Antonello Saiz racconta “Calce” di Raffaele Mozzillo

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Come campi di concentramento, in una forma di olocausto involontario le stazioni elvetiche accoglievano gli italiani dal lungo viaggio estenuante, mettendoli subito in riga: donne da una parte e uomini dall’altra. Ore di attesa per il controllo dei documenti, visite mediche invasive. Ai maschi era ordinato di mettersi a torso nudo e passaporto alla mano, così veniva stilata una lista; poi, in colonna, uno per volta erano chiamati per nome e fatti entrare nudi in una stanzetta per la visita di idoneità. Alcuni proseguivano, altri, quelli giudicati non in buona salute, erano respinti e lasciati il pi˘ delle volte senza mezzi per ritornare.”

CALCE o delle cose nascoste di Raffaele Mozzilllo, Effequ

Con questo romanzo, segnalato alla giuria del Premio Strega da Filippo La Porta, lo scrittore Raffaele Mozzillo è tornato, dopo l’esordio di Tutte le promesse del 2017, a indagare il suo Sud e con quello sguardo incisivo che in tanti gli hanno riconosciuto in questi anni. Diciamo subito che il libro, pubblicato a novembre del 2019 nella Collana Rondini dalla casa editrice indipendente toscana, io l’ho letto perché lo scrittore Alessio Forgione ha tanto insistito e mi ha spiegato tutta la potenza di questo romanzo alle due di notte, dopo una magnifica presentazione in Piazza del Popolo a Tramutola, in provincia di Potenza, del suo romanzo Giovanissimi e lungo quella che un tempo veniva chiamata “La Strettula delle cerase”. Eh… già, Tramutola!

Partiamo dalla dedica di questo libro a Chiara. Raffaele è di origini casertane e vive a Roma con Chiara, la madre delle sue due bambine. Ma Chiara è la figlia di una lettrice speciale e una cara amica di famiglia nella mia Tramutola, Lucia da tutti conosciuta come Maria Teresa. Io e Raffaele ci siamo incrociati qualche anno fa proprio a Tramutola, che lui frequenta con grande riservatezza e un garbo tutto speciale. Eppure, per un limite tutto mio, io questo piccolo gioiello lo avevo evitato. Provate a immaginare lo stupore nel leggerlo e capire, come lettore, di aver fatto una grande cavolata. Adesso, posso solo dire che, in assoluto, è stata la mia lettura dell’estate ed è per questa ragione e per rimediare alla mia sciatteria da lettore che ho fortemente voluto raccontare di Calce iniziando la nuova stagione delle mie Dirette delle 21 su Book Advisor e con la musica dei The Cure a fare da apripista.

Con una penna affilata come un bisturi e una fredda precisione chirurgica, Raffaele Mozzillo è riuscito a dare ritmo e consistenza a una trama in cui si rinuncia a ogni tipo di dialogo. Una scrittura non facile, asciutta e con punte di lirismo incredibile, fa da contrappunto a una storia ambientata tra il sud Italia e la Svizzera. Si parte da un racconto di emigrazione italiana in una terra poco ospitale, come la Svizzera piena di odio e pregiudizi degli anni Sessanta e Settanta, per arrivare alle cose nascoste, quelle che non si dicono nelle famiglie e, nello specifico, i non detti di questa famiglia di costruttori edili campani, i Coppola.

In quel territorio elvetico, a metà degli Sessanta, si era fatto largo un movimento di estrema destra nazionalista capeggiato dal rampollo di buona famiglia ed editore colto James Schwarzenbach, che, entrato in Parlamento, come primo atto aveva promosso un referendum per espellere 350.000 stranieri, e per la maggior parte italiani. Per un pelo perde il referendum, ma il clima d’odio e una propaganda xenofoba a tappeto si insinuano negli animi degli svizzeri, anche attraverso assurdi slogan e una retorica populistica che molto ha a che vedere con i nostri tempi lividi.

