Antonello Saiz incontra Fabio Cremonesi

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Una serata per parlare di Kent Haruf e David Leavitt, come pure di Ariel Dorfman e Olga Grjasnowa. Quattro libri. Quattro Autori. Quattro case editrici (NN Editore, Sem, Edizioni Clichy e Keller Editore) sotto la lente di ingrandimento di un grande traduttore, che ci ha raccontato i retroscena del lavoro di traduttore.

Fabio Cremonesi è per tutti la voce italiana delle opere di Kent Haruf, ma vanta una grande esperienza come traduttore dall’inglese, dal tedesco, dallo spagnolo e dal catalano. Dal 28 di gennaio sono arrivate in libreria, per la prima volta, due sue traduzioni dal portoghese contenute nella raccolta di racconti Decameron Project per NN Editore. Cremonesi ha vinto nel 2017 il premio come Traduttore dell’anno per la giuria di qualità de “La Lettura” del Corriere della sera, grazie alla sua traduzione de Le nostre anime di notte di Kent Haruf.

Abbiamo iniziato facendoci raccontare come sia cambiato il ruolo del traduttore negli ultimi anni, a partire dal grande lavoro di promozione dell’opera di Haruf con presentazioni e interviste per avvicinare il pubblico italiano a un autore di cui eravamo orfani. Cremonesi ci ha spiegato come sia diventato di interesse, anche per i lettori, il lavoro del traduttore. Che comunque, per rimanere un buon artigiano delle parole, capace di trasformare qualcosa di già esistente in altro, deve saper modulare la sua voce su quella dell’autore, fino quasi a diventare muto pur di farla parlare al meglio.

Le sfide per un traduttore multilingue sono tutte nel sapersi destreggiare, ogni volta, fra problematiche di tipo sintattico e lessicale, termini tecnici e località, con grande disinvoltura. L’incremento di visibilità, del resto, è sotto gli occhi di tutti, essendo passati da un periodo in cui il traduttore neanche veniva citato nelle interviste e nelle recensioni, a un grande interessamento per questo lavoro, tanto che molte case editrici sono arrivate fino a mettere il nome del traduttore in copertina. Grande soddisfazione per lui che proprio il 18 febbraio vedrà, nella nuova traduzione fiammeggiante di Ballo di famiglia di David Leavitt per Sem libri, il suo nome a grandi lettere appunto in copertina. Questa notevole visibilità ed esposizione pubblica è dovuta anche al lavoro certosino fatto da tanti colleghi e ha citato, tra tutti, Ilide Carmignani, che si è fatta carico di dare visibilità al ruolo.

Ci siamo poi focalizzati a lungo su Haruf, su questo autore capace di scalare le classifiche e sull’ultima traduzione, La strada di casa, sesto libro mancante della sua produzione pubblicato per la prima volta nel 1990 e giunto in Italia nel giugno del 2020.

Haruf fu proposto da un agente alla casa editrice milanese quando stava per nascere nella primavera del 2015. Cremonesi legge Benedizione e subito ne apprezza la qualità letteraria. Insieme all’editrice ne intravede il potenziale commerciale, senza per questo ipotizzare un successo delle proporzioni attuali. Fu decisamente un buon libro, insieme a Sembrava una felicità di Jenny Offill, per affacciarsi sul mercato editoriale. Col passare degli anni, e con la pubblicazione di tutta l’opera di Haruf, siamo tutti diventati cittadini di Holt, Colorado. Soprattutto chi viene da piccole realtà di provincia ci ha trovato i suoi riferimenti geografici e urbanistici: la fiera del bestiame, la farmacia e la panetteria, l’ospedale e la taverna, l’Holt Cafè e la ferramenta lungo Main street. Un luogo immaginario che è cambiato da Vincoli a Le nostre anime di notte, passando per La strada di casa e la Trilogia della Pianura. Anche in questo ultimo romanzo, molto sperimentale e con elementi innovativi rispetto ad altri, che giungeva dopo sei anni di gestazione, Holt è sempre vita che scorre via e piano piano finisce, con una attenzione, anche qui notevole, alla morte.

