Nel silenzio ovattato delle Dolomiti, là dove la luce si frange sul bianco eterno, si riaccende un racconto che la memoria ufficiale aveva lasciato ai margini. Le donne di Cortina 1956 di Antonella Stelitano e Adriana Balzarini (Minerva edizioni 2025, pp. 384, € 23,75) riporta alla luce quelle voci dimenticate che animarono i primi Giochi Olimpici invernali italiani.
Non solo le atlete — poche, determinate, spesso invisibili — ma anche le donne dietro le quinte: giudici di gara, allenatrici, giornaliste, interpreti, segretarie, tedofore, madrine, custodi della memoria. Figure che hanno contribuito, ciascuna a modo suo, a costruire l’immagine luminosa di un’Italia che nel 1956 voleva mostrarsi moderna, efficiente, accogliente.
Antonella Stelitano conosce bene le geografie sottili dello sport e del potere. È membro della Società Italiana di Storia dello Sport, dell’Accademia Olimpica Nazionale Italiana e del Consiglio Nazionale del Comitato Italiano Fair Play. Ha dedicato la sua carriera a svelare il volto etico e diplomatico dell’Olimpismo. Accanto a lei, Adriana Balzarini, voce limpida e appassionata della storia femminile nello sport. Ex insegnante, oggi vicepresidente vicario del Panathlon Distretto Italia, responsabile del suo settore culturale e femminile, Balzarini ha portato avanti un lavoro prezioso sulla rappresentazione della donna nello sport e nel mondo paralimpico.
Insieme offrono una prospettiva nuova, necessaria. Perché raccontare le Olimpiadi di Cortina attraverso le donne significa riscrivere la memoria stessa di un Paese: restituire dignità a presenze che non furono comparse, ma testimoni di un cambiamento.
Oggi, mentre Cortina si prepara ad accogliere di nuovo i Giochi, Stelitano e Balzarini compiono un gesto radicale: spostano la luce, la dirigono altrove. Sul fuori campo della storia.
Attraverso un paziente lavoro di ricerca, le autrici compongono un mosaico umano fatto di gesti minuti e grandi responsabilità. Il loro lavoro ci ricorda che dietro ogni grande evento ci sono fili invisibili, mani che cuciono la memoria, voci che meritano di essere ascoltate.
Oggi, la loro ricerca diviene un atto politico, una scrittura di restituzione.
Perché ogni volta che la storia viene riscritta da chi non ne è stato protagonista, il mondo guadagna una sfumatura in più di verità e di punti di vista.
Nancy Citro
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Tra i personaggi femminili più straordinari di Cortina 1956 un posto speciale lo merita Ingeborg Wörndle, che è stata l’unica voce femminile dei Giochi.
La signora Wörndle152 di Garmisch è infatti la speaker delle prove alpine di sci. Il suo ruolo è quello di informare il pubblico sullo svolgimento delle competizioni, in particolare sulle prestazioni dei concorrenti. Questo era possibile grazie all’efficiente rete di altoparlanti, che diffondeva le notizie sia in prossimità dei campi di gara sia in alcuni punti centrali di Cortina e in sala stampa. Non era stato facile trovare annunciatori all’altezza. Questi, infatti, dovevano conoscere oltre all’italiano anche francese, inglese e tedesco; dovevano possedere familiarità con gli sport invernali e conoscere i termini tecnici nelle quattro lingue; dovevano conoscere almeno gli atleti più in vista di ogni specialità, i loro curriculum sportivi e, naturalmente, dovevano avere «una voce fonica e gradevole». Ingeborg possiede tutti questi requisiti ed è l’unica donna accreditata per questa funzione. Si deve alternare in questo incarico con l’italiano Rolando “Rolly” Marchi e lo svizzero Vico Rigassi, che seguirà prevalentemente le gare di fondo. La sua storia è un misto di coraggio, determinazione e talento. Ingeborg è una donna che ha sfidato tutto e tutti, affermandosi non solo come pioniera, ma anche come una delle più incredibili e longeve protagoniste in questo ruolo. Quando viene reclutata per Cortina, parla sei lingue e ha un’incredibile competenza in fatto di sport. Cosa