Antonello Saiz presenta “La parola magica” di Anna Siccardi

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“Quella sensazione di intimità era la stessa che aveva trovato nell’alcol, nelle sigarette, nei tavor, nel gioco: un torpore, un’inerzia, una tregua da sé stessi che si poteva riaccendere a comando. Tutte le compulsioni che aveva sperimentato miravano allo stesso effetto: dimenticarsi di sé […]”
La parola magica di Anna Siccardi, NN Editore

Anna Siccardi ha scritto un libro pubblicato nei giorni delle prime giornate di lockdown da pandemia di Coronavirus. Un libro che mi ha fatto parecchia compagnia in quel tempo strano e fornito tanti motivi di riflessione e con cui ho voluto, fortemente, venerdì 26, chiudere un mese di giugno tutto all’insegna della letteratura femminile. Abbiamo parlato di dipendenze, ossessioni e compulsioni su Book Advisor nella serata di presentazione di questo libro d’esordio pubblicato da NN Editore. Ci siamo soffermati sui demoni con cui bisogna fare i conti e sulle relazioni che fanno male, già a partire dalle note di quella sigla scelta non a caso, Mimì sarà, che Francesco De Gregori aveva inserito nell’album Terra di nessuno del 1987. Canzone scritta pensando a Mia Martini e alla sua forza di reagire e resistere, nonostante le cattiverie, il veleno del mondo, le dipendenze e gli amori sbagliati. Ho pensato a un gioco da assegnare all’autrice del libro, quello di trovare una parola magica da abbinare a ognuno dei personaggi che compongono il suo romanzo corale. Io pensando a questi personaggi ho regalato la parola “compassione”, la stessa usata da De Gregori nel mio ricordo di una intervista radiofonica fatta a proposito di quella canzone. La parola magica del titolo, in realtà, dovrebbe essere quella che salva ma anche quella che dona consapevolezza del momento che si sta vivendo; parola che definisce realtà a tutti coloro che stanno là dove si è, bloccati, ognuno con le proprie ossessioni, tutte diverse, ma aventi una radice comune nella dipendenza: dall’alcool, dagli affetti, dalla routine. Non è un caso che il romanzo sia, poi, dedicato a tutti quelli che stanno tornando.

Tante storie, molto diverse, che si intrecciano in una città metropolitana, una Milano senza tempo, in cui sette personaggi vengono narrati in parallelo, con un montaggio di racconti carichi di immagini. Tanti fuochi narrativi in questa storia per capitoli, come dodici quadretti incisivi e ispirati ai dodici passi degli alcolisti anonimi. Nei dodici passi degli alcoolisti anonimi la parola magica è azione, la stessa azione che diventa, a sua volta, una forma di dipendenza nella quotidiana frequentazione di questi gruppi, quando si è in fase di recupero. Il libro si apre in una stanza d’albergo in Giappone, con uno dei protagonisti, Leo, fotografato in un momento preciso della sua vita, alle prese con un traffico poco pulito e coinvolto in un terremoto che lo sorprende. Leo e i suoi pensieri e la sua strana guerra con Anna fatta di amore e alcool e un esercito di bottiglie a separarli. L’alcool si presenta nei primi due capitoli come l’elemento di disperazione dentro cui far evaporare le proprie tragedie, dentro cui anestetizzare i propri dolori. Anche per Irene nella sua ultima seduta con la psicoterapeuta è presente questo elemento di annichilimento che ha scelto per non sentire più dolore. L’alcool che nella sua vita non era previsto e invece c’è e racconta la sua incapacità di amare Riccardo e di farsi amare. Irene la cogliamo nell’attimo in cui decide di dare l’addio all’alcool, proprio mentre guarda la sua immagine riflessa nella vetrina di un bar. Anna la troviamo con la sua fragilità nell’ingresso di un carcere, ossessionata dalle sue liste, dai suoi elenchi, dai suoi pacchi da 4,9 chili attraverso cui si relaziona col padre, un ricco chirurgo plastico in galera per truffa. Nel quarto capitolo, dal titolo Membrana (unico narrato in prima persona, ma pure l’unico in cui troviamo l’unico personaggio senza nome, il lavorante di un’agenzia di pompe funebri che ama il suo lavoro), si vanno a toccare corde profondissime con la descrizione di questo spazio ovattato fatto di peso specifico e che avvolge tutto e tutti in un momento preciso della propria esistenza, quella del lutto.

Tra salti temporali, rimandi, ganci, piccoli dettagli che si legano alle altre storie, incontriamo via via gli altri personaggi, e non tutti hanno compulsioni o dipendenze da sostanze, ma tutti, proprio tutti, hanno qualche meccanismo inceppato o rotto nelle relazioni che li rende irrimediabilmente infelici. Nessuna relazione sembra essere fonte di felicità, anzi sono proprio le complicanze di una relazione a rendere tutti irrimediabilmente insicuri. L’unica forma possibile di serenità sembra essere quella di prendere consapevolezza dei propri giocatoli rotti e accettare le cose della vita e magari usare il perdono. Vite distanti ed esistenze fallimentari che si sfiorano e magari si intrecciano, finendo per diventare complementari l’una dall’altra. Chiara, come la sua gemella Anna alle prese con l’incarcerazione del padre e la malattia della madre, la incontriamo nel buio di una sala cinematografica alle prese con un non vedente con cui fa volontariato. Incontriamo Diana e la sua ossessione per un paio di tette nuove e un grosso trauma legato alla perdita della figlia Bea. Diana dipendente dai movimenti dei pianeti e dalle interpretazioni della pseudo cartomante Ornella. Ornella che è anche la figura che fa da supporto e sostegno come sponsor di Carlo, alcoolista in recupero da diversi anni che lanciando sassi tra cerchi d’acqua racconta al figlio dodicenne il suo dramma e la malattia. Quella malattia che aveva trovato nell’alcol, nelle sigarette, nei Tavor, nel gioco la cura e la giusta maniera per dimenticarsi di sé.

Con il dodicesimo capitolo, dal titolo Soffio, si conclude questo romanzo particolarissimo fatto di tante fotografie che si aprono come porte sulla descrizione degli attimi e del vuoto pneumatico che accompagna certe esistenze. Attimi e vuoti dentro cui costruire una rete di storie e trovare il potere magico di certe parole che se non sanano almeno attutiscono il dolore delle ferite. È stato parecchio interessante parlare di questo libro in una serata di fine giugno e scoprire, poi, anche il percorso che ha portato alla scrittura l’autrice, le sue letture di riferimento, la scoperta della casa editrice, che poi ha pubblicato il suo esordio, attraverso un regalo dell’amico attore Antonio Albanese: quel Le nostre anime di notte di Kent Haruf che tanto ha caratterizzato la nostra libreria in un ormai lontano 2017.

Antonello Saiz