Antonello Saiz presenta “Padania blues” di Nadia Busato

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“Questo paese è un posto di merda: le stesse facce, le stesse case, le strade aride d’estate e fangose in tutte le altre stagioni, la puzza rancida del mosto a settembre, lo smog delle stufe fumose d’inverno, il fetore rancido del concime sui campi in primavera, l’olezzo delle acque di ristagno nei rigagnoli dei torrenti in agosto. Ma come si fa a voler vivere in un paese dove le stagioni sono scandite dalla puzza?”
Padania blues
di Nadia Busato, SEM

Ancora una bella piazza virtuale su Book Advisor venerdì 12 giugno per presentare il nuovo romanzo di Nadia Busato, dal titolo Padania blues edito da SEM in una serata in cui il tema era “Donna, Emancipazione e Territori”. Avremmo potuto mettere Piccola Città di Francesco Guccini come sigla della serata, un brano del 1972 ma ancora validissimo, ma alla fine ho optato per Donna di Mimì Bertè per la presenza di un verso specifico “Donna fatti legare al palo”. E da quel verso siamo partiti per un dialogo interessante. Non poteva esserci musica più adatta per raccontare questo secondo romanzo edito da SEM, dopo il fortunato Non sarò mai la brava moglie di nessuno del 2018 e tradotto anche in Francia. Si è parlato di Donne e Luoghi, di senso di inadeguatezza nei confronti della vita in luoghi dove le aspettative sono tante ma le possibilità di realizzarle nulle. In un certo senso proprio sul solco della storia di Evelyn del primo libro si è continuato in questo secondo a parlare di gabbie e costrizioni e ruoli stereotipati in un contesto opprimente da cui fuggire. Il rosa perlato della copertina stride con la favola nera e crudele che si va a raccontare: il perno su cui si muove la vicenda è la storia di una ragazza con la testa piena di sogni sbagliati e intrappolata in un luogo fisico e in una serie di luoghi comuni e di rancori e violenze familiari. Una cronaca vera è alla base di questa storia di una ragazza ribelle che fa una grande scommessa, mettendo in gioco il suo corpo.

Siamo in un contesto che la scrittrice conosce molto bene: la Padania grassa e angosciata, un posto folle rispetto rapporto con le donne, un posto che dovrebbe fare da traino economico e culturale e dove, invece, lo sport locale è menare le donne e dove la violenza fisica è solo una delle tante sfaccettature. È in un posto come questo che la protagonista combina quello che combina per un paio di tette sbagliate, o come le definisce lei “sgarbate”. Se con libro precedente si analizzava un periodo a cavallo tra i ruggenti anni venti e il dopoguerra, qui si racconta la quasi contemporaneità, esplorando quella trappola di pianura piena di nebbia e smog composta di tanti piccoli paesini di provincia, dove non ti raggiunge niente e nessuno se non la televisione. Un blues padano questo libro per raccontare tante storie: una vicenda corale, ben tenuta dal punto di vista narrativo, per parlare, poi di femminismo e parità di genere. Per cantare questo insolito blues si usa una scrittura volutamente molto grottesca come amplificatore della violenza. La scrittrice, infatti, finisce per raccontarci queste storie estremamente feroci e amplifica l’assurdità di questa violenza usando un registro comico e pure i nomi dei protagonisti sono volutamente ridicoli, con quei nomi da pupazzo, pur di raccontare al meglio una cronaca reale e un evento brutale.

Nadia Busato cerca di ricostruire minuziosamente le vicende, ma non con una sequenza noiosa dei fatti, ma attraverso una indagine accurata intorno a una donna tormentata e fragile su cui poi si riverserà l’accanimento della comunità. È veramente difficile raccontare bene una storia semplice, ma qui si riesce benissimo a descrivere l’intreccio di storie ispirate a questa tragicommedia reale. Si arriva a sorridere delle miserie di una intera comunità e dove a una vita da serva come sua madre Teresa, che non alza mai la testa, la protagonista Barbara, detta Barbie, oppone la sua strana forma di resistenza e ribellione, illudendosi di poter andare via dal paese e da un destino infelice, senza che fosse un uomo, ma contando solo su se stessa. Fa la parrucchiera a Ogno, Barbie e cambia amanti e la dà via come si semina il grano. Una bella ragazza come tante, ma senza nessun talento o competenza e che sogna di arrivare nella grande città e entrare nel mondo luccicante dello spettacolo. Vive in casa con sua madre e suo padre Fausto in questo paesino immaginario della Val Padana, quella macroregione composta da tanti piccoli paesini e poche cittadine, per giunta proprio quelle zone più colpite dall’emergenza recente del Coronaviris. Siamo in luogo un tempo ricco di risorse naturali che ha consumato la sua ricchezza di un tempo ed è diventato un posto ossessionato dal denaro, dal potere, dalla sopraffazione del più debole in nome della realizzazione di sé. È qui che Barbie lavora assieme al suo amico del cuore Maicol in un salone da parrucchieri, affacciato sulla provinciale, gestito da Ric, un quarantenne gay superficiale e mentitore seriale. I valori sono quelli della vita di provincia che stronca i sogni e sono quelli imposti da un certo modello culturale televisivo. Sono le consuetudini e l’apparente rispettabilità ad avere la meglio in questo paesino dove i soldi sono fatti di cemento e ci sono più bancomat e slot bar e cliniche private che parrocchie e biblioteche. Un velo grigio come l’asfalto sembra ricoprire i volti di questi personaggi che fanno del pettegolezzo una forma di controllo sociale e dell’immutabilità la loro ragione di essere. Purtroppo il senso di inadeguatezza alla vita e la profonda infelicità colpisce soprattutto il genere femminile a Ogno, come in tutti i paesini di questa pianura Padana, stretti tra i campi, le rotonde, i centri commerciali e i capannoni.

Una notte un evento tragico squarcia l’apparente tranquillità e il moralismo del posto: un incendio devastante e inatteso colpisce la comunità e sarà Barbie, unica testimone, al risveglio dal coma, a dover raccogliere i fili della vicenda e svelare tutti i segreti nascosti. Voleva solo scappare dal pregiudizio e dal controllo e andare altrove con un paio di tette garbate e invece si ritrova in un guaio gigante la notte di un Primo Maggio, con a carico capi di imputazione come incendio doloso, associazione per delinquere, tentata frode e simulazione di reato. Una storia incredibile che nella realtà diventa un mattinale di questura ma che fotografa in maniera spietata un pezzo di provincia e la violenza maschile che assale questa ragazzina.

Un libro fortemente politico quello della Busato che per sua stessa ammissione è una dichiarazione di guerra al produttivismo padano, ai piani di progresso e al modello sovranista che racconta il Nord Italia come il posto migliore in cui vivere. Una bugia, questa del posto migliore in cui stare, che tiene inchiodate soprattutto le donne, dove dopo un secolo di lotte, ci si oppone alla loro inclusione egualitaria nel mondo del lavoro, nella sfera politica e nelle vite private. Leggendo questa storia viene fuori che qui più che altrove ci sia qualcosa di più radicato in profondità che poi produce queste eruzioni di violenza di genere. Barbie, come molte altre donne, deve confrontarsi con un contesto di misoginia strisciante ed è, poi, costretta a fare i conti prima con un mondo che non sa ascoltare e poi con le proprie ferite. Attraverso questa storia si finisce per esplorare la responsabilità sociale di una cultura in cui l’arroganza maschile rimane incontrastata, mentre la solitudine in cui sono lasciate le donne come Barbie o sua madre Teresa è una costante fatta di gabbie e costrizioni.

Antonello Saiz