che per una donna della sua generazione era piuttosto insolita. Se allo studio delle lingue era arrivata in modo quasi naturale, trascinata dai buoni voti che prendeva a scuola, l’interesse per lo sport glielo trasmette il nonno. Il padre, infatti, era mancato quando aveva solo otto mesi e il nonno, un vecchio generale, si prende cura della sua educazione, immaginando per lei una formazione completa: studio ma anche sport, necessario per crescere in modo sano. Ingeborg, che era nata a Berlino nel 1916, era cresciuta a Kleinmachnow, una località di collina dove d’inverno la neve non mancava. Il nonno le regala il primo paio di sci quando ha nove anni, ma la incoraggia anche a fare altri sport e questo le permette di acquisire la conoscenza delle regole di molte discipline. Cosa che da speaker le tornerà molto utile. Pratica hockey su prato, nuoto, escursionismo, alpinismo. A quindici anni è campionessa giovanile di sci di fondo. A sedici è già una provetta alpinista e tra le sue ascensioni può vantare anche il monte Bianco. Il nonno l’aveva infatti mandata per due mesi in Francia, all’estremità meridionale del lago di Ginevra. Sistemata in una canonica, può respirare aria buona e rispolverare il francese. Vive con una famiglia che ha sette figli. I maggiori sono grandi appassionati di montagna e la portano con loro a scalare. Il nonno segue con attenzione l’educazione della nipote e, felice dei suoi successi, le regala un libro sui Giochi Olimpici di St. Moritz e Amsterdam. Quanto basta perché la giovane Ingeborg si innamori di quei cinque cerchi e sogni di parteciparvi anche lei. Si prepara, si allena. Vuole essere pronta per i Giochi Olimpici del 1936 di Garmisch-Partenkirchen. Ma il suo sogno svanisce, perché nel 1936 nello sci di fondo non sono ammesse le donne. A chi le ha chiesto, molti anni dopo, se avesse vissuto questa esclusione come una discriminazione verso le donne aveva risposto che, a quel tempo, nessuno pensava alla discriminazione. Insomma, era così e basta. Ma se la delusione dentro di lei è tanta, lo è di più la tenacia.
Così, di ritorno da una gita sulle Dolomiti, appena diciottenne, passando per Garmisch si presenta al comitato organizzatore dei Giochi Olimpici. Pensa di chiedere direttamente a loro di poter partecipare. Ignora i meccanismi di convocazione e i regolamenti. Ma in fondo, cosa potrebbe mai accaderle? Magari le dicono di sì. E anche se dicessero di no, non ha nulla da perdere. Qualcuno ride di lei. Qualcuno la schernisce. Lo sci di fondo non è per le donne. Le donne possono partecipare solo a qualche gara di sci. Cosa mai vogliono adesso? E cosa vuole questa ragazzetta sconosciuta? Ma Ingeborg non era stata educata alla rinuncia. E non si arrende. Se non può essere presente come atleta, magari può essere presente in un altro ruolo. Quindi chiede: cosa potrei fare allora per partecipare ai Giochi? Le domandano come se la cava con le lingue straniere. Lei fa l’elenco delle lingue che parla con scioltezza. Manca l’italiano e, con l’asse italo-tedesco in atto, meglio conoscere bene anche quello. Ci sono due anni di tempo prima dei Giochi. Se si impegna ce la può fare, le dicono. E va proprio così. A diciotto anni si reca in Italia: lavora come ragazza alla pari a Perugia e impara l’italiano. Non ha ancora vent’anni, ma è pronta a buttarsi nell’avventura olimpica. Nel Natale del 1935 un assistente dell’addetto stampa del leader sportivo del Reich la contatta. Può cominciare il 1° gennaio. I Giochi Olimpici invernali del 1936 di Garmisch sono un evento incredibile. Il paese ha solo 18.000 abitanti, ma tutti sono presi dalla magia di quell’edizione. Quando Ingeborg viene contattata non esiste ancora la figura dell’annunciatore. Risultati, nomi, punteggi vengono trascritti su grandi tabelloni di legno, in modo che la gente possa leggere bene anche da lontano. Ingeborg ha un ruolo ancora limitato. Fa la speaker a bordo della pista di pattinaggio, di sci e di hockey.