. Cento milioni, non si può dire che fosse una cifra da capogiro…», sbatacchiava la testa come se non capisse cosa non aveva funzionato.

«Scusa» trovai il coraggio di chiedere, «cento milioni per cosa?».

Lui mi guardò come se fosse sul punto di farmi una rivelazione.

«Guardati intorno» disse con un gesto rapido della mano. «Cosa manca a un posto come questo? Cosa ci vorrebbe davvero?». esitò un istante e io smisi di respirare. «Un-Palazzo-del-ghiaccio, ecco cosa: un grande, leggendario, Palazzo-del-ghiaccio».

A quel punto si morse le labbra.

Niente come un sorriso può celebrare una disfatta.

 

Estratto da “La verità a pagina 31” di Paolo Cioni, Elliot edizioni.

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