Antonello Saiz parla di Exòrma Edizioni

Home / Rubriche / Cronache di un libraio indipendente / Antonello Saiz parla di Exòrma Edizioni

Nel corso degli anni, abbiamo creato in una piccola cittadina di provincia, come Parma, una libreria indipendente capace di creare un “festival letterario permanente”, aperto a tutti e senza spese per la collettività. In un laboratorio di questo tipo, diventa importante che, ogni tanto, oltre a dare voce agli autori, gli editori prendano anche la parola e raccontino il loro progetto, la loro idea di letteratura, il loro lavoro. Un sabato di ottobre abbiamo ospitato in Libreria gli editori della casa editrice romana Exòrma, che arricchisce i nostri scaffali dal giorno dell’apertura, avvenuta ben cinque anni fa, con libri che dal primo giorno ci hanno accompagnato in viaggi straordinari. Insieme a Maura Sassara e Orfeo Pagnani a parlare di quelle piccole cose rettangolari che ancora ci entusiasmano, i libri, gli scrittori delle ultime due pubblicazioni, Emanuele Termini e Silvia Cassioli. Insieme a loro, i lettori hanno avuto modo di approfondire un catalogo vario, articolato e, soprattutto, interessantissimo. Da un progetto sorto nel 1985 e attuato nel 2009 nasce Exòrma Edizioni, casa editrice con un logo quanto mai significativo: “la lettera Epsilon e la Ò tagliata in basso, che allude alla forma dell’Omega, chiamano in causa la radice di un verbo greco: mollare gli ormeggi”. Tematica fondativa di Exòrma è il viaggio, raccontato nella sua dimensione più letteraria e ispiratore del “Festival della Letteratura di Viaggio”, di cui la stessa casa editrice è editore. Le due collane che ben rappresentano il progetto editoriale sono:

– “Scritti Traversi”, dedicata ai viaggi con una riflessione critica sulla prospettiva contemporanea di poter ancora riscoprire i luoghi, attraverso scritture meticce, dai modi del reportage alla forma del romanzo-saggio. Il viaggio e i luoghi sono il denominatore comune, l’apporto di temi e discipline diverse fa il resto.

– “Quisiscrivemale”, dedicata alla narrativa. Nell’epoca dell’informazione superveloce, tutto deve essere facile, corretto e conforme, omologato, “scritto bene”. Ecco perché dalle parti di Exòrma hanno scelto, per la narrativa, di “scrivere provocatoriamente male”.

Nella collana “Scritti Traversi” è stato pubblicato L’acqua alta e il lupo. Josif Dzugasvili a Venezia di Emanuele Termini, un libro sulle tracce di un giovane anarchico georgiano, che combatte a suo modo contro l’Impero russo di Nicola II e sbarca in Italia, dopo un lungo e tortuoso viaggio clandestino, sulla via per raggiungere Berlino. Un libro insolito, tra verità e leggenda, passato e presente, Georgia rivoluzionaria e Venezia moderna. Chi è, in realtà,  il giovanotto misterioso con i denti da lupo? L’autore, riprendendo una indagine giornalistica di Gustavo Traglia negli anni Cinquanta, racconta l’avvincente viaggio-indagine sulle tracce di questo anarchico, nel 1907, anno in cui si narra che, partito da Odessa sia arrivato a Berlino per raggiungere di nascosto Lenin, passando per Ancona e Venezia appunto. Un viaggio che ha un che di rocambolesco, davvero ai limiti della leggenda: infatti prima si imbarca come clandestino nella sala macchine di un cargo che trasporta grano da Odessa fino ad Ancona, poi con l’aiuto degli anarchici anconetani arriva a Venezia e si presenta alla soglia del monastero di San Lazzaro degli Armeni, dove sarà ospite dei padri mechitaristi e da dove poi infine si allontana clandestinamente per riapparire a Londra qualche mese dopo. Un viaggio indagine sulle tracce di questo giovane dai molti nomi: Josif, Soso, Koba, David, Bešosvili… Secondo la leggenda, l’allora ventinovenne Josif Džugašvili soggiornò nella laguna veneta, ospite dei mechitaristi del Monastero di San Lazzaro degli Armeni. Le delicate implicazioni rispetto al futuro del Partito che guidò la Rivoluzione Russa del 1917, furono il motivo per cui quel viaggio doveva rimanere segreto.