Morte e dolori raccontati sempre con dolce tenerezza, attraverso piccoli gesti e ritualità. Accade ancora una volta con lo schianto sotto al treno del vecchio padre del protagonista, Jack Bourdette, all’inizio della narrazione, ma anche quando la voce narrante, Pat, direttore del giornale locale, l’Hot Mercury, perde sua figlia Toni in un incidente. Sono pagine potenti e trepidanti di tenerezza anche quelle successive alla morte della bambina, che la determinata e decisa Jessie portava in grembo e che ha deciso di sacrificare alla comunità, quasi per risarcirla della ferita che il marito aveva inferto a ciascuno di loro con il raggiro.

Cremonesi ci ha spiegato perché quella scena di Jessie in ospedale, che non piange e si gira verso la finestra e prende sonno, è quella da lui definita nella nota finale come la mezzanotte della narrazione in Haruf. Questa attenzione alla morte è legata anche a un fatto anagrafico, avendo iniziato a scrivere relativamente tardi, e anche all’aver per molto tempo lavorato come volontario in un hospice per malati terminali. Da questo avere la morte costantemente sotto agli occhi nasce la volontà di volerla raccontare e percepire come un processo dell’esperienza umana, un passaggio e una tappa di una intera vita. Molto interessante è stata la spiegazione di come si pone di fronte a libri con una traduzione già preesistente e di quanto sia importante tener conto della storia traduttiva di un determinato libro. È il caso di Canto della pianura, già pubblicato da Rizzoli nel 2000 con la traduzione di Fabrizio Ascari, o del recente Ballo di famiglia apparso nel 1986 per Mondadori tradotto da Delfina Vezzoli.

Cremonesi ha spiegato di quanto sia giusto tenere conto del lavoro degli altri, anche usare parti di quel lavoro, studiando ogni singola parola al meglio confrontandola. Sapendo che, ovviamente, il passare del tempo muta molte parole e situazioni e diventa necessario togliere qualche ragnatela… Poi ognuno ha la sua penna e il suo modo di lavorare. 

Del libro d’esordio del ventitreenne David Leavit, divenuto poi un autore cult di una intera generazione con La lingua perduta delle gru, ci ha fatto capire come, per esempio, nel 1986 per un lettore medio italiano era difficile capire un termine come gay pride e quanto invece fosse determinante spiegare che si trattava di una manifestazione dell’orgoglio omosessuale. Da dire che, insieme ad Alessandra Osti, Cremonesi ha tradotto di Leavitt anche Il decoro, uscito sempre per Sem libri nel luglio del 2020 – in anteprima rispetto agli Stati Uniti, dove è stato pubblicato solo in autunno.

Fabio ci ha raccontato quanto sia stato interessante tradurre un libro di grande bellezza letteraria, costruito quasi interamente intorno a dialoghi molto serrati. Ci ha poi fatto notare come lo stile e la bravura talentuosa dello scrittore fosse rimasta pressappoco intatta a distanza di trentasei anni. Nella storia di questo gruppo di intellettuali progressisti e benestanti newyorkesi alle prese con il trauma politico dell’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, c’è tutto il trauma di una intera generazione di persone che aveva combattuto contro ideali e valori incarnati dal magnate americano. La crisi esistenziale che travolge le certezze e le abitudini è il fulcro centrale di questo libro particolarissimo, che merita tanta tanta attenzione.

Sempre Cremonesi ci ha spiegato come il condividere con un altro traduttore una traduzione faciliti molto le problematiche di tipo linguistico.