In questo contesto avvelenato, tra incomprensioni, segreti e silenzi, conosciamo in maniera prepotente e feroce Mastro Michele Coppola e sua moglie, Carmela Iodice, e poi i due figli Salvatore e Rosa con i rispettivi compagni, Irina e Alfredo, e ancora la seconda generazione con Micaela fino al figlio di lei, Salvatore. Si raccontano, di volta in volta nei singoli capitoli le vicissitudini e i ricordi di ogni personaggio.

Una carrellata fitta di figure tragiche e difettose (anche le figure secondarie, in questa storia, sono profondamente disperate e mostrano graffi e ferite), e non viene riservato sconto o via di fuga e salvezza a nessuno di loro. Non c’è redenzione e speranza per nessuno dei personaggi in questa nuova epica dei vinti e sotto il peso delle bugie e dei silenzi, come una crepa nell’intonaco, nella vita di questi personaggi ad avere la meglio è sempre la cruda negatività.

Fin dalle prime pagine, a partire da quei bambini invisibili nascosti negli armadi o nei bagagliai delle auto, con un sapiente ritmo claustrofobico, si avverte e presagisce una resa dei conti impietosa e un finale tragico.

Il patriarca Michele, figlio di due genitori emigrati, diventa adulto in quel clima d’odio e rancore che caratterizza la Svizzera di quegli anni ma con la sua abilità da manovale e con la calce del titolo riesce a fare ritorno in Italia e a costruire al paese un grande palazzo per accogliere la sua famiglia. Il figlio Salvatore resta con i nonni in Svizzera, coltivando, nel frattempo, lo stesso odio del padre verso tutti i migranti e gli italiani, per ricongiungersi ai genitori solo dopo alcuni anni, attraverso un ritorno problematico e traumatico, soprattutto per la sorella Rosa, il cui unico scopo, da quel momento in poi, diventa quello di sentirsi utile e indispensabile alla vita degli altri. Crescendo, Salvatore subentra al padre nella gestione dell’impresa edile e sposa la giovanissima Irina, figlia di immigrati polacchi. Dalla loro unione, in un mare torbido di ipocrisie e squallori inenarrabili, nasce quel concentrato di fragilità e solitudine che è Micaela. Vite disperate e irrequiete e ognuna schiacciata da quella pesante eredità di odio iniziale e traumi. Pare trasmettersi nei geni di questa famiglia una strana forma di incomunicabilità, evidentemente generata da quella serie di terribili segreti e mancanze. Il libro si apre con lo schema di un albero genealogico ma per ricomporre l’intero puzzle di questa saga familiare spetta al lettore dover, con attenzione e concentrazione, collegare i singoli traumi, i segreti mai rivelati di ogni personaggio, le cose crudeli che hanno attraversato, gli scheletri nascosti.

Dicevamo all’inizio che si è scelto, dal punto di vista stilistico, di non dare spazio a nessun dialogo e raccontare tutto in terza persona, alternandola alla seconda e attingendo tanto dalla lingua parlata dei personaggi, in un virtuosismo che solo un narratore di razza può permettersi.

Il romanzo è strutturato in quattro macro sezioni dai titoli molto suggestivi, L’ordine delle cose, Vita nascosta, La prima luce e il bellissimo La cura delle cose possibili; e ognuna di queste è composta da diversi brevi capitoli, che il più delle volte portano il nome dei singoli personaggi.

In ogni singolo capitolo Raffaele Mozzillo riesce alla grandissima a fare uno spaccato su una storia di legami di sangue. Una piccola storia minima in cui riesce a comporre, con una tecnica narrativa straordinaria, uno straordinario e spietato ritratto di famiglia con i suoi drammi e conflitti e dove lo spazio per gli affetti e l’umanità sembra essere ridotto al lumicino. Non potevano esserci dialoghi all’interno di quel nucleo familiare che dell’assenza e dell’incomunicabilità ha fatto una ragione di vita. Privi di parole ci si avvia verso quella deflagrazione finale frutto di quell’evento traumatico iniziale che come un’onda d’urto ha investito permanentemente tutti i personaggi.

Una lettura di Calce è fortemente suggerita agli appassionati di saghe, ma non quelle stucchevoli e didascaliche che vanno tanto di moda tra i lettori deboli!

Antonello Saiz