Anteprima. Quando Jean Sénac scriveva ad Albert Camus e René Char

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Jean Sénac. Per una terra possibile

Continua il progetto di Oltre Edizioni con la Collana OltreConfine, della traduzione e curatela di Jean Sénac, “il Pasolini d’Algeria”, così definito dalla critica algerina, arrivato per la prima volta in Italia nel 2017 con la traduzione del suo unico romanzo Ritratto incompiuto del padre, anti-romanzo autobiografico, a cura di Ilaria Guidantoni, giornalista e scrittrice. Per una terra possibile si cimenta sulla traduzione della raccolta Per una terra possibile, che riunisce testi eterogenei attraversando stagioni diverse e tematiche variegate della poetica di questo algerino di origine spagnola e di espressione francese: sia le poesie, sia la prima Lettera ad Albert Camus e quella al poeta René Char, sono in doppia lingua, come introduzione, note, commenti e biografia, a cura della stessa autrice. Il libro è corredato da foto in bianco e nero che accompagnano la biografia di Sénac dalla nascita al suo funerale ed impreziosito dai “talismani”, i disegni del pittore Denis Martinez, residente a Marsiglia, che ha conosciuto e lavorato con il poeta.

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L’opera di Jean Sénac è stata volutamente dimenticata in Algeria e Francia, perché figura scomoda, cristiano anarchico, ribelle, omosessuale; non è stata valorizzata pertanto adeguatamente, tanto che la sua poesia fu etichettata come anticolonialista, militante socialista e identificata con un erotismo libertino e libertario, in modo piuttosto semplificato. In effetti il personaggio di Sénac come la sua vita sono pieni di contraddizioni e appaiono più complessi di quanto possa venire alla luce ad una prima lettura. D’altronde raramente opera e vita furono così intimamente intrecciate, una fede cattolica in crisi perenne, un odio viscerale per l’oppressione coloniale, il sogno dell’Indipendenza algerina che libera anche il poeta –la poesia non è che rivoluzione allo stato puro –anche nella sua intimità di uomo e diversità sessuale. Una volta cittadino del paese indipendente nel 1962 Sénac sentirà infatti un’altra emarginazione, non come algerino rispetto ai francesi, quanto come omosessuale. Se certamente Jean Sénac è principalmente un poeta, non si può prescindere dal suo incontro con Albert Camus e René Char che lo nutriranno e lo introdurranno nel mondo della filosofia e letteratura; e Sauveur Galliéro, pittore e suo maestro di vita. Con il primo ebbe un’amicizia simbiotica – in lui vide il padre che non aveva mai avuto – e poi una rottura violenta legata soprattutto alle posizioni diverse sulla guerra d’indipendenza algerina mentre a René Char deve molto della propria poetica, intrattenendo una fitta corrispondenza. Insieme a questi intellettuali e ad altri compagni vive un periodo di sperimentazione e gioia perpetua in un clima da bohème raccontando questa geografia erotica in L’Atelier du Soleil, composto quasi interamente ad Algeri a partire dal febbraio del 1954 e completato l’ottobre seguente a Parigi: i dintorni e il molo di Algeri, i cafés maures, i giardini di Bab el-oued. Con lo scoppio della Guerra d’Indipendenza algerina, il 1° novembre del 1954, questa vita è interrotta bruscamente e il poeta militante prende il sopravvento. Durante tutta la guerra d’Algeria, fino al 1962, la scrittura di Sénac resterà binaria in un intreccio sorprendente e spiazzante: realizza una sintesi tra l’Amore e la Rivoluzione come nel lungo poema Min Djibalina, “Dalle nostre montagne”, titolo di un’omonima canzone della Resistenza. La sua scrittura è folgorante, alternando punte liriche, un’alternanza tra prosa poetica e poesia in versi spezzati, che finiscono talora in tono colloquiale, per passare, all’interno della stessa composizione, all’uso della rima, alla filastrocca, al non-sense, al flusso della coscienza; una mescolanza di sacro e profano; un lato erotico conturbante che vira immediatamente verso altro, un viaggio dai confini fluidi tra natura umana e marina sempre presente, ma anche il canto di un combattente con suggestioni linguistiche che riflettono quel mosaico di popoli nel quale è vissuto.

Ilaria Guidantoni

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Prima lettera di Jean Sénac ad Albert Camus

Sanatorio di Rivet, 16 giugno 1947

Albert Camus,
non posso chiamarla “Signore”, è troppo convenzionale, né “caro amico”, troppo familiare. Non la conosco. O meglio, la conosco senza averla vista. Letture, foto, conversazioni mi hanno permesso di collocare l’uomo attraverso la sua opera e la sua vita. La conosco dunque.