Anche il recente libro, pubblicato da Edizioni Clichy, Konfidenz di Ariel Dorfman, autore cileno naturalizzato americano, è stato tradotto in condivisione, questa volta con Micaela Uzzielli. Insieme avevano già lavorato su un precedente libro di Dorfman nel 2019, I fantasmi di Darwin, romanzo dalla rara capacità di agganciare il lettore e tenerselo stretto fino all’ultima riga, in un continuo oscillare tra l’assurdità kafkiana e il realismo magico sudamericano. Libro complicatissimo da tradurre per l’impostazione e la trama. Non minori difficoltà per questo thriller pubblicato negli Stati Uniti nel 1995 e per oltre metà storia incentrato su una lunga telefonata che una ragazza, Barbara, proveniente dalla Gemania, riceve in albergo da un misterioso uomo di nome Leon. Ci siamo soffermati a lungo sulla figura di Ariel Dorfman, divenuto nel tempo un riferimento tra i più influenti negli Stati Uniti. Suo il dramma La morte e la fanciulla, rappresentato in oltre cento paesi (e qui Fabio ha fatto un omaggio commovente a Gigi Dall’Aglio, morto di coronavirus il mese scorso, amico dei Diari, che aveva allestito una rappresentazione al Teatro Due di Parma) e da cui è stato tratto nel 1994 l’omonimo film di Roman Polanski, con Sigourney Weaver e Ben Kingsley.

Storia che racconta di guerra, di relazioni fra uomini e donne, Konfidenz, e di “rapporti di potere condotti fino alle più estreme e feroci conseguenze”. Un thriller che, partendo da una telefonata inattesa, affronta questioni eterne come la lealtà, l’ideologia, la verità.

Altro libro posto sotto la lente di ingrandimento della serata lo ha pubblicato la Keller Editore di Rovereto questo autunno. Si tratta di Dio non è timido, scritto da Olga Grjasnowa, di cui il nostro traduttore aveva tradotto nel 2015 il romanzo d’esordio, Tutti i russi amano le betulle, pubblicato anch’esso da Keller. La giovane autrice è nata in Azerbaigian, ma vive a Berlino e scrive in tedesco. Ricordando che il primo libro aveva ottenuto il premio Anna Seghers in Germania, Cremonesi ha voluto sottolineare che di recente la casa editrice L’Orma ha pubblicato della Seghers Transito, con traduzione di Eusebio Trabucchi, di cui se ne consiglia la lettura. Questo Dio non è timido è un romanzo ambientato in Siria, che racconta spietatamente la nostra epoca. Non mancano i momenti di tenerezza nella storia parallela che viene raccontata da Hammaoudi e Amal, due giovani ragazzi dell’alta borghesia siriana. Hammoudi è un chirurgo plastico trapiantato a Parigi che torna in Siria per rinnovare il passaporto, ma vi si ritrova bloccato senza possibilità di andarsene. Amal è una promettente attrice che vive a Damasco e ha partecipato alle proteste contro il governo.

Accanto alle drammatiche vicende politiche che hanno travolta la Siria dopo i giorni della Primavera araba del 2011, si affiancano le vicende drammatiche di sopraffazione da parte degli aguzzini di Asad e la fuga dei protagonisti, per vie diverse, verso un Occidente che guarda immobile ai richiedenti asilo. Una storia drammatica e incalzante, con una fortissima tensione etica, che ci conduce a un finale doloroso e spiazzante. In questo caso la difficoltà di traduzione è raddoppiata dal fatto di avere a che fare con scrittrice azera che scrive in tedesco una storia ambientata in Siria. Non solo, lavorando anche su aeree geografiche diverse, diventa complicatissima la la traslitterazione da un sistema di scrittura all’altro. Trovare le giuste chiavi di interpretazione di un codice è il segreto di una buona traduzione.

Per una serata intera abbiamo parlato di traduzione e di quanto tradurre sia spesso un lavoro complesso e delicato, che non solo ha a che fare con la conoscenza e la padronanza di una lingua, ma anche con quella di mondi e culture diverse. Interpretare un testo per poi tramutarlo in una lingua differente, un codice diverso per raccontare un mondo che deve, il più fedelmente possibile, rimanere lo stesso dell’originale.

È stato molto bello farsi raccontare come si fa a rendere comprensibile un testo, cogliendo la voce del suo autore per trasportarla in un’altra lingua. Ancora più bello per una sera poter viaggiare nel mondo della trasmigrazione verbale attraverso quattro libri molto diversi tra loro e quattro autori ancora più diversi e particolari.

Sono molto grato a Fabio Cremonesi per aver accettato questo invito a parlare di traduzioni e per aver regalato, a me e ai tantissimi lettori che ci hanno seguito, una serata di leggerezza e bellezza tra le parole, così come il piacere e l’importanza della sperimentazione.

Antonello Saiz