Negli anni Cinquanta il giornalista italiano Gustavo Traglia, forse troppo presto per la Storia, cercò di scoprire le motivazioni che portarono Josif in Europa ma la pubblicazione delle sue ricerche fu ostacolata da chi preferiva mantenere un’assoluta segretezza su quel viaggio, anche a distanza di molti anni. Oggi, a oltre cinquant’anni dal lavoro di Traglia con questo libro Emanuele Termini riprende a frugare nel passato del giovane anarchico georgiano. Indaga, insegue le poche tracce e i tanti pseudonimi che Josif dissemina lungo il suo cammino,accede all’archivio di Traglia, incontra persone che prima di lui hanno raccolto indizi, rintraccia le fonti, e passo dopo passo scopre che si tratta di fatti realmente accaduti. Emanuele Termini, inseguendo questo anarchico georgiano, scopre e descrive anche alcuni degli angoli più belli della città lagunare: assieme a lui torniamo ad ammirare la Venezia delle calli, dei sotoporteghi, dei ponti, dei tramonti. Venezia, che diventa tappa obbligata di quel viaggio segreto per raggiungere Lenin con l’obiettivo di organizzare una grande rapina per finanziare la rivoluzione. E proprio la città della laguna è co-protagonista di quasi tutto il testo. Tra i turisti che sbarcano dai “mostri bianchi” e i veneziani che si tengono stretta la loro città, riusciremo forse a scoprire se nel 1907 il bolscevico è davvero stato lì.

Il protagonista, Josif Džugašvili, altri non è che il politico rivoluzionario e militare sovietico conosciuto da tutti come Iosif Stalin. Il segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica che a partire dal 1924, instaurò progressivamente una dittatura fino alla morte, avvenuta nel 1953. A rendere però più che plausibile questo viaggio, ecco l’intervista di Emil Ludwig nel 1931 al Segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica al Cremlino, riportata nel testo di Termini. «Diverse furono le domande scomode che Ludwig rivolse al dittatore e quando gli chiese un parere in merito “all’amore tipicamente tedesco per l’ordine, più sviluppato dell’amore per la libertà”, Stalin rispose con un aneddoto vissuto in prima persona: “Quando nel 1907 mi capitò di trovarmi a Berlino…».

Il Figliolo della Terrora di Silvia Cassioli è pubblicato, invece, nella collana di narrativa “Quisiscrivemale” ed è un romanzo che ha la Storia come sottofondo. È un libro curioso e dalla prosa suadente (ricordiamo che la Cassioli esordisce in narrativa con questo romanzo ma aveva pubblicato diverse raccolte poetiche per blasonate case editrici) e nelle cui pagine si concatenano tre epoche diverse e tre storie molto diverse tra loro. Ad aprire la narrazione, un fatto che sconvolge la politica italiana nel 1948, e forse la storia più riuscita delle tre, quella di Rosina Terrosi di Scòrcina in provincia di Siena. Il protagonista, Omero Bastreghi, è proprio il figliolo di Rosina e nasce il giorno stesso dell’attentato a Togliatti, nel luglio di quell’anno, quando nelle campagne della provincia di Siena scoppiano le rivolte della classe operaia. Il sogno di una rivoluzione comunista che non avrà mai luogo costituirà per lui un’impronta fondamentale; accompagnerà Omero per tutta la vita alimentando i suoi tic, le sue idee, le sue avversioni, il suo incessante elucubrare, segnando la carriera universitaria e anche il suo rapporto con le donne.

Sono tre le donne che reggono come colonne la storia de Il Figliolo della Terrora di Silvia Cassioli: la Terrora, appunto, madre operaia, 1947; Giglia, la studentessa, l’amore che nel 1978 sconvolge la sua vita; e dal 1980 in poi è Viola, moglie, àncora e madre, ad accompagnare Omero nella sua vita. Un libro denso con tre donne dentro, e poi un figliolo, un professore, figlio del popolo. All’inizio “finiva l’estate del ’47” e più avanti “cominciava un millennio tutto nuovo” che di colpo accelerava la sua corsa per arrivarci alle calcagna. Nel frattempo “il figliolo” diventa padre per rispondere alle domande di suo figlio sul tempo e l’universo, sulle zone sensibili della vita, sul modo di guardare il passato per capire il presente. Le zie si intromettono, i partiti mutano, le passioni politiche mostrano il fianco; le sorelle Quindici si passano il testimone. Sono le figure femminili a scandire il racconto e gli appuntamenti del protagonista con la vita e, sullo sfondo, il concatenarsi di tre epoche. Tre donne, tre appuntamenti del protagonista con la vita e nello stesso tempo, sullo sfondo, il concatenarsi di tre epoche. La storia di Omero è una staffetta tra generazioni. È la storia di un figlio della provincia del dopoguerra, di un mondo operaio che lascia le sue tracce indelebili nei legami familiari; un mondo che però è destinato a ibridarsi in fretta con la piccola borghesia cittadina e che produce una generazione alle prese con una realtà che accelera sempre più la sua corsa. La storia con dei salti temporali corre da una parte all’altra ma ci calan in maniera formidabile, a volte con una ironia implacabile ma sempre con grande calore ed empatia, in una dimensione quotidiana e rivelatrice del clima degli anni che abbiamo vissuto, e poi ci traghettano nell’attualità di un presente che non abbiamo difficoltà a riconoscere perché anche nostro.

Diventa molto bello, in una libreria-laboratorio, ascoltare assieme autori e editori e scoprire che le storie da regalare ai lettori devono essere importanti!

#

Leggi anche Antonello Saiz incontra Gian Luca Favetto