Due anni fa, nell’esercito, a 18 anni, scoprivo Caligola, mi entusiasmavo per Il Malinteso. Mi è stato detto, è stato scritto che Caligola è un capolavoro ma che Il Malinteso… Forse… non sono un uomo di teatro né un critico. Quando mi permetto di parlare di un’opera, non so ragionare, non critico. Non so attaccare. Amo e parlo di quelli che amo, di ciò che amo. È forse idiota. Sono così. Dopo aver letto Lo straniero, riletto Il mito di Sisifo, amato appassionatamente Nozze – ah grazie Camus per questo piccolo libro! – io volevo scriverle. Non ho trovato il modo, non ho osato. Cosa si può raccontare a Camus? Dirgli la mia ammirazione per la sua opera? La gioia che ho ricevuto nel sentirla avanzare in me? Le vibrazioni di un cuore, di un’anima giovane, assetata, esitante, ansiosa? La speranza di un istante, ricca e densa mantenuta quando Brua mi annunciò il suo passaggio ad Algeri – che d’altronde non si verificò? Parole, parole di ragazzo. Sciocchezze. E poi Roblès, senza dimenticare Galliéro (che tipo chic, che uomo di cuore, vivace, pieno, solido, diretto, gioia della purezza, del candore, dell’affetto senza deviazioni né tortuosità), mi hanno parlato e riparlato di lei. Il mio desiderio muore! Eccomi. È tutto. Fréminville le ha forse trasmesso la poesia Santa Cruz che le avevo dedicato. È sgorgato dalla sorgente. Il resto conta poco.

Ho amato le poesie di Blanche Balain. Realtà, affinità, ritmi? Ne parlerò dunque perché mi hanno preso, emozionato, catturato:

Donati con le loro mani, i loro occhi, le loro voci.

La loro carne nuda trasparente dove i sogni si vedono.

Questi versi di Tempo lontano sono dedicati a lei. Conosce forse il suo autore. Mi dia il suo indirizzo, vuole? La figlia di Héliosang non rifiuterà di intrattenersi con uno di quelli là che conosce bene.

Triste nella sua ubriachezza.
Solo con i suoi amori.
 Chi giocò la propria vita in pieno giorno.

Farà questo per me – grazie. Parigi, la letteratura, la vita la accaparrano certamente, un minuto per il modesto poeta di Orano oggi nel Sana.

Devo dirle fin da ora, sono cristiano, anarchico cristiano ha detto Roblès.

Lui ed io delle affinità? Impossibile!”. Non sgridatemi dunque. È possibile. Accanto alla Bibbia – che mi capita di consultare – ho nel mio armadio le Lettere di Rilke e le sue Nozze. Non so quello che voglio, anche questo è possibile. Ma ho vent’anni e amo, e nell’isolamento del sanatorio voglio sorridere e ridere e vivere nella possibilità di una gioia fragile. I tre libri citati mi aiutano in questo. Allora, non cerco di più, né più lontano. Dovrei? Questo non ha importanza, almeno per il momento.

Apprendo dai giornali il suo supplemento di gloria: Premio dei Critici. Congratulazioni. Noi d’Algeria ne siamo fieri. Può farmi pervenire, non appena pubblicata, La Peste (ho vissuto quell’epoca a Orano. A proposito, il medico spagnolo che dette

l’allarme non è stato decorato. Le medaglie sono andate ad altri signori come sempre. Che idiozia!)

Spero leggerla. Il mio isolamento sarà minore. Ecco la mia foto: nel mio letto, e leggendo Nozze. Tutto preparato. No! In quel momento non pensavo a scriverle. Scriverle cosa? Inviarle questa foto perché? Lo so forse? Sono infantile. E mi dico: mi leggerà forse. Guarderà forse questa foto prima di gettare tutto nel cestino. Forse sarà contento di questo poco sole e del fervo- re che gli viene dall’Africa, da noi?

Arrivederla Albert Camus. Grazie di tutto cuore nella gioia e nella speranza. Non me ne voglia di utilizzare questa parola ‘anti-assurdo’. Ma al diavolo tutte le formule visto che sento, visto che vivo questa parola. Dunque il suo Jean Sénac.

