Anteprima. Roberto Farina: l’appassionante vita di Bruno Brancher, “scrittore-galeotto”

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Bruno ha perso tutto, tranne che la vita”, scriveva Oreste del Buono. E oggi è doveroso ricordare la vita e le opere di Bruno Brancher – di cui ricorre il decennale della morte – “poeta galeotto” milanese che fu pubblicato dopo l’uscita dal carcere da Nanni Balestrini. È questo il “senso” di Io per Bruno Brancher non ho mai pagato, volume firmato da Roberto Farina per la casa editrice Milieu, e arricchito dai disegni di Elfo Ascari (in uscita a dicembre).

Roberto Farina ha infatti costruito il suo libro intorno al ricordo di Bruno Brancher, di cui fu amico oltre che appassionato lettore, ricostruendone vita, vicende e opere, a partire dal suo Disamori (ma non solo da quello), il cui manoscritto fu letto originariamente da Mauro Rostagno, per poi passarlo a Nanni Balestrini che ebbe il merito di pubblicarlo per i tipi delle edizioni Area con la copertina di Andrea Pazienza. E quel libro, e i libri, tornano come filo rosso di tutta l’opera di Farina, offrendo infinite informazioni autobiografiche del poeta e scrittore: dall’infanzia fino alle traversie carcerarie, con sullo sfondo la Milano del Dopoguerra fino a giungere a quella di fine secolo. L’altro filo conduttore è il racconto di un’amicizia, con infiniti rimandi ad alcune fasi salienti della vita di Brancher: la povertà, le torture cui fu sottoposto in carcere, l’impatto della letteratura che per lui fu, prima di ogni altra cosa, una “liberazione”. In filigrana, infatti, traspare la vita e la produzione letteraria di Brancher, compresi i riferimenti a L’uomo dalle biciclette gialle a Tre monete d’oro.

Negli anni ’70 Bruno Brancher godeva di una straordinaria notorietà, sempre presente com’era nella scena letteraria e culturale milanese, presso la quale era già noto come “poeta uscito di galera”: una notorietà da condividere con quella legata alle sue incredibili rapine. Il ritratto che emerge, una pagina dopo l’altra, dal libro di Farina, tuttavia, non è una sorta di cronaca giudiziaria o una sommaria esaltazione del “fuorilegge”, ma un’appassionata (forse anche commossa) ricostruzione della vita di un uomo, un’esplorazione minuziosa di ogni attimo, episodio o gesta che sia – in un modo o nell’altro – ricostruibile. È la vicenda umana di Bruno Brancher a tutto tondo che interessa l’autore.

Paolo Melissi

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Roberto Farina

Quel giorno sbocconcellavo focaccine e pizza attento a non ungere il mio libro. Ne studiavo la copertina, dove compariva un ritratto dell’autore intitolato Pala d’altare con lo scrittore. Bruno Branscèr o Brànscer era seduto al tavolo, davanti a un foglio bianco, a una rosa rossa, a un calice di vino e a una bottiglia aperta. Sull’etichetta della bottiglia spiccava un volto di donna con un cappello. Dietro la testa di Bruno splendeva un’aureola tutta d’oro. Era un’opera di Stefano Pizzi, ricavata da una foto di Fernando Bevilacqua. Questi due nomi misconosciuti risuonarono in me come Nembo Kid e Kit Carson. In quarta di copertina, sopra l’impudico prezzo di lire 14.000, Odibì dichiarava: «Bruno Brancher, picaro di una straordinaria Milano leggendaria passato attraverso ogni disavventura, sviste giudiziarie, carceri, follie, più volte sceso agli inferi e più volte riemerso a forza di senso dell’umorismo». La nota biografica diceva che l’autore aveva pubblicato di qui e di là, compresi Linus e Il Male. Sbirciavo l’indice, rubacchiavo qualche riga in anteprima e, naturalmente, annusavo le pagine.

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Bruno Brancher

Alla fine di uno dei racconti di Tre monete d’oro compariva il suo indirizzo: via dei Cinquecento all’otto. Bruno partiva descrivendo una delle case in cui da ragazzo aveva vissuto con la madre, per poi arrivare all’appartamento in cui stava negli ultimi anni, dal quale, così diceva, si potevano vedere i tetti della vecchia Milano e la ruota del Luna Park. «La casa si trovava dalle parti della Fiera Campionaria, anzi si trova, dato che tuttora esiste, in via Francesco Ferruccio, 22, ed è una vecchia casa, ma solida, non c’era ascensore in quella casa ma a me non me ne fregava niente, a mia madre invece sì perché faceva fatica a salire le scale. I viveri scarseggiavano e la legna anche, non c’era il camino in quella casa, ma io in cantina, curiosando di qui e di là, ho trovato una vecchia stufa e con gli amici che subito mi ero fatto, l’abbiamo trasportata a casa e l’abbiamo anche messa in funzione, e la legna la prendevo negli orticelli di guerra, sradicando i bastoni che tenevano su i fagioli o i pomodori, e poi, anche senza volerlo, riuscii a socializzare un po’ di tutto perché poi passai alle assi che stecconavano gli orti e aprii il passaggio a chi orti non ne aveva. Poi se ne accorsero ma ormai era troppo tardi perché con il sole l’inverno se ne era andato e il problema del caldo se ne era andato con la neve. E mi madre era felice con la sua casa e anche io ero contento, era bello quando pioveva starmene a letto a godere del pensiero che l’acqua non ci avrebbe bagnati, e ogni tanto mi alzavo e chiedevo a mia madre se aveva freddo e quando lei mi rispondeva di no le chiedevo, ti ricordi le due notti dopo le bombe? Perché io sono un maligno.

Bruno Brancher e Roberto Farina

E lei al ricordo si rattristava, sì, ma solo per poco. Poi passarono gli anni, e conobbi l’Italia, il bel paese, nelle sue forme le meno pubblicizzate, «sbatù de su, sbatù de giò, poi i governanti decisero di rimettermi nella normalità, ma io ancora la mia casa sicura non ce l’ho, e allora sún chì, in via dei Cinquecento all’otto, al Corvetto, all’ultimo piano, che mi guardo i tetti della vecchia Milano, e la grande ruota colorata del Luna Park che gira. Boh, sperem…» Anch’io abitavo a Milano! Decisi che gli avrei scritto una lettera, col mio numero di telefono in fondo. Forse avrei potuto incontrarlo. Forse era proprio quello che voleva! Avevo già capito una cosa: Bruno era un uomo pieno d’aspettative, e mica solo a capodanno. Ci misi qualche settimana, ma infine scrissi la lettera e la imbustai. Non la imbucai, per l’impazienza. Salii in metropolitana e scesi al Corvetto, chiesi indicazioni e raggiunsi via dei Cinquecento, entrai al civico otto e mi trovai davanti a un grande tabellone di caselle postali. Individuai quella con scritto Bruno Brancher. Infilai la lettera e mi dileguai.

Un bel mattino d’autunno squillò il telefono. «Pronto, sono Bruno Brancher!». E fu così che appresi l’esatta pronuncia del nome. Bohémien o no, non era Branscèr o Brànscer, ma Brànker, Bruno Brànker. Ci demmo appuntamento al Portnoy, un caffè letterario all’angolo tra De Amicis e Corso di Porta Ticinese.