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Prima lettera di Jean Sénac a René Char

Algeri, martedì 25 ottobre 1949

Qui l’estate sta finendo. Ma si fa ancora il bagno. Le scrivo, René Char, perché ci parliamo alla luce del sole da un anno ormai. Tempo breve di vita piena. Al Sanatorio ho cominciato a nutrirmi di lei – forse attraverso Camus che mi ha scritto un giorno da casa sua (l’ho indovinato dal timbro postale). Lei è disceso con gli alberi e le piante, gli animali e i corpi di ragazza desiderabili, sceso in me con passi pesanti, con passi misurati, là dove sanguinava l’angoscia ha acceso lampade e fatto luce. Sono ritornato nella città, non avendo conservato delle sdraio che questa sete di esigere un vantaggio che mi teneva su talvolta. Il mare qui vi prende alla gola e non vi lascia più.
Presenta anche penosamente l’amicizia al sole.

Tutto ciò per dirle che le sue poesie erano legate a questo scenario, alle belle gioie della giovinezza, anche alle lacrime che si appiattiscono sotto le risa (qui i ragazzi di Bab-el-oued si nascondono per soffrire. Soprattutto piace apparire felici. Fun- ziona? Sì funziona. Qualche volta si ha la fortuna di stare al gioco e diventa vero. Si prende la vita dal lato buono – e la felicità). Le racconto tutto questo un po’ stupidamente. Bisogna ben dire qualcosa dato che le scrivo. Sarà molto più semplice guardarla sorridendo, prendere la sua mano – e lasceremo entrare nei pori la bontà meravigliosa delle cose. Ma con le parole, con le parole è così duro! Soprattutto per me, 23 anni tra poco “l’età nella quale la poesia, sotto ogni aspetto, maltratta il poeta”. Provo a lasciar parlare l’oggetto, il desiderio, le parole, di ordinarle con la carne e un po’ con lo spirito. Non si ha quasi il tempo di attar- darsi per le complicazioni. Dire francamente, puramente quello che si porta dentro, quello che si prova, dirlo con economia e fervore, svezzarlo molto in fretta, maturarlo, costruirlo, darlo. E già il sole, le lotte, la miseria ci chiamano, ci attirano altrove. Ecco dei trucchi recenti. Molte influenze certamente, la sua nei Sensibles, altre. Ma io credo, malgrado tutto. Sinistro, ragazzo, ho tentato di restare sincero. Le mostrerò un’altra volta versi più antichi dei miei pellegrinaggi Verlaine, Rimbaud, Valéry, Apollinaire, Éluard, Guillén. Dei poemi di lotta per gli uomini di cuore.

Desidero andare in Francia, a Parigi, giusto per vedere. Non ho mai lasciato Orano, le mie città (Porterò laggiù il sole e le risa insistenti dei miei fratelli, gli innocenti, gli insolenti del molo!). Lavoro a Radio-Algérie (conduttore di Littéraires). Ho trasmesso ieri sera un Camus, poeta della gioia di vivere (presentazione e montaggio dei testi). Spero mettere a punto una trasmissione su di lei. Aspetto che le sue poesie entrino di più nel sangue, commuovano, mi “facciano l’occhiolino”.

Mi dica cosa pensa delle mie cose. Sia gentile, trovi un momento. Vorrei una stretta di mano, qualcosa di rigoroso, di franco, un gesto da amico, da “grande” che non teme di essere severo, esigente, che mi aiuta a trovare nel caos delle tentazioni la forma pura di un seno nudo.

Arrivederla Char, mi scriva. Ne sarò felice. Di tutto cuore, Jean Sénac.

P.S.: Se le chiedo di essere severo, è perché in Algeria si ha la tendenza da quando si comincia a scrivere a “credersi qualcu- no”. Si hanno talvolta delle crisi di egocentrismo.
Per fortuna che un vero amico o il sole riemettono tutto a posto.

È molto tempo, otto mesi forse, che non ho più scritto “lettere ” (quindi nemmeno a mia madre). Ho perso lo stile, mi scusi. Non era né pigrizia né godimento ma un bisogno psicologico e senza dubbio stanchezza. Ne avevo abbastanza delle gentilezze e delle incombenze che imponevo con la corrispondenza.

Rileggo la mia lettera. Mi rendo conto che, malgrado la mia ammirazione appassionata per il poeta di Furore et Mistero, il rispetto della grandezza che impone, l’ho tratta non da Maestro ma da grande Fratello. Scusi la mia esaltazione e mancanza di limiti. E creda nel mio entusiasmo.